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Il buono, il brutto, il cattivo (1966): Il meglio, il migliore, il più grande

Vedete, il mondo si divide in due categorie: ci sono le
pietre miliari del cinema e gli altri film. Quello di oggi è una pietra
miliare. Benvenuti al nuovo capitolo di… Un Mercoledì da Leone!

“Il buono, il brutto, il cattivo”. Non ci sarebbe da
aggiungere altro ad un film che è perfetto ed iconico fin dal titolo che la
leggenda vuole sia comparso in sogno al co-sceneggiatore Luciano Vincenzoni,
piacendo così tanto a Leone da sostituire il ben più quotato fino a quel
momento “I due magnifici straccioni” (storia vera).

Il successo trionfale di Per qualche dollaro in più permette a Sergio Leone di avere carta bianca per il
suo film successivo che, ovviamente, tutto sarebbe stato tranne che un Western,
ma davanti alla richiesta della United Artists di un terzo capitolo per
completare la “Trilogia del Dollaro” cosa fai? Dici di no? Specialmente quando
i dollari messi sul tavolo dagli Americani sono ben più di un pugno, un
milione tondo tondo di fogli verdi con sopra le facce di tanti ex presidenti
passati a miglior vita, più una grossa fetta sugli incassi del film in tutto il
mondo.

Adesso mi è chiaro perché la chiamano “trilogia del dollaro”.

Qui le versioni differiscono, il co-sceneggiatore Vincenzoni,
lo sceneggiatore (non accreditato) Sergio Donati e, ovviamente, Leone mettono su
un ideale “Triello” in cui ognuno ha il merito di qualcosa, ma Leone alla fine
come Eastwood se ne va con i soldi. Tirando le fila pare che il soggetto di
base (tre mascalzoni che corrono dietro ad un tesoro sullo sfondo della Guerra Civile) sia stato quello con cui Vincenzoni ha idealmente “venduto” il film
agli Americani, ma Sergio Leone lo ha trovato subito entusiasmante, perché
poteva finalmente far valere le ore di studio e tutti i libri collezionati
sulla Guerra Civile americana, anche se, a dirla tutta, ad esaltarlo di più
erano i tanti ritratti di presidenti defunti su filigrana, con quelli Leone
poteva fare il suo film e scegliersi gli attori senza alcuna limitazione.

La sceneggiatura è il solito lavoro a più mani in cui tanto,
poi, alla fine, l’ultima parola è di Leone che, infatti, prima assume Age &
Scarpelli per mettere un po’ di brio ai dialoghi e poi li licenzia perché le
poche pagine scritte (a detta del regista) erano più una commedia ambientata nel West che altro. Sergio Leone voleva che “Il buono, il brutto, il cattivo” fosse
una demistificazione, prima dei personaggi poi della guerra, secondo le sue
ricerca la Guerra Civile è stata ben poco gloriosa, molto meno scintillante di
quanto piaccia ricordare agli stessi Americani, una grossa influenza sul film
arriva dall’archivio fotografico di Mathew B. Brady, avete presente la scena
del traditore confederato appeso davanti alla locomotiva con addosso un
cartello di scherno che si vede nel film? Leone lo aveva visto in una delle
fotografie di Brady e ha voluto ricreare la scena identica, tipologia di
locomotiva compresa (storia vera).

L’ossessione di Leone per i treni, trasformata in perfetta ricostruzione storica.

Per il cast Sergio non ha dubbi: Lee Van Cleef sarà il
cattivo Sentenza. L’attore che nel frattempo era diventato grande amico del
regista è stato ben felice di accettare la parte, anzi, scherzando sul fatto che
in quasi tutti i suoi precedenti Western il suo personaggio terminasse sempre il
film morto, Van Cleef era convinto che dopo averlo lasciato vivo in Per qualche dollaro in più, ora Leone
volesse completare l’opera. La scena più difficile da girare per Lee Van Cleef
in questo film? Lo schiaffo alla prostituta per convincerla a parlare, per sua
ammissione due cose Van Cleef non avrebbe fatto mai per questione di principio:
prendere a calci un cane e picchiare una donna (storia vera). Eppure, è il più
grande cattivo tra tutti i cattivi della settima arte, magia del cinema.

Per il ruolo del buono e che scherziamo? Clint torna ad
infilarti il poncho, forza! Ma Eastwood non è così convinto, leggendo la
sceneggiatura secondo lui la parte di Tuco è quella del vero protagonista
colui per cui il pubblico farà il tifo. Per convincere Clint, Leone parte per
gli Stati Uniti portandosi l’arma segreta: sua moglie Carla con il compito di
lavorare ai fianchi l’allora signora Eastwood, Maggie Johnson. In linea di
massima sapete com’è andata a finire la trattativa.

“Vedete, il mondo si divide in due categorie: chi si rimette il poncho, e chi divorzia per mettersi con Sondra Locke” (Wa wa waaaa… Il buono)

Per il ruolo del brutto, Leone sa benissimo quello di cui ha
bisogno, per il regista Tuco è il personaggio che rappresenta tutte le
contraddizioni dell’America, un po’ come sarebbe stato in futuro Cheyenne
(prossimamente su queste Bare), ma Gian Maria Volonté (che a Leone è sempre
piaciuto sì, ma il giusto) lo avrebbe reso troppo nevrotico, il regista
vorrebbe qualcuno di più chapliniano anche se nella sua testa, ci sono sempre I Magnifici Sette e, quindi, anche
Charles Bronson andrebbe bene, se solo l’attore non fosse già in Inghilterra a
girare un altro titolo da niente, Quella sporca dozzina.

Ma Sergio Leone capisce di aver trovato il suo Tuco in Eli
Wallach che, guarda caso, recitava anche lui in I Magnifici Sette, quando vede la scena della ferrovia in “La
conquista del West” (1962) dove Wallach “spara” con le dita al figlio di George
Peppard, facendogli una pernacchia. Quello è l’attore che gli serve per la
parte, ora si tratta solo di convincerlo.

Alcuni Eli Wallach passano dalla porta, altri dalla finestra (Wa wa waaaa… Il brutto)

Leone e il suo inglese abbozzato, contro Eli Wallach che non
parla italiano. I due si trovano a metà strada comunicando in francese, «Ti
voglio nel mio film western italiano» (che non ho idea di come si dica in
francese) e per convincerlo non gli fa vedere uno dei suoi film precedenti, no,
gli fa vedere solo i titoli di testa di Per qualche dollaro in più, bastano, perché Wallach parte prima per Roma e poi
tutti insieme nel deserto spagnolo, prossima tappa: la storia del Cinema!

Vado, metto i titoli di testa del film e torno (quasi-cit.)

“Il buono, il brutto, il cattivo” è il film che conoscono
anche quelli che in vita loro non hanno mai visto un film (poveretti), ha tutte
le caratteristiche dei due western precedenti di Leone, ma spinte al massimo,
ampliate tanto da diventare pura epica, è lo Spaghetti-Western definitivo,
talmente grande da essere considerato il miglior film della categoria, ma anche (e giustamente!) cinema allo stato puro. Ho avuto modo di vedere tutti i film
di Leone anche al cinema dopo aver consumato le vhs per tutta l’infanzia, tutti
tranne “C’era una volta il west” (1968), perché era una proiezione con Claudia
Cardinale in sala, quindi, il cinema era pieno di giornalisti. Era il 2006 me lo
ricordo perché c’erano i mondiali di uno sport minore che agli Italiani
piaciucchia, mio padre ed io avevamo cose ben più importanti da seguire e
mentre tutti si tappavano in casa a vedere la partita noi uscivamo per andare
al cinema. Le proiezioni erano gratuite e le sale quasi mai piene, tranne per
uno spettacolo, per “Il buono, il brutto, il cattivo” la sala era piena come se fosse un film appena uscito (storia vera).

Come mi riduco io, se resto sdraiato al sole per più di cinque minuti.

Esperienza unica, perché il film qualche volta in vita mia
devo anche averlo visto (giusto un paio), ma sul grande schermo, con persone
che sentono quella battute micidiali ridendo di gusto per la prima volta,
quello è il posto dove questo film e tutti quelli di Leone dovrebbero stare.
Anche se io la prima volta l’ho visto altrove, nello specifico in soggiorno
sulla tv di casa un pomeriggio della mia piccolezza, entro nella stanza e mio
padre sta facendo solo lui sa cosa, smontando e rimontando cose come da sua
abitudine con Leone in tv come sottofondo. Io avevo… Non so… Cinque anni? Sei? «Cos’è?»
chiedo, «Il buono, il brutto, il cattivo» mi risponde il signor Cassidy senior
impegnato a smontare cose. Mi dimentico tutto (chi sono, dove sono) e resto
ipnotizzato in piedi davanti alla tv, la scena è quella del «Ehi tu, lo sai che
la tua faccia somiglia a quella di uno che vale duemila dollari?», «Già… Ma
tu non somigli a quello che li incassa…». Non so chi sia quel tipo alto,
biondo, dietro mezzo sigaro che parla poco, so solo che io non avevo mai visto
niente di nemmeno paragonabile in tutta la mia vita: l’intensità degli sguardi
nei primi piani, quei volti che sembrano il monte Rushmore con rughe profonde
come il Grand Canyon. Avevo già visto dei film, ma questo era un’altra cosa, il
biondo spara e stende tutti sullo schermo, a me, invece, becca al cuore (… E Ramòn muto!), ci sono stati, per fortuna, altri momenti di potenza comparabile
nella mia vita, ma nessuno così: in quell’istante ho capito che questa cosetta
chiamata Cinema era un po’ più di un modo per passare del tempo. Se sono qui a
blaterare su questa Bara ancora oggi è perché in quel momento mi sono
innamorato del Cinema. Batman è nato in un vicolo dopo una proiezione di Zorro,
io nel soggiorno di casa mia con un film di Sergio Leone. Cassidy – Anno uno. Anche
il logo rosso qui sotto è nato quel giorno.

“Il buono, il brutto, il cattivo” prende l’idea di Per qualche dollaro in più di presentare
i protagonisti uno alla volta, ma porta tutto lassù nella stratosfera,
dilatando i tempi, giocando con le aspettative del pubblico e con il concetto
stesso che i tre archetipi protagonisti incarnano, quello buono del gruppo, è
quello che ti molla nel deserto dicendoti «Che ingrato, dopo tutte le volte che
t’ho salvato la vita», perché con una mano Leone smonta gli eroi
cinematografici e con l’altra li ricostruisce più grandi, più iconici, con
le musiche di Ennio Morricone, brutto?
I titoli di testa di questo film sono una dichiarazione
d’intenti da parte di Leone, oltre ad essere il miglior caso di musica e cinema
che si sposano fino a diventare un unico, il leggendario Waa waa waaa è diventato
sinonimo di Western, di quella volta in cui il più americano dei generi
americani, lo ha fatto al suo meglio uno di Trastevere.

Al lavoro ho un maiale di gomma anti-stress, sapete come si chiama? Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, detto il porco (storia vera e anche cit.)

Ci sono tre cannonate che scoppiano nei titoli di testa del
film e le cannonate saranno fondamentali anche nella storia, ma prima bisogna
presentare i tre vertici del triangolo di Leone. Tuco, il brutto (Eli Wallach)
entra in scena con un cosciotto di pollo in una mano, un revolver nell’altra e
un ringhio che lo rende ancora più brutto, come conferma la scritta a caratteri
rossi che compare maestosa sullo schermo.

Per vedere quella con scritto “Il cattivo” bisognerà
aspettare molto di più, contate solo che per sentire le prime parole del film
(«Ti manda Baker?») devono passare undici minuti e qualcosa di pellicola, tutti
senza dialoghi. Sentenza (Lee Van Cleef) è il cattivo di cui gli altri cattivi
della storia del Cinema hanno paura, il finale della sua lunga entrata in
scena è l’equivalente leoniano dell’uomo che scappava dalla morte a cavallo,
solo per ritrovarla a Samarcanda, la sua frase «Quando uno mi paga gli porto
sempre a termine il lavoro» oltre ad essere una delle cento uscite da questo
film che ormai fanno parte della mia parlata quotidiana, è la beffa del Tristo
Mietitore da cui non si scappa.

Il guaio è che quando uno mi paga gli porto sempre a termine il post (Wa wa waaaa… Il cattivo)

Quando ci aspettiamo anche la scritta “Il buono”, Leone ci
prende per il naso e sposta in avanti l’attesa, inizia a far interagire i personaggi
e a farli collaborare tra loro («Il mondo è diviso in due, amico mio: quelli
che hanno la corda al collo e quelli che la tagliano»), in modo che la presentazione del
Biondo (Clint Eastwood) sia ancora più potente, puro cinema.

Nel rimescolare le carte Sergio Leone rilancia i suoi
personaggi, ancora una volta, per certi versi il Biondo (senza nome nel film, ma
battezzato Joe nella sceneggiatura) potrebbe essere lo stesso pistolero di Per un pugno di dollari, non a caso il caratteristico poncho Clint Eastwood lo
trova solo nel momento di massima affermazione del suo personaggio (lasciatemi
l’icona aperta, più avanti ci torniamo) e Sentenza ad un certo punto ritorna
con le sembianze (e i galloni) del colonello nordista Mortimer. “Il buono, il
brutto, il cattivo” potrebbe essere un antefatto alla “trilogia del Dollaro”,
oppure l’ultimo legame di Leone con la tradizione orientale (eredità di
Kurosawa) di tenere conto dell’epica dei personaggi e meno della loro
continuità tra un capitolo e l’altro.
Ecco perché Mario Brega (presente in tutti i capitoli della
trilogia) qui diventa il gigantesco caporale Wallace quello che si becca la
frase che ho ripetuto a tutti quei “Cristoni” su cui mi facevano difendere
quando giocavo a Basket, è il più grosso degli altri? Prendilo tu, ed io a
ringhiare «I tipi grossi come te mi piacciono, perché quando cascano, fanno
tanto rumore»… Cosa ci volete fare? La testa è un po’ quella che mi ritrovo.

“Hai visto questo quanto è grosso?”, “Si, è quello che devi marcare tu”

Se la presentazione del trio arriva dai capitoli precedenti
della “trilogia del Dollaro”, a risultare ancora migliore è il ritmo, “Il
buono, il brutto, il cattivo” è un insieme di scene madri una via l’altra, dove i protagonisti compongono la coppia da “Buddy movie” definitiva, il modello
su cui sono stati forgiati tutti i 48 Ore
e gli Arma Letale del mondo, due
opposti anche a livello fisico, costretti a collaborare per forza, uno conosce
il nome del cimitero, l’altro il nome delle tomba in cui scavare, le loro
dinamiche si traducono in centro battute, “frasi maschie” e scambi che sono
mitici e soprattutto fanno ridere, ma ridere forte, impossibile sceglierne solo
uno, dovessi farlo punterei sul poco quotato «Ci ri, rivedremo, id, idi…», «Idiota.
É per te». Commedia allo stato puro, ma dovete solo scegliere, i momenti umoristici
nel film sono efficaci quanto le parti epiche.

Biondo e Tuco – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare i buddy movie.

Forse la parte che viene universalmente considerata meno
riuscita (perché per esigenze narrative rallenta doverosamente il ritmo) è la
scena del ponte, con i soldati blu da una parte e i grigi confederati
dall’altra, attorno ad uno stramaledetto ponte che persino l’ufficiale Nordista
di Aldo Giuffré che dovrebbe difenderlo, ormai odia. Alla pari del campo di
prigionia di Berkley dove la struggente “Morte di un soldato” di Ennio
Morricone è la perfetta colonna sonora, la scena del ponte è un anticipo dei
gesti di rivolta che arriveranno nei film successivi di Leone (e in questa
rubrica, non vedo l’ora) e una delle volte in cui il cinema ha riassunto meglio
quanto la guerra possa essere senza senso, la prima volta che ho visto la scena
del ponte, scritta da John Milius per
“Apocalypse Now” (1979) ci ho ritrovato dentro gli echi di “Il buono, il
brutto, il cattivo” perché Leone era il regista preferito dei vostri registi
preferiti e questo film materiale di studio. Più avanti ci torniamo.

Fun Fact: Per girare (per la terza volta) questa scena Leone, voleva i due attori ancora più vicini all’esplosione, ma già così Eastwood ha rischiato la decapitazione (storia vera).

L’occhio benevolo di Sergio Leone con cui guarda i suoi due
“Magnifici straccioni” è piuttosto chiaro: Tuco è il punto di vista di noi
spettatori sugli eventi, l’uomo normale in mezzo a due icone viventi come Clint
Eastwood e Lee Van Cleef (infatti nel duello finale, chi è quello con la
pistola scarica?). Ancora più chiaro è che le simpatie del regista vadano
tutte per il Biondo e come un demiurgo interviene per ben due volte a
salvarlo attraverso un deus ex machina, il primo rappresentato da un colpo di
cannone (come nei titoli di testa del film) che gli evita il cappio vendicativo
di Tuco, il secondo con la rivelazione di Bill Carson, un personaggio di cui
noi spettatori (attraverso le indagini di Sentenza) sappiamo già tutto, ma che
Tuco e il Biondo si vedono piombare tra capo e collo come un vero deus ex
machina che mette i due personaggi (quasi) sullo stesso piano, perché il nemico
del mio nemico è mio amico, oppure ancora meglio «Io dormirò tranquillo perché
so che il mio peggior nemico veglia su di me».

“Sergio ma siamo sicuri con questa?”, “Tranquillo Clint, ti preparo per girare impiccalo più in alto”

Quando Leone torna a propendere per uno dei suoi personaggi,
è proprio quando il Biondo trova il suo caratteristico Poncho (ve lo avevo
detto che sarebbe tornato) e con lui un cannone, proprio come nei titoli di
testa, questo è il momento in cui il personaggio di Clint Eastwood è in pieno
controllo della situazione e lo sarà fino alla fine del film, una mossa che John Carpenter ripeterà identica con il
suo personaggio più famoso, usando la pallacanestro al posto delle cannonate. In un film in cui le immagini
dirette da Leone e la musica di Ennio Morricone sono legate e inscindibili, ci
vuole un pezzo musicale gigantesco per sottolineare l’epico finale in arrivo.

“L’estasi dell’oro” è l’unico pezzo della colonna sonora
famoso almeno quanto il tema principale che è uscito da questo film per
diventare parte della cultura popolare, basta dire che i Ramones aprivano i
loro concerti con “The good, the bad and the ugly” e i Metallica lo fanno
ancora con “The Ecstasy of Gold” che è il pezzo che accompagna Eli Wallach
nella sua corsa a perdifiato tra le tombe. Una scena che dovrebbe essere
studiata a scuola per quanto risulta seminale, provata a guardarla senza audio,
il montaggio alternato, i continui stacchi di Leone che aumentano in frequenza
comunicano lo stato animo di Tuco, in preda all’estasi dell’oro, ma rimettendo
l’audio ci pensano le note composta dal maestro Morricone a portate tutto in
zona leggenda.

L’importanza della musica al cinema, in un’unica, grandiosa scena.

Sergio Leone da grande maestro di cinema quale era, sapeva
benissimo che quello era il momento chiave del suo film e non trovando in giro
per la Spagna un cimitero che fosse identico ai suoi bozzetti, ne fece
costruire uno dal suo scenografo, Carlo Simi che era un architetto che Leone
fece entrare nel mondo del cinema, ma aveva un problema: era un pochino sordo,
quindi non solo ha dovuto tener testa all’ossessione per il dettaglio di Leone,
costruendo centinaia di tombe tutte diverse una dall’altra, ma sul set i loro
siparietti erano notevoli: «Carlo fammele un po’ più sorte quelle tombe», «Che?
Le vuoi più grosse?», «STORTE! Ho detto storte», «E non urlare ti sento!»,
tutto così.

“Ok, adesso bisogna solo capire quale di queste è la bara volante”

Livello di dettaglio che non sentiva ragioni, pur di avere
un vero scheletro umano dentro la tomba, Leone costrinse tutti a fare i salti
mortali, fino a trovare una signora di Madrid, attrice in vita e morta
lasciando tra le sue volontà nel testamento di continuare a recitare anche
dopo la sua dipartita (storia vera). L’ultima scena lei (meglio, le sue ossa)
l’ha girata con Wallach, Van Cleef e Eastwood, diretta da Sergio Leone in un
capolavoro, ho visto carriere cinematografiche finire peggio di così!

Dicevo che la scena del cimitero e di “The Ecstasy of Gold”
andrebbe studiata che, poi, non è tanto distante dalla realtà, Spielberg che andava a scuola con George Lucas e John Milius alla University of Southern California di Los Angeles
questa scena l’hanno studiata per davvero per imparare a fare cinema e
considerando che USC è anche dove si è laureato John Carpenter è chiaro “Il buono, il brutto, il cattivo” sia il poster
che i nostri miti avevano in camera da ragazzi, colpiti anche loro al cuore (e
Ramòn continua a stare muto…) da uno dei più grandi film della storia del
Cinema.
Un film talmente grande che invece di terminare con una
scena madre, può permettersene altre due: il duello finale è così unico che è
stato necessario coniare un termine per descriverlo, il Triello (a cui abbiamo
reso onore anche su questa Bara),
dove la maestosità dei volti dei tre protagonisti viene esaltata dai primi
piani sempre più ravvicinanti e intensi di Leone e dalla musica di Morricone, che ti incolla allo schermo fino al suo apice.

Signore, signori, vi presento il Cinema. Quello migliore in assoluto.

So benissimo perché questo film mi colpì così tanto da
bambino: ok, è una pietra miliare della storia del cinema, il che di solito aiuta
parecchio. Ma il segreto è proprio nel modo di narrare del maestro Sergio
Leone, uno che con questo film ha portato a livelli paradisiaci la sua capacità
di pensare alle scene, non partendo dalle parole della sceneggiatura, ma già
dalle immagini dettagliate con cui avrebbe poi raccontato la storia sul grande
schermo. Il cinema di Leone non è mai verboso, i dialoghi mitici e divertenti
sono un aggiunta, il suo enorme talento era utilizzare anche il più
infinitesimale dei dettagli per arrivare a raccontare per immagini, facendo
cinema grande, enorme, il più grande di tutti.

Se questa non è una delle inquadrature più leggendarie della storia del cinema, mi mangio il cappello e anche gli stivali!

Musica e immagini che s’intrecciano in maniera indelebile,
in un film pieno di scene madri, anche quella finale è meravigliosa perché riassume
tutto: è una battuta che fa ridere, ma allo stesso tempo racconta alla
perfezione due grandi protagonisti opposti in tutto, inoltre sfuma in una frase
memorabile, perfetta unione di cinema e musica. La finisco qui, prima di andare troppo per le lunghe, non voglio vedervi corrermi dietro urlandomi: «Ehii Cassiiiidy… Lo sai di chi sei figlio
tuuu? Sei il figlio di una grandissima puttaaahaaah ahh! Waaaa waaa waaaa».

Per questo mercoledì (da Leone) é tutto, ci vediamo tra sette giorni, portatevi l’armonica, vi servirà. Intanto vi ricordo il post su questo film di la Fabbrica dei sogni.
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