Home » Recensioni » Il cameraman e l’assassino (1992): chi non è colpevole smetta di guardare

Il cameraman e l’assassino (1992): chi non è colpevole smetta di guardare

All’inizio dell’anno, di solito tiro giù una lista di titoli, film che
compiono gli anni nel corso dell’annata in corso, di cui mi piacerebbe
festeggiare il compleanno qui sulla Bara.

Uno dei titoli della lista del 2022 era “Il cameraman e l’assassino”, che avevo visto una sola volta circa un’era geologica fa. I suoi primi trent’anni
erano quindi l’occasione ideale per scriverne, l’ultima edizione del ToHorror è venuta
in mio soccorso, mettendo in programma il film e invitando il regista Rémy
Belvaux alla proiezione, occasione per lui per raccontare qualche aneddoto di
produzione e in generale, di percorrere una passeggiata lungo il viale dei
ricordi, di quando insieme a André Bonzel e Benoît Poelvoorde, all’epoca
giovani e squattrinati compagni d’accademia, utilizzarono le attrezzature messe
a disposizione dalla scuola per correre dietro al sogno di girare un film senza
un soldo.

Un film scelto come ciliegina sulla torta della retrospettiva “F for True” del
ToHorror, dedicata al rapporto fra realtà e finzione nel cinema, non è un caso
che una delle prime proiezioni del festival Torinese sia stato The Blair witch project, film che deve
parecchio all’operazione messa su da Rémy Belvaux, che richiede a nostra volta,
un salto indietro nel tempo.

«Di’ “anni ’90” un’altra volta, di’ “anni ’90” un’altra volta! Ti sfido, due volte, ti sfido» (quasi-cit.)

Per il cinema indipendente dei primi anni ’90, questo film
belga girato senza spiccioli è stato molto importante, quando Kevin Smith ha
diretto il film più indie di tutti, sicuramente aveva più in testa l’esempio di
Richard Linklater rispetto a “C’est arrivé près de chez vous”, ma per mezzi,
uso del bianco e nero e di attori non professionisti, e se vogliamo anche per
un certo umorismo nero, un po’ anche Clerks
è debitore di questo film.

Sicuramente lo è il già citato The Blair witch Project, la cui celebre scena finale nulla mi
toglie dalla testa che non sia un omaggio a questo film, visto che sono quasi
identiche. Anche perché il film del 1999 è quello che si cita sempre quando di
parla di “mockumentary”, oppure finti documentari se vogliamo dirlo in
italiano, mentre il film di Rémy Belvaux, pur avendo le stesse caratteristiche
era comunque un passo in avanti. Direi che ci sono gli estremi per il Classido, voi che dite?

Il titolo italiano è coerente con il contenuto del film, ma
passa come pialla sull’originale “C’est arrivé près de chez vous” letteralmente
“È successo vicino a te”, come a voler sottolineare un realismo che in realtà,
il film non cerca mai per davvero, perché il suo impegno è quello di ribadire
quanto il cinema sia finzione.

La trama è molto semplice, Benoit “Ben” Patard (Benoît
Poelvoorde) sta su un treno e pronti via, prima strangola una passeggera ignara
e poi ci spiega come zavorrare i corpi, per farli scomparire sul fondo del
fiume. Siamo al primo minuto del film, così, per la nuda cronaca.

Non è una tenda da campeggio quella, così, per amor di cronaca.

Ben è seguito in quello che potremmo cinicamente definire,
la sua normale routine lavorativa da assassino seriale, da una troupe
televisiva impegnata nella realizzazione di un documentario, testimoni diretti
di tutti gli omicidi e gli sproloqui di Ben, uno che non si fa problemi ad
ammazzare il postino per rubargli la divisa, in modo da poter girare
liberamente tra le case delle persone, in modo da poter individuare quelli più
ricchi da colpire, non perché sia uno guidato da uno spirito alla Robin Hood,
anzi, Ben non ha proprio nulla dell’eroe romantico, diciamo che è uno schifoso
bastardo, razzista come la merda – lo mette in chiaro quando uccide l’operaio di
colore e poi inizia a snocciolare frasi degne di Borghezio – il tutto con un suo perverso
senso dell’umorismo e una famiglia tutta matta che per altro, lo porta in palmo
di mano, basta dire che la madre di Ben nel film è interpretata dalla vera
madre dell’attore, Jacqueline Poelvoorde Pappaert.

Occhio che arriva una parola da cinefili, il cortocircuito
(vi avevo avvisati) tra realtà e finzione è totale ma anche palese, la troupe
segue Ben proprio come Rémy Belvaux segue il suo attore protagonista, mentre ne
combina una più del diavolo, con abbondanti dosi di umorismo nero, se non
nerissimo: Ben fa venire un infarto ad un’anziana signora oppure alla sua festa
di compleanno, spara più o meno volutamente in faccia ad uno degli invitati,
prima di tornare a tagliare tranquillo la torta e qui, si vede perché il film
piace tanto a Quentin Tarantino, perché un paio d’anni dopo avrebbe fatto quasi
lo stesso con John Travolta e il povero Marvin, seduto sul retro dell’auto.

«Non sapevo stessimo girando un documentario sulle poste»

“C’est arrivé près de chez vous” fa propria la lezione di Michael Powell, se all’inizio c’è una
certa dose di distacco, ad un certo punto anche la troupe inizia a porsi dubbi
morali, avrebbero abbastanza materiale per passare al montaggio, ma un po’ per
avidità, un po’ per voglia di continuare a guardare, non smettono di girare e a
questo punto diventano complici, proprio come noi spettatori. Continuando a
guardare siamo a nostra volta colpevoli delle efferatezze di Ben, se vogliamo
un tema che Michael Haneke avrebbe ripreso (due volte) con i suoi “Funny games”.

Anche perché “Il cameraman e l’assassino” gioca a carte
scoperte, Ben sarà anche uno che parla di cinema e di architettura, quindi non
nasconde aspirazioni di cultura alta, ma poi è mosso dai più bassi istinti,
quelli che ne fanno puro materiale da cinema perché andiamo, se fosse stato un
colto professore impegnato a parlarci di cultura dalla poltrona di casa sua,
come pubblico avremmo deciso di seguirlo? Si sa che il male ha un fascino
maggiore, infatti Ben sembra saperlo, alla festa di Natale si veste da prete,
si ubriaca e parte a sbraitare che è lui il cinema, non lo stanno cacciando dalla
festa e lui che se ne va, e con lui, se ne va anche il cinema stesso, perché è lui
quello che mette in moto tutti gli eventi.

Il Grinch? Un vero dilettante a suo confronto.

Che a ben guardare, sarebbe anche la verità, ma è il fatto che qualcuno continui a
riprendere a rendere le sue azioni cinema, quindi quel certo grado di distacco iniziale con
il passare dei minuti scompare. L’apice arriva quando i membri della troupe diventano complici di Ben, nella terribile scena dello
stupro, me la ricordavo tremenda ma mi sono ritrovato ad annodarmi sulla
poltrona del cinema Massimo, brrrr!

A quel punto vale tutto, perché la distanza tra l’assassino,
chi lo riprende e noi spettatori che assistiamo (in parte complici) è stata
azzerata, utilizzando un registro grottesco, sempre meno carico di umorismo
nero con il passare dei minuti, “C’est arrivé près de chez vous” non finge mai
di essere realtà. The Blair witch project era stato venduto al grande pubblico come un vero nastro recuperato, found footage appunto, il film di Rémy
Belvaux ad una prima occhiata potrebbe passare per un falso documentario,
quando invece è tutta finzione, che ci chiede di riflettere sul nostro rapporto
con la violenza sullo schermo, ma anche su come la realtà viene raccontata. Proprio come Ben il film è pazzo, selvaggio, violento, volutamente cinico e
disgustoso, ma siamo noi spettatori che decidiamo di diventare suoi complici
guardandolo.

É il cinema, bellezza. E tu non puoi farci niente, solo guardare.

Il finale porta tutto alle estreme conseguenze, nel 1999 Daniel
Myrick ed Eduardo Sánchez lo hanno declinato in chiave horror, anche se di
fatto già lo era, solo che alla fine di The Blair witch project torni ad essere
spettatore, recuperi quella distanza iniziale, i ruoli ritornano quelli di partenza,
con il dubbio che forse quello che hai visto, poteva essere anche realtà, anche
se non è così. Alla fine di “C’est arrivé près de chez vous” sei perfettamente
consapevole per tutti i 95 minuti della sua durata di stare assistendo a pura
finzione, ma un po’ ti senti colpevole lo stesso, i titoli di coda senza musica
che scorrono sono come la doccia dello sconfitto, quella che fai dopo una
partita persa.

Insomma, ci tenevo moltissimo a questo compleanno sulla
Bara, ho trattato un po’ di titoli legati allo sguardo nel corso dell’anno,
quindi “Il cameraman e l’assassino” non poteva mancare. Grazie al ToHorror per
avermi fatto soffrire come nelle intenzioni originali di Rémy Belvaux per il
suo pubblico, ovvero sul grande schermo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    Film del Giorno

    World Trade Center (2006): su per le scale, dentro il fuoco

    Il cielo stava cadendo e si macchiò di sangue / Ho sentito che mi chiamavi, ma sei scomparso nella polvere. Su per le scale, dentro il fuoco / Su per [...]
    Vai al Migliore del Giorno
    Categorie
    Recensioni Film Horror I Classidy Monografie Recensioni di Serie Recensioni di Fumetti Recensioni di Libri
    Chi Scrive sulla Bara?
    @2024 La Bara Volante

    Creato con orrore 💀 da contentI Marketing