
Una storia come Il ritorno del Cavaliere Oscuro è una leggenda che ha cambiato per sempre il modo di raccontare i supereroi. Nel 1986 Frank Miller aveva fatto saltare in aria il fumetto americano, lasciando dietro di sé una nuova ossessione per il lato oscuro di Gotham e il suo Crociato, partire da lì per scrivere un prequel è rischioso, ambizioso, inevitabilmente destinato a fare i conti con la grandezza dell’originale e incurante del pericolo, insomma puro Miller.

Eppure nel 2016, trent’anni dopo quella pietra miliare, lo scrittore ci prova, affiancato dal suo badante ufficiale Brian Azzarello ai testi e da John Romita Junior ai disegni – lo stesso Romita che aveva già collaborato con Miller su “L’uomo senza paura” – la squadra è autorevole, eppure il risultato sorprendentemente prudente. L’ultima crociata indaga il declino fisico e morale di Bruce Wayne, la stanchezza che precede il ritorno del mito, mentre Arkham Asylum tenta di contenere un Joker che, per quanto intelligente, qui non è più satira caustica sul politicamente corretto che a Miller sta sempre stretto, è solo il vecchio pazzo di sempre.
Batman appare fiaccato, senza la rinata motivazione che in The Dark Knight Returns lo rendeva stoico nonostante gli anni, e deve fare i conti con un Robin sempre più propenso alla violenza, incapace di frenarlo. Non c’è lo splendore giovanile del Robin originale, qui la gioventù è inquieta, ribelle, e l’assenza di contrappesi morali rende tutto più cupo.

I disegni di Romita Junior sono solidi e azzeccati, e va detto che nella sua “Epoca DC” non è sempre stato così (anzi!), la colorazione di Peter Steigerwald ricorda lo stile di Lynn Varley, e le soluzioni visive richiamano il modello del 1986: vignette-teleschermo, inquadrature iconiche e composizioni teatrali. Ma ciò che nel 1986 era rivoluzionario, nel 2016 appare ormai acquisito e quasi canonico, la sensazione è quella di guardare un prequel fedele e curato, ma incapace di sorprendere davvero: il confronto con il Cavaliere Oscuro originale è impietoso, ogni rottura narrativa sembra smorzata dalla prudenza. Anche il non finale, rimanda alle “Morti in famiglia” che furono ma senza mostrare nulla, scelta per lo meno spiazzante.
Nonostante tutto, “L’ultima crociata” resta scorrevole e godibile, una storia che i fan possono apprezzare, ma è impossibile non percepire il peso del confronto con un’opera seminale che ha cambiato un genere. Questo fumetto risulta quindi un compendio che se letto non aggiunge molto, se ignorato, vabbè! Avete capito.


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing