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Il braccio violento della legge Nº 2 (1975): sapessi com’è strano sentirsi uno sbirro a Marsiglia

Quando sul finire degli anni ’60, William Friedkin era un
giovane e promettente documentarista in cerca di primo impiego da regista ad
Hollywood, gli arrivò una di quelle proposte di lavoro che non passano
inosservate, occuparsi della seconda unità per “Gran Prix” (1966), insomma
andare a fare l’assistente di uno dei suoi eroi cinematografici, quella
leggenda di John Frankenheimer.

Meglio regnare all’inferno che essere schiavo in paradiso
no? Anche la filosofia di Friedkin che – un po’ controvoglia – finì a dirigere
un musicarello seguito da altri tre flop, prima di frantumarlo in due quel maledetto botteghino che finiva per non
premiarlo mai. Anzi, con Il braccio violento della legge, Hurricane Billy non è solo diventato uno dei nomi più
caldi della Hollywood dei primi anni ’70 ma il suo film ha portato a casa
cinque Oscar, trattandosi di un B-Movie poliziesco, spinto ai vertici
dell’autorialità Hollywoodiana, un seguito non poteva mancare, ma non diretto
da Friedkin, che a quel punto aveva già spiccato il volo. Ironia della sorte a
chi venne affidata la regia di “French Connection II”? Proprio a sua Maestà
John Frankenheimer, posso solo immaginare la soddisfazione di Hurricane Billy
quando venne a sapere la notizia.

“Tu corri dritto in quella direzione Gene, chiaro?”, “Certo Willi… John, certo John!”

Sapete chi invece non era convinto dell’idea di girare un
seguito? Proprio l’uomo sotto il cappello stile
pork
pie ovvero Gene Hackman, per lui quattro anni erano troppi nel cuore
del pubblico per uscire con un seguito, la pista ormai era fredda anche se Il braccio violento della legge era già diventato un classico istantaneo. Eugenio ci mise un po’ a
convincersi ma alla fine tornò nei panni di Jimmy “Papà” Doyle, questa volta
alle prese con una trama del tutto immaginaria, a differenza del primo capitolo
ispirato alle indagini dei detective Eddie Egan e Sonny Grosso, nessuno
polizotto americano si è spinto fino a Marsiglia per cercare di inchiodare il
trafficanti di droga dritti a casa loro, quindi per certi versi questo secondo
capitolo è pensato per venire incontro ai desideri del pubblico, mi permettete
il paragone ardito? Questo film sta al capostipite come Rocky II sta a Rocky.

“Non sono convinto, ma il cappello mi sta ancora alla grande”

“Rocky II” mette a dura prova le motivazioni dello stallone italiano che passa anche attraverso un momento di crisi personale, ma
soprattutto è il film che dà al pubblico la vittoria che desiderava, quella
sfumata nel primo capitolo. Più o meno quello che succede in “French Connection
II”, un film bistrattato perché ammettiamolo, non ha fatto la storia come
quello diretto da William Friedkin, ma ci mancherebbe altro! Dove ha osato
Hurricane Billy sono arrivati in pochissimi, ma tutto sommato è ancora un film
tostissimo, nobilitato da una prova incredibile di Gene Hackman.

La storia sceneggiata da Alexander Jacobs insieme a Robert e
Laurie Dillon, trasferisce l’azione a Marsiglia, trovando subito il modo di far
ripetere a “Papà” Doyle il suo tormentone su Poughkeepsie per poi apparentemente rilassarsi, come a volerci suggerire che per un tostissimo
sbirro di strada di New York, fare il suo lavoro in una cittadina francese
potrà essere solo una passeggiata, ecco non sarà proprio così.

“Mi ascolti ispettore Clouseau, questo è french connection non french toast”

Anche se all’inizio “Popeye” Doyle sembra in vacanza per davvero, lo vediamo fare gli
occhi dolci alle bellezze locali e poi in una scena che trovo estremamente
riuscita, finisce a bere da solo al bancone, o meglio a bere con il barista che
lo guarda come se questo tizio dal cappello buffo, fosse l’uomo caduto da Marte,
un modo brillante per sottolineare le problematiche linguistiche. Infatti
spesso nel film ci sono frasi che suonano volutamente bizzarre, come succede
nella realtà quando qualcuno, parlando una lingua straniera e mancando di un
po’ di vocabolario, cerca di utilizzare dei sinonimi o delle parole
equivalenti, insomma Marsiglia si rivelerà ostica per il nostro protagonista
fin da subito, il tutto senza dimenticare quel realismo quasi da documentario,
con cui William Friedkin aveva marchiato a fuoco il primo film.

“Lasciatemi che questa volta lo prendo quel francese maledetto!”

Dove “The French Connection” si giocava momenti d’azione che
hanno fatto la storia del cinema, il secondo capitolo diretto da Frankenheimer
per buona parte si arrocca attorno al talento cristallino del suo protagonista,
trattandosi del seguito di una storia di ossessione personale, questo secondo
film utilizza la droga per mettere ancora più in chiaro quel concetto.

Catturato dai criminali marsigliesi, “Popeye” Doyle viene
usato come puntaspilli sprofondato nel barato della dipendenza da eroina, se
siete sensibili alle scene di iniezioni e quasi due anni di telegiornali con
persone che si vaccinano non ve l’hanno fatta passare, sappiate che “Il braccio
violento della legge Nº 2” potrebbe mettervi a dura prova.

Vi ricordate dell’adorabile vecchina di questo film? Come dimenticarla quella maledetta.

Quando Doyle viene recuperato, con le braccia massacrate dai
buchi, la scena che segue in ospedale è lunghissima, ma ancora di più lo sarà
il martirio della disintossicazione, ed è qui che Gene Hackman si prende il
film per non restituirlo mai più a nessuno.

Legato al letto il suo personaggio cerca di riprendersi, in
preda ai morsi dell’astinenza, “Papà” Doyle diventa peggio dei tossici che
inseguiva a piedi lungo le strade di New York e Hackman sfoggia una gamma
recitativa talmente ampia da fare invidia ad attori meno talentuosi, prima
chiede un panino perché ha fame e poi con una rabbia montante chiede del
“cioccolato” americano, che è ovviamente un metaforico linguaggio di strada. La
scena successiva? Anche meglio perché mentre “Papà” tocca il fondo, mettendosi
a piangere parlando di Baseball, mentre Gene Hackman vola offrendo una prova
incredibile, ora che il protagonista è al tappeto, può solo rialzarsi, le
motivazioni per la rivincita ci sono tutte.

Toccare il fondo, come solo un grande attore può fare (o recitare)

Da qui in poi sale in cattedra John Frankenheimer che con la
sua regia rigorosa manda a segno una serie di scene riuscitissime, come la
disinfestazione dei “topi” nell’hotel a colpi di taniche di benzina, fino
all’inseguimento con sparatoria finale al porto, in cui viene fuori tutto il
mestiere di un grande Maestro come Frankenheimer, roba da rifarsi gli occhi
specialmente, per il montaggio.

Eppure malgrado tutto “Papà” Doyle è ancora fuori dai
giochi, non solo in quanto americano a Marsiglia, ma dopo aver perso la fiducia
di tutti ci vuole un momento emotivo forte che metta in chiaro le sue
motivazioni e la sua ritrovata ossessione, non più per l’eroina ma per Alain
Charnier, ancora una volta interpretato da Fernando Rey. Nella scena in
albergo, in cui Doyle chiuso in albergo, getta via le bustine di droga per
certi versi è un po’ come quando Dean “Borracho” Martin, versa il whiskey dal
bicchiere alla bottiglia senza berlo in Un dollaro d’onore. A questo punto la tavola è apparecchiata per il gran finale,
alla Rocky II ora possiamo dare al
pubblico la vittoria che è mancata nel primo capitolo.

Per certi versi, tra i paragoni arditi che ho fatto, non ho
citato quello più azzardato, il fatto che sia stato messo in cantiere un “French
Connection II” con Gene Hackman come protagonista, toglie o per lo meno fa un
po’ di luce su alcune dell’ambiguità del finale del film di William Friedkin,
quello sparo nel buio che concludeva il primo capitolo, poteva essere rivolto alla
schiena del cattivo o perché no, alla tempia del protagonista, seconda opzione
che viene spazzata via dall’esistenza di questo seguito e visto che sono in
vena di paragoni cinematografici, sarebbe un po’ come la teoria su Deckard replicante, cancellata dall’esistenza stessa di Blade Runner 2049.

“Piuttosto che guidare queste auto francesi lo inseguo a piedi!”

Chiarito questo, il finale di “Il braccio violento della
legge Nº 2” è una corsa a perdifiato, letteralmente visto che “Papà” Doyle
finisce per inseguire Charnier, malgrado il fatto che nessuno avesse detto a Frankenheimer
del ginocchio “ballerino”, causa precedenti acciacchi, di Gene Hackman a cui il
regista continuava di chiedere di correre, corri più veloce Gene! Di più!
(storia vera).

Proprio come il primo capitolo, dove Friedkin aveva
rischiato la vita per girare scene diventate memorabili, questo secondo film
ormai è fuori dal tempo, troppo crudo, troppo realistico anche in quel finale,
che guarda caso nei corsi e ricorsi storici – Giambattista Vico levati, ma
levati proprio – che lo hanno caratterizzato fin dalla scelta del suo regista,
ironicamente termina proprio come il film precedente, uno sparo e titoli di
coda. Provate ad immaginare se oggi, anno di grazia 2021, un film finisse così,
mi immagino tutti i sedicenti cinefili su “Infernet” giù a criticare: «Finale
frettoloso, bella la fotografia, due stelline su cinque».

Fermati, o mamma papà spara.

Come pronosticato dal buon vecchio Eugenio Mazzatore, “Il
braccio violento della legge Nº 2” non frantumò i botteghini come il primo
capitolo e non si portò a casa nessun Oscar, però non andò nemmeno così male, tanto
che per anni si cercò il modo di far tornare Popeye Doyle in ogni modo
possibile, la NBC provò a lanciare una serie televisiva in cui il personaggio
era interpretato da Ed O’Neill, ma per dirla alla Tarantino il pilota diventò
un bel niente e venne trasmesso nel 1986 come film per la televisione (storia
vera).

L’altro tentativo di sfornare un “Il braccio violento della
legge Nº 3” venne fatto tempo dopo, Popeye avrebbe dovuto vedersela con uno
spietato terrorista, ma Gene Hackman non voleva più saperne nulla, quindi la trama
venne modificata quel tanto che basta in modo da permettere a Sylvester
Stallone di calarsi nel ruolo, il risultato finale divenne I falchi della notte, ma questa è un’altra storia.

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