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Il colosso di Rodi (1961): Sulle spalle dei giganti

Arriva il momento in cui uno deve fare i conti con se
stesso, con le proprie origini, chi siamo? Dove va questa Bara Volante? Ma
soprattutto da dove arriviamo? Per quello che riguarda il vostro amichevole
Cassidy di quartiere, l’inizio di tutta la mia passione per il cinema ha un
nome e un cognome: Sergio Leone.
Non potevo perdere l’occasione di ricordare il grande
regista proprio quest’anno, a trent’anni esatti dalla sua scomparsa, una
rubrica che è una doverosa sfida per il sottoscritto che per alcuni
mercoledì di fila proverà a salire sulle spalle di un gigante, quindi benvenuti
a… Un mercoledì da Leone!

Fatemi iniziare come l’antologia dei poeti a scuola: Sergio
Leone nacque il 3 gennaio del 1929 a Roma che può sembrare una scemenza, ma se
vuoi fare del cinema in uno strambo Paese a forma di scarpa, è il posto dove
devi essere. Il cinema era nel destino del nostro, anzi direi proprio nel DNA,
perché suo padre era uno dei pionieri del cinema muto in Italia, il regista Roberto
Roberti (nome d’arte di Vincenzo Leone), sua madre l’attrice Bice
Waleran (nome d’arte di Edvige Valcarenghi). Il primo ruolo nel cinema Leone lo
ottiene a 18 anni, come comparsa in “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De
Sica, potreste averne sentito parlare in termini di “più grande film italiano
di sempre” o giù di lì.

“Cassidy inizia una rubrica su di te Sergio”, “Ora questo chi è? Vai via un cornuto e ne arriva un altro!”

Ma al nostro Sergio, più che alla recitazione interessa la
regia, si fa le ossa come aiuto regista e regista di seconde unità nei film
che andavano forte nella “Hollywood sul Tevere” degli anni ’50. Cosa sfornava
Cinecittà allora? Peplum. Peplum a tutta forza, Peplum come se non ci fosse un
domani, fino a saturare il mercato i famigerati “Sandaloni” (“sword and sandal”
per i nostri amici americani) che, non solo erano milioni, ma spaziavano dai vari
film con Maciste protagonista (impossibili da dimenticare, sono quelli con i
doppiatori dall’accento Emiliano «Mu sono Macìste!» una meraviglia) fino ai
titoli giganti, le produzioni americane a cui Leone prende parte come “Quo
vadis” (1951) e il preferito di mio padre, “Ben-Hur” (1959).

Teniamo fede alle tradizioni, i titoli di testa del film.

Stai su un set oggi, stai su un altro domani, prima o poi
l’occasione arriva, per Leone è la defezione per malattia del regista Mario
Bonnard e di colpo Sergio si trova a completare la regia di “Gli ultimi
giorni di Pompei” (1959), pellicola a cui aveva già contribuito per la
stesura della sceneggiatura, lavoro a più mani come da normale metodo di lavoro
di Cinecittà, scrivendo e collaborando con nomi come Sergio Corbucci, Ennio De
Concini e Duccio Tessari.

Guadagnata la fiducia, il piano di Leone è quello di
dirigere per intero un film che abbia tutto l’aspetto di uno dei grandi
“Sandaloni”, ma con costi contenuti. Il risultato finale è proprio “Il colosso
di Rodi”, ispirato alla leggenda e alla distruzione di una delle sette
meraviglie del mondo antico.

“Non doveva essere un colosso? Questa mi sembra più una Bara Volante”, “Questa è Cinecittà, tocca arrangiarsi con quello che abbiamo”

Ora, non pretendo di fare della sociologia, non ne avrei
proprio le competenze, ma proviamo a fare una piccola panoramica sul cinema
nell’Italia dei primi anni ’60. Le direttive erano semplici: se un genere piace
al pubblico, strizziamo il limone fino alla buccia. Il risultato era cinema
orgogliosamente popolare, dei film che facevano di tutto per sembrare dei
“Kolossal” senza averne il budget e i mezzi, ma che spopolavano nei cinema che,
ovviamente, non erano i multisala di adesso, ma il più delle volte sale di
seconda o terza visione, se non addirittura parrocchiali, in cui si poteva
fumare e si andava per guardare qualche eroe dai muscoli oliati, salvare
qualche bella figliola dalla gambe lunghe. Il mio bisnonno, invece, nato per
coincidenza cento anni prima di me e soprannominato “Il peccato”, alla sua già
non più verde età, ci portava mio padre (allora bambino). Parcheggiava il pupo
al “Cine” e poi andava a… Diciamo intrattenere pubbliche relazioni con il suo
giro di amiche e signore (storia vera). Eh, che ci volete fare, noi Cassidy
abbiamo sempre amato il cinema.

“Il colosso di Rodi” non si muove di un millimetro dallo
schema rodato di Cinecittà, la sceneggiatura frutto di un’ammucchiata di mani
(ben otto sceneggiatori tra cui lo stesso Leone) era pensata per intrattenere
il pubblico con eroi guasconi, belle donne, grandi combattimenti e scene in grado di far cadere la mascella dello spettatore a terra, risultato centrato in
pieno visto che il film portò a casa la ragguardevole (per allora) cifra di 657
milioni di lire.

Peplum che vince, non si cambia! (Toga! Toga! Toga!)

A voler fare i filosofi (ma anche solo i cinefili), lo
scontro tra personaggi provenienti da classi sociali diverse che tornerà
spesso nel cinema di Leone, si può trovare un po’ anche qui, ma è inutile menare
il colosso can per l’aia, qui manca tutta la volontà di concentrarsi sui
dettagli, di frustare le aspettative del pubblico allungando le attese e
riempiendole di epica. Il cinema di Sergio Leone è sempre riuscito ad essere
grande, grandissimo partendo anche dal molto molto piccolo, dai primi e
primissimi piani, “Il colosso di Rodi” è ottima palestra, il primo colpo
sparato nella direzione giusta, ma resta applicazione di un metodo di fare
cinema rodato (in quanto di Rodi? Ok, questa era terribile…) e diciamocelo
anche molto italiano: ha sempre funzionato così? Perché cambiare.

Calato nella giusta prospettiva, il film è anche abbastanza
divertente nei suoi 136 min (versione integrale) certo, se vi aspettate l’epica
e l’enorme respiro di altri titoli (ben più celebri e celebrati) di Leone,
potreste rimanere seriamente delusi, ma nel suo essere un film grazie al quale i
ragazzini degli anni ’60 potevano vedere sul grande schermo, le gesta degli
eroi che avevano studiato solo nei libri di storia a scuola, alla fine il suo
dovere lo svolte più che egregiamente.
L’eroe ateniese Dario (quel bisteccone di Rory Calhoun) si
reca sull’isola di Rodi, ufficialmente per ritemprare le forze, ma di fatto per
broccolarsi ogni bella figliola disponibile, quello che si ritroverà a fare,
saranno distrazioni rispetto al suo intento principale. Il popolo dell’isola,
però, congiura contro il loro re Serse che, ve lo dico subito, non è un lungagnone Metrosexual depilato come un
attore porno ed ambiguo allo stesso modo, ma un tracagnotto dai capelli rossi
con la faccia di Roberto Camardiel.

La principale attività di Dario in tutto il film, riassunta in un fotogramma.

Serse all’apice della sua paranoia (e della sua megalomania)
ha fatto costruire un colosso in grado di distruggere con una pioggia di fuoco,
tutte le navi in arrivo senza permesso al porto di Rodi. Ringraziate che un
altro tracagnotto altrettanto megalomane in fissa con la chiusura dei porti,
non abbia mai visto questo film. Studiato la storia non lo scrivo nemmeno,
sarebbe sopravvalutarlo.

Il nostro Dario per correre dietro a qualche gonnella,
finisce attraverso un intrigo di cunicoli nascosti, nella stanza dove Serse e i
suoi stanno studiano una specie di plastico in stile Bruno Vespa, costruito per
illustrare le virtù del Colosso, perfetto deterrente per tenere fuori gli odiati
Fenici dall’isola. Quello che verrà a scoprire Dario, sempre correndo dietro all’ennesima
bella figliola, è che i Fenici sono già nascosti all’interno del Colosso,
insomma un’altra ottima occasione per citare un classico: «Vengono fuori dalle
pareti! Vengono fuori dalle fottute pareti!».

“Siete potenti?” “Sì.” “Siete fetenti?” “Sì.” “Chi siete?” “Fenici!” (quasi-Cit.)

Sergio Leone cava sangue dalle rape e tira fuori scene
spettacolari con davvero pochissimo, la valanga di lava dal Colosso sopra le
navi Fenici è sicuramente uno dei momenti più memorabili di tutto il film, ma
anche la lotta a colpi di spada sulle spalle del Colosso (una strizzata d’occhio
di Leone a “Intrigo internazionale” di Alfred Hitchcock) riesce a risultare
abbastanza grandiosa, per essere qualcosa ottenuta con qualche miniatura e
alcuni trucchi di prospettiva.

La mia condizione, all’inizio di una rubrica su Leone: un nano sulla spalle di un gigante.

Quello che, sicuramente, Sergio si è portato a casa da questa
esperienza, è la conferma di una capacità di girare scene di massa,
organizzando una troupe anche piuttosto variegata, tanto che quando la prima
scelta per il ruolo di Dario, l’attore John Derek criticò Leone per la sua
scarsa esperienza, il regista alla fine ebbe le meglio (storia vera). Ma “Il
colosso di Rodi” resta un film piuttosto convenzionale, anche nel suo terzo
atto in cui l’isola sembra venire punita dagli Dei dopo l’omicidio di Serse,
colpito in pieno petto da una freccia (… da qualche parte nel mondo, Gerard
Butler sorride).

Il terremoto che colpisce l’isola è un trionfo di
distruzione ottenuto come cubi di gommapiuma e comparse urlanti, insomma tutto
estremamente classico fino a quel finale, con tanto di scritta “FINE” prima dei
titoli di coda. Difficile intravedere il genietto che rivoluzionerà un intero
genere, diventato uno dei registi più amati di sempre, esportato nel mondo partendo da uno strambo Paese a forma di sandalo scarpa.
Lo stesso Rory Calhoun, più che il solito (anti) eroe di
stampo leoniano, sembra più uno spadaccino dall’aria sorridente a cui nella
vita interessano tanto due cose, la seconda la gloria della sua Atene. Il
povero Calhoun viene ricordato più che altro per aver rifiutato il ruolo di
protagonista nel film successivo di Leone, dando così ufficialmente il via alla
carriera (e al mito) di un ragazzone biondo che terrà banco a lungo in questa
rubrica, ma questa, é un’altra storia.

Riuscite ad immaginarlo sotto il cappello dietro a mezzo sigaro? No vero?

Insomma, la strada per diventare un colosso per Sergio Leone,
non passava certo da Rodi. Ci voleva un “Deus ex machina” dall’alto di ben
altra potenza, per trasformare un artigiano con l’amore per tutti i film
giusti, in un vero Maestro. Serviva un cambio totale di genere e un colosso vero, uno di nome Akira, ma di tutto questo parleremo a breve, tra un pugno di
giorni.

Intanto vi ricordo lo speciale su Leone di della Fabbrica dei sogni.

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