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Il cacciatore (1978): un colpo solo, sì al cuore però

Ho investito un po’ del tempo extra che recentemente mi sono ritrovato nel modo migliore possibile, ovvero andando al cinema a rivedere “Il cacciatore”, tornato in sala restaurato per uno di quegli eventi speciali che davvero meritano, occasione perfetta per portare un po’ di Michael Cimino su questa Bara, nel corso dell’anno succederà ancora, consideratevi avvisati.

“Il cacciatore” ha un solo difetto sostanziale per quanto mi riguarda, ovvero il suo titolo italiano. L’originale “The Deer Hunter” non solo mette in chiaro l’importanza della filosofia del colpo solo esposta da Mike, il personaggio di Robert De Niro, ma fissa il punto di partenza dei protagonisti. “Il cacciatore” fa pensare a qualcuno che possa cacciare tutto e tutti, umani compresi, quindi mi è sempre sembrato un titolo più adatto a descrivere Mike alla fine del suo arco narrativo, ma vi rendete conto da soli che sono questioni di lana caprina (o di pelliccia di cervo), perché altrimenti questo post si ridurrebbe al più classico dei commenti da Social ovvero: Capolavoro! Che a ben guardare non sarebbe nemmeno sbagliato, ma i film di questa portata qui alla Bara, hanno la fascia rossa in testa dei Classidy!

Michael Cimino si era fatto le ossa, ma a dirla tutta anche un nome ad Hollywood, firmando le sceneggiature di titoli come 2002: la seconda odissea e Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan, anche se a breve qui sopra arriverà anche un post dedicato al suo esordio come regista, quindi sul bellissimo “Una calibro 20 per lo specialista” (1974) mordo il freno e mi scatenerò una volta sola quando sarà il momento. Va detto che tra i registi americani che hanno dato una sonora spallata alla settima arte, ovvero quelli della New Hollywood, Cimino è sempre stato quello più strapazzato, capro espiatorio ma anche bersaglio di un accanimento ammettiamolo, immeritato, tipico di chi ha volato troppo vicino al sole, come ha fatto il regista con “The Deer Hunter” che rappresenta indubbiamente il suo film più famoso, uno di quelli che conoscono tutti, anche chi non lo ha mai visto. Dei tanti reduci, giornalisti e storici che hanno portato testimonianze da quel pantano chiamato guerra del Vietnam (per noi occidentali americano-centrici, per loro era “solo” la guerra contro gli Yankee), nessuno ha mai scovato tracce di sadiche partite alla roulette russa, eppure ditemi se questa, oltre ad essere una delle scene più famose della storia del cinema, non è anche quella che nella mente di tutti, non solo riassume meglio la sporca guerra del ‘Nam, ma è anche una metafora in linea con la filosofia del “colpo solo” di Mike, di cui rappresenta il lato oscuro.

Questo vale come posa degli eroi della Bara.

Una genesi lunga quella de “Il cacciatore”, per la precisione quando Michael Deeley, co-fondatore della EMI Films, nel 1968 mise le mani sui diritti di un copione intitolato “The man who came to play” scritto da Louis A. Garfinkle e Quinn K. Rederer, la storia di un reduce che andava a Las Vegas per giocarsi tutto alla roulette russa, un elemento di fantasia che non solo è rimasto nel DNA di “The Deer Hunter”, ma ne è diventato l’elemento cardine, per raccontare un tabù di cui nessuno ad Hollywood voleva parlare: la guerra del Vietnam.

“Il cacciatore” comincia dove finiva American Graffiti, si spinge laggiù dove Milius non era voluto giustamente andare con Un mercoledì da leoni, tirando su una vicenda che funziona alla grande proprio perché il ‘Nam è evocato, ma mai raccontato. Fino a quel momento quella guerra era stata raccontata da Hollywood utilizzando chiunque altro al posto dei vietnamiti, come ad esempio i nativi americani di “Soldato Blu” (1970). L’unico altro film davvero speculare a quello di Cimino non può che essere “Apocalypse Now” di Coppola, uscito ad un solo anno di distanza e con Milius, sempre nella zona delle operazioni. Se Francis Ford ci portava nel “Cuore di tenebra” della guerra, per parlaci della sua insensatezza, Cimino per certi versi ci costringe a guardare l’orrore negli occhi, dal mirino del fucile. Un colpo solo.

La classe operaia, quella che viene spedita all’inferno.

Le caratteristiche del reduce di “The man who came to play” vengono spalmate da Cimino su tre diversi personaggi che ne incarnano ognuno una, nascono così Michael “Mike” Vronsky (Robert De Niro che azzera la distanza con l’altro grande reduce della sua carriera, il Travis Bickle di “Taxi Driver”), Nikanor “Nick” Chevatorevich (Christopher Walken dolcissimo come non è stato mai più prima, qui alimentato a riso e banane per dimagrire e dare risalto a quei suoi zigomi nel finale) e Steven Pushkov (John Savage), tre giovani rappresentanti della Pennsylvania più proletaria, personaggi abituati a guardare la vita attraverso lo spiraglio della maschera di protezione che utilizzano in fabbrica, tutti famiglia, valori, birra e biliardo con gli amici, tra una “Can’t take my eyes off you” da cantare in coro e la caccia, rigorosamente senza donne, come passatempo tra maschietti, perché morire tra le montagne o in Vietnam che cambia? L’unica differenza è la filosofia del “Colpo solo” di Mike, altrimenti non è leale, perché il cervo non può ricambiare la cortesia come facevano i soldati con il Piero cantato da De André.

Sarebbe uno sport se anche il cervo avesse un fucile.

Un elemento che può sembrare solo colore, ma con Cimino non lo è mai, considerando la sua storica meticolosità, è rappresentato dalle origini russo-americane della comunità di cui fanno parte i protagonisti. Immigrati di seconda generazione, con sulle spalle il peso del non detto, del loro doverselo meritare di essere piamente considerati parte della patria che amano («Io lo amo questo paese di merda, se mi succede qualcosa Mike, promettimi che non mi lascerai laggiù»), uno dei mille passaggi che amo di questo capolavoro lo mette in chiaro: Nick, con il cervello brasato dal trauma e da lì a poco, da varie sostanze, nell’ospedale militare non è più presente a se stesso, ma quando il medico gli chiede in maniera sospettosa se il suo non sia un nome russo, lui prontamente risponde «No, americano», rimmergendo di colpo dal suo stato mentale ormai irreversibile, ma sto andando troppo avanti, passo indietro.

Sarebbe stato bello poterli ricordare così.

“Il cacciatore” è il frutto del lavoro di Michael Cimino, nel bene e nel male, perché parliamo di un perfezionista che in nome della sua arte, non è mai andato troppo per il sottile, ad esempio, per liberarsi della consulenza in fase di sceneggiatura di Deric Washburn, i due hanno dovuto ricorrere ad una sentenza dell’arbitrato della Writers Guild, con il regista pronto a definire “Una mente squilibrata” il collega (storia vera). Allo stesso modo, mediare con l’etica e le abitudini di Cimino era quasi impossibile, Michael Deeley era consapevole, fin dalla prima lettura del copione, che la scena del matrimonio avrebbe richiesto il suo bel minutaggio, un momento chiave per definire i personaggi e le loro dinamiche, diciamo circa una ventina di minuti? Ecco no, perché Cimino era di un’altra idea, la sequenza copre tutto il primo atto di un film di cui il regista aveva diretto 180 chilometri di pellicola, da cui aveva scremato un primo montaggio (quindi non la copia lavoro) della durata di tre ore e mezza, con il budget già sforato prima della trasferta in Thailandia, per girare il cuore del film, ovvero la porzione ambientata in Vietnam (storia vera).

Cassidy ti sfido! Scrivi della parte nel ‘Nam! Ti sfido!”

Parliamoci chiaro, la storia, scritta dai vincitori, ci tramanda di un Cimino che di colpo, per il suo sogno matto chiamato I cancelli del cielo, abbia deciso di esagerare su tempi di lavorazione e costi, mandando la United Artists zampe all’aria e prendendosi la colpa di essere colui che ha messo fine a quel gran momento di creatività rappresentato dai registi della New Hollywood. Eppure i segni erano già tutti presenti fin da “Il cacciatore”, gli scout spediti in giro per gli Stati Uniti dal regista, hanno coperto centomila miglia tra viaggi in aereo, in autobus e in automobile per scovare le montagne giuste dove girare le scene di caccia, questo prima di portare tutti in Thailandia a rischiare l’osso del collo, tra piogge torrenziali e ratti giganti. La differenza tra I cancelli del cielo e Il cacciatore è essenzialmente solo una, il successo, quello per cui se lo hai, sei un genio eccentrico, se ti manca, sei solo un pazzo fallito. I due film sono entrambi meravigliosi, ma il rischiosissimo “The Deer Hunter”, costato tredici milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati (finirà per incassarne quasi cinquanta) ha avuto dalla sua cinque premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior montaggio (Peter Zinner sopravvissuto ai tanti montatori licenziati da Cimino), miglior sonoro (altro elemento che ha fatto lievitare i tempi di produzione e i costi del film) e miglior attore non protagonista ad un Christopher Walken che non si dimentica.

Si parla tanto, e giustamente, anzi in maniera sacrosanta, della bellezza della scena del matrimonio iniziale de Il padrino (Coppola, sempre Coppola, quando si parla di New Hollywood non può mai mancare), purtroppo non è altrettanto ricordata quella quasi speculare di “The Deer Hunter”, che in realtà come detto, più che una scena è una macro sequenza che dura tutto il primo atto e contiene al suo interno dieci momenti di cinema allo stato puro: quell’inquadratura spaccacuore, con la macchina da presa di Cimino che si allontana sull’abbraccio tra il prete e la sconsolata madre di Steven, che solo nel silenzio della chiesa riesce a dire quello che tutti sanno e ignorano, ovvero che i loro figli stanno per partire soldati. La scaramantica goccia di vino, che silente e inosservata macchia il vestito della sposa, non la vede nessuno degli invitati, ma Cimino si preoccupa di farla vedere a noi spettatori, rendendoci consapevoli che il destino della coppia è già tragicamente segnato.

Si parla sempre dei matrimoni organizzati da Coppola, ma quello di Cimino? Parliamone!

Vado avanti? Per me c’è un film nel film nella scena «In culo», quella con il reduce al bancone, che non si fa offrire da bere dagli entusiasti ragazzotti pronti e gagliardi, vogliosi di andare laggiù a fare il loro dovere. Se è la prima volta che vi capiterà di vedere “Il cacciatore”, il silenzio anche un po’ maleducato del veterano potrebbe passare per un ammonimento, tipo l’anziano degli horror che dice ai ragazzi di tornare indietro finché sono in tempo. Se invece vi capiterà di rivederlo, quel personaggio è quasi una proiezione futura dei tre protagonisti.

Sembra una scena di raccordo, ma è una visione del futuro dei protagonisti.

La lunga sequenza, che in realtà è tutto il primo atto del film è tutto così, costellata di momenti in cui è impossibile non affezionarsi a questi personaggi resi in maniera così realistica, sia quando sono teneri come Linda, il personaggio di Meryl Streep – praticamente un film nel film con una storia tutta sua interessantissima e sofferta – oppure quando sono simpatici ma insopportabili nel loro spavaldo atteggiarsi, come Stanley “Stosh”, interpretato da John Cazale, uno che si sente forte con la pistola, e che si merita un paragrafo tutto suo.

Se volete vedere bei film buttatevi sulla filmografia di Cazale.

Cazale, una manciata di film in carriera e tutti fondamentali, qui era già segnato dalla malattia che lo ha portato via troppo presto, infatti Cimino ha girato le sue scene per prime. Sentimentalmente legato a Meryl Streep nel periodo delle riprese, poté contare sull’appoggio anche economico di De Niro, che pagò di tasca sua i soldi che l’assicurazione non voleva mettere pur di poterci recitare insieme nel film (storia vera) e se ci pensiamo, Stanley non è nemmeno uno del trio chiave della storia, ma è un personaggio che funziona alla grande per contrasto, in un film contemporaneo sarebbe una macchietta, in un gioiello come “Il cacciatore” anche lui ha tutto un suo arco narrativo, quasi a specchio rispetto a quello di Mike, che sfocia nell’apice drammatico della seconda scena di caccia: un personaggio che gioca con la pistola per farsi grande, contro uno che ha basato la sua etica sulla filosofia del singolo colpo.

Proprio sul quell’unico colpo, sparato al cervo durante la scena di caccia tra le montagne, Cimino mette su un ellisse narrativo che si trasporta tutti laggiù in Vietnam, e quando dico tutti, intendo proprio tutti, visto che come specificato, nessuno tra quelli che ci sono stati parlano di crudeli sessioni di roulette russa, ma la metafora resta incredibilmente efficace, il Cinema si fa simbolismo perfetto per riassumere una guerra che ha tolto l’innocenza ad una nazione, come qui fa con i protagonisti. Con quel suo cinismo, Cimino ha portato il pubblico nel ‘Nam spiegando meglio di mille documentari il disagio dei reduci, la loro impossibilità a tornare a casa per davvero, anche se tornati fisicamente in patria, integri come Mike, spezzati nel corpo come Steven o dispersi, nella loro mente e ancora laggiù come Nick.

Un reduce non torna mai veramente a casa, nemmeno quando torna a casa.

Tutta la sequenza della roulette russa mette in chiaro che i protagonisti si trovano all’inferno, non esiste un altro modo per descriverla, gli schiaffi in faccia ricevuti dagli attori, su richiesta del regista, erano tutti autentici perché autentiche dovevano essere le loro reazioni (storia vera), perché “Il cacciatore” non è un film che parla di droga, roulette russa o Vietnam, visto che utilizza un simbolismo bello grosso per farlo, ma è un film che parla di come le persone reagiscono alla pressione in maniera diversa: Mike sembra un egoista quando dice a Nick che Steve non ce la farà, bisogna lasciarlo indietro se loro due vogliono salvarsi, ma poi è quello che se lo carica in spalla ferito, che torna a Saigon a cercare l’amico. Allo stesso modo Nick, il puro, è quello che ne esce frantumato, completamente corrotto proprio lui, che era convinto che sarebbe tornato tanto da dirlo proprio a Linda, nella scena del bouquet. Non ci sono buoni o cattivi in questa storia, malgrado le accuse di razzismo per la rappresentazione dei Vietcong portate a casa dal film (in quanto parte del simbolismo, sono gli unici personaggi a non essere caratterizzati, insieme al faccendiere francese), abbiamo solo personaggi realistici che reagiscono in maniera realistica ad una pressione che nessuno dovrebbe mai subire.

Tempo e pressione, si riduce tutto a questo, tempo e pressione.

Dico sempre che Robert De Niro al suo meglio, era un attore in grado di fare paura stando fermo, qui quando prende gli schiaffi in faccia e minaccia di ammazzare tutti, è totalmente credibile, anche se De Niro qui porta in scena un personaggio che il suo tormento se lo porta tutto dentro, si sente tutta la responsabilità nei confronti dei suoi amici che lo consuma. Quando come Ulisse torna a casa (trasformato in tutto e per tutto nel reduce “In culo” solo al bancone) alla festa di bentornato non ci va, si chiude in stanza da solo, senza dialoghi ma come spettatori, lo sappiamo tutti a cosa sta pensando, ai suoi amici, alla roulette russa, perché per i protagonisti e per noi spettatori, esiste una vita prima di aver visto “Il cacciatore” e una dopo averlo fatto.

Forse l’unica parte poco credibile, per stessa ammissione dell’ultra rigoroso Cimino, consiste nel ritorno a Saigon di Mike, ma più che altro perché un maniaco dei dettagli come lui, avrebbe voluto raccontarci TUTTO del suo arrivo e delle sue indagini sul posto, il che avrebbe garantito altre tre ore di film come ridere, per nostra fortuna invece, il regista passa direttamente all’apice emotivo di un film che non ne risparmia nemmeno uno. Se fino a quel momento Mike era stato l’operaio di acciaieria di “ferro” con un’etica quasi da Samurai e Nick il puro, il tenero, l’ottimista malgrado tutto, nel finale i ruoli si ribaltano, Nick è talmente perso da risultare lui quello irremovibile nel continuare a puntarsi la pistola alla tempia, Mike invece si scioglie nelle lacrime disperate di De Niro che cerca di tirare fuori l’amico dal buio in cui è sprofondato con tutto quello che ha, ricordandogli le montagne, mentre Cimino, con il cinismo che solo la vita è in grado di sfoggiare, prima inquadra i buchi sulle braccia di Nick e poi per un secondo, ogni volta, ad ogni visione, ci illude che dietro al sorrido di Walken si sia risvegliato qualcosa: «Un colpo solo», sì al cuore però.

Una delle scene più memorabili e dolenti della storia del cinema.

La pagano molto cara la loro volontà di sentirsi a pieno titolo parte del sogno americano questi ragazzi, ancora credono nella loro patria ma un film che inizia con un matrimonio, finisce con un funerale, coda strumentale in musica, dove in maniera ovviamente cinica e satirica, Cimino fa cantare ai suoi sopravvissuti “God bless America”, si però a che prezzo.

Il successo al botteghino di “The Deer Hunter” rese ppssibile anche ad altri registi di poter iniziare finalmente ad utilizzare il cinema per elaborare quel lutto collettivo che per gli Stati Uniti è stata la guerra del Vietnam. Il film di Cimino è cinematograficamente parlando tanto potente, che persino John Woo, quando ha fatto il suo film sul ‘Nam, si è rifatto più alla simbolica scena della roulette russa che ai fatti, un cortocircuito tra finzione e realtà che ha trovato il suo apice durante la cerimonia degli Oscar, il 9 aprile del 1979.

Non una festa, più una veglia funebre sulla morte del sogno Americano.

A consegnare l’Oscar più importante a “Il cacciatore”, quello per il miglior film, è stato John Wayne, il Duca, il vecchio cowboy con la schiena ancora dritta come lo abbiamo sempre visto in carriera ma già consumato dalla malattia, al centro di un ideale passaggio di testimone, lui, l’uomo immagine dell’unico film di Hollywood prodotto fino a quel momento sul Vietnam, il propagandistico “Berretti verdi” (1968), dove il Duca, talmente abituato ai Western, teneva in mano l’M16 come se fosse un Winchester, è quello che, quella notte, consegnando il premio, ha aperto la diga ad Hollywood: ora era possibile parlare di Vietnam in modo realistico, Cimino aveva spianato la strada e lo faremo anche su questa Bara, intanto sono ben felice di aver impiegato un po’ del mio tempo, i 183 minuti di durata di questo capolavoro, nel modo migliore possibile.

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  1. Vedo solo adesso che mi ha preso due volte il commento però giusto così, perché quando si festeggia un ritorno importante allora tutto dev’essere non come prima, ma di più 😉

    • Dopo il tempo passato senza Bara, ci sta tutto il doppio commento di ritorno in attività, grazie per la pazienza a e bentornato! 😉 Cheers

  2. Un eccellente post per un indiscusso capolavoro (“Il cacciatore”) che segna un assai gradito ritorno (il tuo) 😉
    Di mio, aggiungo soltanto la citazione ad opera di Renato Pozzetto nel film “Sono fotogenico” con suo nonno che, dopo averlo visto imitare De Niro nella celebre sequenza della roulette russa, lo apostrofava con un “a te ti hanno battezzato con l’acqua dei ravioli” 🙂
    P.S. Ho visto che eri già tornato alla chetichella da un po’, anche se sono ripiombato sulla nuova Bara solo adesso…

    • Devo trovare il tempo di mettere in funzione la Newsletter, ma quello che conta è essere tornati tutti 😉 Cheers

  3. Un eccellente post per un indiscusso capolavoro (“Il cacciatore”) che segna un assai gradito ritorno (il tuo) 😉
    Di mio, aggiungo soltanto la citazione ad opera di Renato Pozzetto nel film “Sono fotogenico” con suo nonno che, dopo averlo visto imitare De Niro nella celebre sequenza della roulette russa, lo apostrofava con un “a te ti hanno battezzato con l’acqua dei ravioli” 🙂

    • Grazie mille capo, ecco quel film forse mi manca, ma mette in chiaro come Cimino abbia sfornato un’opera parte della cultura popolare 😉 Cheers

  4. Leggevo delle travagliatissime riprese di certi film e tra licenziamenti, cambi in corsa, intere troupe spostate in giro per il mondo scopri delle robe allucinanti.
    In quel periodo certi registi chiedevano la luna, davvero.
    E il bello era che la ottenevano pure…
    Vien da chiedersi quanto sarebbe durata Hollywood, a furia di tutti quegli sperperi.
    Concordo che un autore ha la sua visione e come tale va rispettata, ma una regolata dovevano darsela prima o poi.

    • Non tanto diverso da quello che succede ora, con la differenza che almeno erano autori con vera creatività, Cimino ha avuto la sfiga di fare da capro espiatorio per un sistema, dell’andamento ciclico, nel momento in cui stava per saltare. Cheers

  5. Che roba! Ottimo post che parla di un film che ha segnato davvero un prima e un dopo. Capolavoro mi sembra la parola adeguata, e mi hai messo voglia di rivederlo…

    • Allora vuol dire che ho fatto il mio dovere 😉 Cheers!

  6. Capolavoro.
    Mi sono gustato il tuo post, per quanto si puo’ gustare uno schiaffazzo in faccia di quelli pesanti. Quasi quanto quelli che i nostri eroi pigliano a ripetizione dai loro crudeli aguzzini.
    Battute a parte, non mi sento di aggiungere altro. Perche’ rischierei di apparire inadeguato.
    Tutto a dar la colpa a Cimino, comunque.
    In realta’ si auguravano che fallisce, prima o poi.
    Chi piu’, chi meno, tutti in quel periodo hanno esagerato e sono andati oltremisura.
    E Friedkin, allora? Col suo “Il Salario della Paura”?
    Un tonfo e un bagno di sangue ancora piu’ clamorosi.
    Io sono convinto che la qualita’ ha un prezzo. E nella resa lo si vede che quei soldi sono stati tutti ben spesi.
    Ma divento’ necessario, vitale trovare il giusto compresso tra pretese autoriali e ingerenze produttive.
    E allora anche i disastri come i due film citati sono serviti a qualcosa.
    Non a caso, a cavallo tra la fine di quel decennio e l’inizio del successivo si gettarono le basi per quel cinema che ha fatto e che fa la differenza ancora oggi.
    Con un occhio principalmente al botteghino, ma pronti ancora a dar mezza possibilita’ a un talento emergente con una buona idea tra le mani.
    Un nome su tutti.
    Rocky.
    Ma due parole su questo Classi(do) le voglio spendere.
    Un gruppo di amici per la pelle alle prese con la piu’ grande tragedia delle loro vite, che li travolgera’ e perdera’ tutti.
    Commoventi nella loro stoica convinzione che insieme e uniti potranno superare qualunque avversita’.
    Si sbaglieranno, e di grosso. Il discorso non vale per tutto, purtroppo.
    La guerra e’ una cosa troppo grande, troppo grossa, troppo brutta e terribile.
    Un dolente, elegiaco ritratto di una generazione andata perduta per sempre.
    Spesso il Vietnam viene visto come un’onta. O la lezione di cui l’america aveva bisogno. O come una figuraccia di proporzioni ciclopiche.
    Io ho visto solo tanti ragazzi, che delle loro vite potevano far qualcosa di buono e di bello, finire inghiottiti da fitte giunge e da un conflitto assurdo.
    Oppure abbandonati a se’ stessi in balia di invalidita’, dipendenze e traumi irreversibili a cui non potevano assolutamente far fronte.
    Vero, la parte finale forse non sara’ molto realistico, ma a livello di dramma e’ il picco massimo.
    Il matrimonio, forse, l’ho trovato un po’ estenuante.
    Come tutti i matrimoni, del resto.
    Ma ci sta. Mostra un mondo che ben presto non sara’ mai piu’ cosi’.

    • “Il Salario della Paura”, in quel periodo uscivano film del genere e poteva permettersi il lusso di non avere successo. Cimino è un altro “maledetto”, però il suo cinema non si discute, meraviglioso. Cheers!

  7. Me lo sono rivisto anch’io in sala qualche settimana fa. E che gli vuoi dire a sto Classido? Anche se l’abbiamo visto e stravisto, non si può fare a meno di non graffiare i braccioli delle poltrone nella scena della roulette russa, di farsi venire i lucciconi quando sullo schermo appare Cazale, di notare i piccoli dettagli sparsi che uno come Cimino ha sparso nel primo atto,… Fino a sperare inutilmente che quell’accenno di sorriso di Walken, questa volta porti ad un lieto fine. E niente, mi ha sconvolto pure questa volta. Svuotato. Un viaggio senza muoversi dalla sala (giusto per citare DUNE, romanzo…) regalatoci da Cimino che ci ha portati tutti laggiù, nel Viet-fottuto-Nam.

    Per quanto valgono le (personali) classifiche, da sempre metto IL CACCIATORE lassù, nel podio dei migliori di sempre.

    • Capisci, dovevo per forza portarlo sulla Bara Volante, per forza. Cheers!

  8. Io ce l’ho in bluray, anche se il mio preferito di Cimino è e resta quel capolavoro assoluto del suo cinema che è I Cancelli del Cielo. Con Il Cacciatore, Cimino si conferma un autentico maestro del cinema, col film successivo un genio assoluto; ma sono in pochi ad averlo capito.

    • Sempre amato il cinema di Cimino, nel corso dell’anno tornerà a trovarci sulla Bara 😉 Cheers!

  9. Una idea per il mio amico ed ex allievo Don Carrisi: qualcuno regala a Dustin Hoffman un vecchio 33 giri di Luca Carboni e l’attore riflette sul fatto che da allora ogni tanto ha fatto un flop come Ishtar, Family Business e Mad City. DH decide di rapire LC e di tenerlo sequestrato in una sorta di Batcave attrezzata come uno studio di registrazione dove il cantante è costretto a cantare e ricantare Farfallina se vuole pasti di pane e acqua. Lo salverà un profiler interpretato da Mara Maionchi. Pazienza. Ciao ciao

    • Un po’ Seven un po’ Saw un po’… X-Factor? Potrebbe andare forte sulle piattaforme di streaming, magari anche musicale 😉 Cheers!

  10. Carabara, io sono fisionomista, ma in modo crepascolare, e per tanto tempo mi sono baloccato con il fatto che per me il giovane John Savage sembra progettato dal cartoonist Gil Kane che aveva creato un personaggio di nome Savage nel 1968. Una di quelle cose senza senso che forse Jung avrebbe potuto spiegarmi. Nella stessa categoria noto che il giovane Cimino assomiglia a Sorrentino ed il vecchio Cimino a Phil Spector. E’ tutto quello che posso dire per The Deer Hunter perchè 1) un mio vecchio amico cinefilo piange sempre quando vede il finale del film 2) alla fine del percorso Mike ha una idea di come funziona il nostro mondo e non è qualcosa con cui baloccarsi dopo il crepuscolo, se si vuole dormire sereni come un bimbo 3) sospetto che Chris Walken (bello come un angiolo secondo Crepascola nei suoi gg di attor giovane ex dancer) non si sia mai ripreso e viva anche oggi leggermente sfasato rispetto alla Realtà Prima 4) è davvero un peccato che Cazale ci abbia lasciato così presto. Mm. Ciao ciao

    • D’accordo su tutti i e quattro i punti, Walken ha sacrificato la sua purezza qui e per Cronenberg diventanto il tipo qualunque, John Smith, dall’altra parte rispetto a dove esce la pallottola. Se mi citi Gil Kane io sono sempre felice 😉 Cheers!

  11. Bei tempi quando Robert Deniro, come Dustin Hoffman, non sbagliava un film (piccola citazione musicale 😜)

    • Ottima per altro, ma per un titolo così bisogna giocarsi solo il meglio 😉 Cheers

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