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Il colore dei soldi (1986): il colpo da maestro di Martin Scorsese

Se vi dicessi che i famigerati “Legacy sequel”, quei film che rilanciano un vecchio titolo, con vecchie glorie e nuovi virgulti, fossero stati inventati dal protagonista della rubrica del venerdì della Bara? Bentornati a… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Ok, ora che con la mia iperbole iniziale l’ho sparata grossa facendo beh, lo spaccone (occhiolino-occhiolino), possiamo iniziare la partita per davvero. Nemmeno il rilancio artistico avvenuto con Fuori orario ha permesso a Martin Scorsese di poter avere finalmente il via libera per il film che davvero avrebbe voluto realizzare, il suo controverso, già prima di esistere, “L’ultima tentazione di Cristo”, ecco perché il Buon Vecchio Zio Martin si è ritrovato a fare qualcosa, che qualunque autore non fa mai volentieri e lui meno che mai, un film su commissione.

Per alcuni, “Il colore dei soldi” è stato solo un modo per permettere a Paul Newman di tirare la volata finale e portarsi a casa un meritato premio Oscar, in realtà dietro a questo film c’è molto di più, io ho volutamente esagerato chiamandolo un “Legacy sequel”, ma di questo a suo modo si tratta, perché in maniera molto colta, Scorsese si sarà anche “sporcato” le mani, dirigendo un numero due, ma ha scelto per lo meno di raccontare la storia di un numero uno.

Innegabile che il nostro Paolo Uomonuovo, fosse un numero uno.

Tutto comincia nel 1959, con il romanzo “The Hustler”, scritto da Walter Tevis, un successo immediato che oscura il mondo delle partite di biliardo a cui si ispirava, perché in un attimo, tutti i truffatori che campavano di soldi spillati al tavolo verde, andavano in giro professando di essere stati l’ispirazione per “Fast” Eddie Felson, tanto che Tevis, stremato dalle continue domande e dall’andirivieni di questi arrivisti, impose al suo editore di aggiungere una postilla, ovvero che tutti i personaggi del libro non sono altro che il frutto della fantasia del suo autore, ispirati a NESSUNO, anche se la frase più interessante che Tevis ha voluto far aggiungere nelle successive ristampe è un’altra, se volete conoscere tutti i dettagli, passare a trovare Il Zinefilo, che libro, film e suoi derivati, li ha raccontati mille volte di quanto potrei mai fare io.

Il film uscito sull’onda del successo del romanzo, nel 1961 e diretto da Robert Rossen, regala a Paolo Uomonuovo un ruolo mitico, per una storia che al cinema però va per la sua strada, tornando improvvisamente di moda a metà degli anni ’80, ma sempre da Walter Tevis bisogna passare, autore che ha scritto di personaggi benedetti dal dono del talento e il suo, lo ha sprecato per anni.

Scusate, ma non si giocava con una sola palla bianca?

Si perché dopo “The Hustler”, il nostro, mettendo avanti scuse sulla sua professione di professore universitario a tenerlo occupato, non ha mai più scritto molto, dedicandosi più che altro a divorzi e alla bottiglia. All’inizio degli anni ’80 però il nostro si era dato una bella ripulita, aveva mollato l’università per darsi alla scrittura a tempo pieno, il risultato però è arrivato troppo tardi, più che altro era un seguito tardivo scritto da un autore che non era più un trentenne talentuoso ma un cinquantenne logorato dalla vita. Con un titolo tratto da una frase del primo capitolo, nel 1984 Tevis pubblicò “Il colore dei soldi” e, tenetevi forte, “La regina degli scacchi”, storia che tutti conoscete grazie all’adattamento di Netflix, che per altro ha le stesse caratteristiche delle sue storie sul giocatore di biliardo: un vincente, benedetto dal dono del talento, ma incapace di avere connessioni e relazioni vere con i suoi simili.

In questo seguito, lo spaccone Fast Eddie torna per affrontare il nuovo mondo del biliardo, con i suoi nuovi stili di gioco e personaggi, ha problemi di vista ma come la regina di scacchi, risolve tutto così, perché tanto lui ha il potere del talento e fine delle trasmissioni. Un seguito poco ispirato, per un autore che il suo di talento, lo ha sprecato e ci è tornato drammaticamente troppo tardi, visto che il destino è passato a bussare alla sua porta chiedendogli il prezzo più alto, in quello stesso anno Tevis muore di cancro senza mai vedere l’adattamento cinematografico del ritorno del suo spaccone. Se nel 1961 Robert Rossen aveva adattato quasi pagina per pagine il primo libro, nel 1986, lo sceneggiatore Richard Price modifica quasi tutto facendo la scelta migliore possibile, dopo quella della Touchstone, di affidare il tutto a Martin Scorsese.

Solo nella finzione Forest Whitaker poteva spillare soldi a Newman in uno sport.

Per arrivarci però, bisogna passare da Irving Axelrad, avvocato di Paul Newman che dopo aver messo mano ad una copia del seguito scritto da Tevis, l’ha subito proposta al suo poco convinto assistito, la Fox vorrebbe far uscire immediatamente un film, ma poi non ha abbastanza budget e l’avvocato tratta un ingaggio per Paolo Uomonuovo di duecentocinquanta mila fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti che fanno cambiare idea all’attore, quasi quanto una chiacchierata con Price, entrambi concordano che il libro è quasi tutto da buttare, resta il torneo finale, un abbozzo di confronto tra il vecchio Fast Eddie e il nuovo modo di giocare a biliardo e si dà molto più spazio al confronto generazionale, anche perché tra le mani la Touchstone ha un giovane divo in rampa di lancio come Tom Cruise.

Generazioni di spacconi a confronto sul tavolo verde.

La campagna mediatica è di quelle di livello, Eric Clapton sforna It’s in the Way That You Use It (con relativo videoclip) a supporto del film e il Time fa uscire una doppia copertina con Cruise/Newman e Newman/Cruise, da vendere al pubblico in base al proprio preferito, anche se i due fan più improbabili di questo film, vanno cercati altrove.

L’allora giovanissimo John Carmack, colpito da una scena in particolare del film, quando poco dopo con l’amico John Romero si ritrovò a sviluppare un loro videogioco, scelse il nome proprio in base a quella scena che gli era rimasta impressa: Tom Cruise che entra nella sala da biliardo con la sua valigia nera portatile e alla domanda, «Cos’hai lì dentro?» tirando fuori la sua stecca risponde, nella versione doppiata una roba moscissima («Un amico»), mentre in originale dice semplicemente: «Doom» (STORIA VERA).

E lo dice con QUESTA faccia.

In questa nuova versione – migliorata – della storia, Eddie non più “Fast” se la passa bene, vende Whiskey, gira in Cadillac e fa quello che nel film originale faceva Bert, ovvero incassare dalle vincite portare dai giovani giocatori di biliardi, tipo John Turturro.

«A biliardo fai schifo. Hai mai pensato al bowling

Improvvisamente il destino (occhiolino-occhiolino) incrocia la sua via, un arrogante e giovane commesso di nome Vincent “Vince” Lauria (Tom Cruise), gli si para davanti, è insopportabile, altezzoso, oltre che la prova vivente del concetto, non sei brutto, sei povero, eppure Eddie capisce subito che quel ragazzino è una versione giovane del Fast Eddie che è stato.

Nel mezzo, il personaggio di Carmen, che se pur fatta a forma di Mary Elizabeth Mastrantonio resta poco incisiva, perché serve solo a smuovere i personaggi maschili, assecondandoli o provocando gelosie, quindi niente da segnalare per un personaggio ferma posto, un spreco di talento per Mastrantonio.

Grosso spreco di Mastrantonio, peccato.

Il Buon Vecchio Zio Martin ha girato il film tra gennaio e marzo del 1986, con i suoi due attori principali addestrati al gioco dal campione del tavolo verde Mike Sigel, con questa nuova versione della storia immaginata quasi completamente da zero, Scorsese mette su uno scontro generazionale, dove il nuovo e il vecchio “spaccone” finiscono per scontrarsi, letteralmente visto che il finale si svolge durante il campionato, va detto che oltre alle due notevoli prove dei protagonisti, a rendere ancora fresco e interessante un film che galoppa comodo verso i quarant’anni di età è proprio la regia di Martin Scorsese.

Il nostro trova il modo di rendere interessante ogni colpo, ogni rimbalzo, con soluzioni visive che ci portano a bordo del tavolo da gioco, a volte letteralmente ad altezza stecca, il personaggio di Paolo Uomonuovo ora punta ai soldi, non più al vincere e basta come faceva nel film originale, perché Scorsese ha capito che gli edonisti anni ’80 hanno bisogno di questo tipo di spaccone, uno che ne sa riconoscere tanti altri, come lui, solo più giovani e con la faccia da schiaffi.

Per essere un film su commissione, Zio Martino ha saputo portare a casa il massimo da questo lavoro, l’Oscar per Newman e la sua dolente (ma stilosa) prova è la ciliegina sulla torta, di un film che si porta molto bene i suoi anni e che se non altro ha permesso al regista di New York di arrivare dove sognava da tempo di essere, fatemi gli auguri, ho un post complicatissimo che mi (e vi) attende qui, sulla Bara, tra sette giorni, non mancate!

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