Home » Recensioni » Il buco (2020): ascensore sociale per l’inferno

Il buco (2020): ascensore sociale per l’inferno

Tra i titoli più sfiziosi dell’ultimo Torino Film Festival, sicuramente “El Hoyo” esordio alla regia dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia. Noto come “The platform” per i mercati anglofoni e tradotto letteralmente “Il buco” qui da noi, infatti è con questo titolo che lo troverete disponibile su Netflix. Anche se prima di scriverne anche solo un’altra riga, devo farlo, non posso resistere, ci vuole una sigla a tema!

Goreng (Ivan Massagué) si è offerto come volontario per passare sei mesi nella prigione nota come la fossa (sempre meglio dell’ambiguo buco del titolo originale), ogni “ospite” della struttura può portare con sé un oggetto, Goreng ha scelto un libro, il “Don Chisciotte” di Miguel de Cervantes, e questo ci aiuta a capire quando il protagonista sia diverso dalla media degli altri prigionieri.
Ma anche la fossa è un carcere atipico, strutturato su numerosi piani in verticale, collegato dalla piattaforma della canzone degli Elii del titolo inglese, su cui sono diligentemente appoggiati ogni sorta di ben di Dio culinario, primi, secondi, dolci, la panna cotta, più o meno il quantitativo di cibo che ti metteva davanti tua nonna quando tornavi da scuola, solo che invece di nutrire un solo (sciupato) nipotino, deve sfamare tutti i prigionieri, due per piano, per un numero di piani non ben precisato.
Le regole? Puoi mangiare solo nei pochi secondi in cui la piattaforma sosta al tuo piano, se prendi cibo da sgranocchiare dopo, tipo per merenda, la temperatura viene alzata o abbassata in modo irreale come punizione, e non iniziate a fare quelle domande tipo Gremlins ok? Non lo so cosa succede se a uno dei carcerati resta qualcosa incastrato tra i denti va bene?
Chiedetelo a lei cosa succede se mangiano dopo mezzanotte (se avete il coraggio)

Il compagno di cella di Goreng è un soggettone in fissa con i coltelli tipo quelli dello chef Tony, un borghese odioso di nome Trimagasi (Zorion Eguileor) che ha una sola risposta per tutto: «È ovvio», frase che ripete tante di quelle volte che se non avesse un coltello, sarebbe da ammazzare dopo due minuti di convivenza, sempre se non sarà lui a farlo prima.

Trimagasi illustra la situazione velocemente al nuovo arrivato, non si parla con i prigionieri del piano di sotto, perché beh, stanno sotto. Ma stai pure tranquillo che quelli del piano di sopra non ti parleranno, perché ad essere sotto sei tu. Insomma più o meno come accade in molti condomini, solo che al piano zero si trova una cucina tipo Master Chef che sforna cibo senza sosta, e sopra ancora? Boh si vocifera di alcuni capi a gestire tutto, nessuno lo sa per davvero, quello che accade nella fossa, resta nella fossa, e nella fossa, succede di tutto.
«È ovvio… Che questa storia non finira bene»

I compagni di cella cambiano velocemente, anche perché il tasso di mortalità è alto, una donna senza nome (Alexandra Masangkay) per cercare il figlio scomparso – che forse nemmeno esiste – uccide carcerati per velocizzare i cambi, e chi non riesce a servirsi abbastanza in fretta dalla piattaforma, beh qualcosa dovrà pur mangiare no? E vi assicuro che non opterà per una cucina vegana.

Galder Gaztelu-Urrutia porta in scena un’invettiva sulla disuguaglianza sociale e l’egoismo umano, abbracciando i canoni del cinema di fantascienza con abbondati dosi di horror, e così facendo non poteva che rendermi più felice. Che bello vedere registi capaci di fare film di genere con letture di secondo livello anche impegnate, un plauso a Netflix per aver messo a disposizione di tutti questo titoli trionfatore anche durante l’ultimo festival di Sitges.
Il regista spagnolo ha sicuramente fatto i compiti, ad una prima occhiata il suo film d’esordio sembra il figlio di una notte d’amore tra “L’angelo sterminatore” (1962) di Luis Buñuel e “Il cubo” (1997) di Vincenzo Natali, ma a ben guardare ci possiamo trovare un po’ del cinema che tanti cinefili “di ritorno” hanno scoperto solo dopo il trionfo di Parasite, ovvero Bong Joon-ho.
Per certi versi “El Hoyo” sembra uno “Snowpiercer” (2013) a cui qualcuno ha cambiato la direzione, se il treno di Bong Joon-ho correva lungo binari orizzontali, la prigione di Galder Gaztelu-Urrutia si muove in verticale, mettendo in chiaro le differenze di classe sociale.
It’s a long way to the top (come cantavano gli AC/DC)

Il suo protagonista Goreng è un puro, ha l’aria che avevamo tutti noi i primi giorni di lavoro, convinti di poter cambiare tutto, ma in poco tempo siamo diventati come Goreng nel secondo atto del film, cinici e disincantati. Galder Gaztelu-Urrutia bilancia molto bene il messaggio sociale del film e la sua natura da pellicola di genere, il risultato è estremamente efficace nel fotografare la cattiveria umana, l’incapacità insita nella razza umana di tendere la mano verso il prossimo mettendo da parte egoismi personali, il solito homo homini lupus che si sicuro ognuno di noi ha potuto costatare nel suo piccolo, in questi strambi giorni di virus e mascherine, e che in “El Hoyo” viene raccontata senza moralismi, ma nemmeno senza tirar via la mano su sangue e violenza.

In questa strana prigione verticale che ha qualcosa di Ballard, il materiale umano in esso contenuta sopravvive grazie agli istinti più bassi, tra cui la fame e la volontà di non perdere lo stato sociale acquisito, se sono riuscito a scalare con fatica un gradino, userò denti e artigli per difenderlo. Non proprio un pranzo di gala quindi, espressione che Mao Tze Tung associava alla rivoluzione, infatti proprio ribellarsi, sempre l’unica scelta lecita da fare.
Questo sicuramente non è un pranzo di gala.

Se in una struttura verticale, basata sull’egoismo e la prevaricazione sociale, l’unica vera forza di rivoluzione può essere solo l’altruismo e il sacrificio, «La panna cotta è il messaggio» dicono i personaggi in cerca di un significato alla loro situazione, ma la discesa all’inferno dei personaggi (occhio ai numeri, volutamente Biblici in tal senso) i suoi di significati non li spiega proprio tutti per fortuna, ma li fa capire molto bene.

In questi giorni poi, in cui il bene comune è messa a repentaglio da singole decisioni egoistiche, “El Hoyo” è l’ennesima conferma che il film di genere, fatto con la testa ben avvitata sulle spalle, è quello migliore per diventare metafora dei nostri tempi, per fortuna a noi non è chiesto lo sforzo di Goreng, ma solo quello di stare a casa, e visto che possiamo anche scegliere che film guardare, tanto vale sceglierne uno buono come questo no?
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    Star Wars – The Acolyte – Stagione 1 (2024): la colica stellare

    Sono sempre più convinto che quella famosa introduzione, o se volete una bella dichiarazione di rinuncia di responsabilità, che annunciavo qualche tempo fa legata a tutti i nuovi prodotti a [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing