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Il furore della Cina colpisce ancora (1971): ottant’anni di una leggenda

Il 27 novembre del 1940 nasceva uno dei bipedi più
incredibili che abbiano mai vissuto e dato calci su questa Terra, Bruce Lee ha marchiato a fuoco l’immaginario collettivo, per rendere omaggio agli
ottant’anni del Maestro, su questa Bara sta per cominciare una piccola rubrica a tema
intitolata… Remember the dragon!

Cercate di comprendere la vastità del personaggio in questione, ancora
oggi credo che spuntino fuori documentari, libri e saggi su Bruce Lee ogni
settimana, il materiale non manca, quindi anche solo per provare a riassumere la sua
biografia o i suoi esordi come attore, ci vorrebbero un romanzo, quindi
permettetemi di passare subito alla porzione di pellicole che hanno creato il
suo mito, anzi dal primo tentativo di Bruce Lee di sfondare negli Stati Uniti,
perché a differenza della credenza popolare, i film che hanno reso leggendario
il Maestro Lee sono tanti quanti le dita di una mano (monca, perché uno è da
considerarsi come mezzo film). Se avete difficoltà a districarvi, tenete a
mente la regola aurea: se nel titolo del film compare il nome Bruce Lee, quello
NON è un film del Maestro, facile no?

Anche le versioni più edulcorate e romanzate della storia
di Lee (COFF coff “Dragon – La storia di Bruce Lee” COFF coff) descrivono molti
dei fatti salienti, per diffondere la sua filosofia di vita applicata alle arti
marziali, Bruce Lee si trasferì in California e iniziò ad insegnare il Kung Fu ad alcuni
studenti, tra cui la sua futura moglie Linda. Da vero studente delle arti
marziali, nel corso del tempo la posizione di Lee sulla teoria cambió forma
adattandosi, un po’ come nella celebre frase della sua intervista contenuta in
“Lost Interview”, un combattente deve essere fluido come l’acqua, capace di
adattarsi ad ogni forma, anche se bisogna dirlo, la leggendaria “Be water, my
friend” era una citazione, che però è stata per sempre etichettata come
una frase di Lee, perché anche questo era parte del mito del personaggio.

“Ti ho detto che devi essere acqua, hai capito!?”

Nel tentativo di emanciparsi dagli stili di combattimenti
che secondo Bruce Lee, avevano ormai monopolizzato le arti marziali cinesi, Lee
creò il suo stile, tutto basato sull’utilizzare movimenti d’attacco anche per
difendersi, il Jeet Kune Do, ovvero “la via per intercettare il pugno”,
prevedeva di utilizzare pugni e calci per neutralizzare gli attacchi avversari,
ma nel corso del tempo l’assenza di stile e la capacità di adattarsi ad ogni
situazione di lotta (una filosofia che emerge anche nei film di Bruce Lee)
sarebbe diventato il suo tratto distintivo, tanto che ancora oggi, Lee viene
considerato il padre nobile della arti marziali miste. Lo so che sono in vena
di semplificazioni oggi, ma solo questo discorso richiederebbe un altro libro
dedicato al Maestro, quindi scusate se procedo un po’ con l’avanti veloce.

Gli insegnamenti di Bruce Lee in California non passano
inosservati e trattandosi della Mecca del cinema Hollywoodiano, anche gli
allievi famosi non tardarono ad arrivare, tra i più celebri Sharon Tate, il giocatore dei Los Angeles Lakers Kareem
Abdul-Jabbar, ma soprattutto Steve McQueen e James Coburn,
quest’ultimo in particolare grande amico di Lee anche nella vita (storia vera).
Avete già capito come continua no? Il magico mondo del cinema ha aperto le sue
porte a tanti, perché non a qualcuno di straordinario come Bruce Lee? Peccato
che per un insegnante di ginnastica per VIP, per di più cinese, Hollywood non
si sia presa troppo la briga di srotolare il tappeto rosso, al massimo gli ha lasciato socchiusa l’uscita d’emergenza sul retro, infatti il primo ruolo decente per
Lee è quello della spalla del protagonista in una serie televisiva.

Hai un amico in me, un grande amico in me (cit.)

“Il calabrone verde” era nato come personaggio
radiofonico sulla scia del successo di Batman, un riccone mascherato che
diventa un super eroe senza veri poteri (se non quelli dei gadget che i dollari
possono comprare) e una spalla, una specie di autista esperto di arti marziali,
anche lui mascherato di nome Kato. Avete presenti gli 88 folli di “Kill Bill –
volume 1” (2003)? Prendevano in prestito l’abbigliamento da Kato, solo il primo
dei tanti furti omaggi di Tarantino all’iconografia di Lee. Si perché Kato
era veramente la parte migliore di The Green Hornet, Bruce Lee bucava lo schermo anche in un ruolo da “Robin”
sfoggiando anche più carisma del protagonista, oltre che menando come un
fabbro.

Il titolare della serie era quello con il manico dell’ombrello in mano, ma l’eroe era quello a destra nella foto.

Quando “The Green Hornet” (per sapere tutto della serie, vi suggerisco il post del Zinefilo) chiuse i battenti, nel
tentativo di fare il salto da spalla a vero protagonista, Bruce Lee propose la
sua idea per una serie con protagonista un guerriero cinese, pronto a
raddrizzare i torti girovagando in lungo e in largo per il vecchio West. La
casa di produzione disse: «Ottima idea! Facciamolo!» e affidò il ruolo del
cinese (truccato male) ad un lungagnone americano, che non sapeva tirare
nemmeno un pugno con la controfigura, il legnoso David Carradine. Perché l’idea
di Bruce Lee diventasse davvero un programma televisivo per lo meno simile ai
suoi piani originali, abbiamo dovuto aspettare il 2019 e la serie Warrior, l’America degli anni ’70 non
era pronta per la rivoluzione portata da Bruce Lee che dopo questa delusione,
tornò in patria, ma come in uno dei suoi film, il trionfo finale era solo
rimandato.

Ad Hong Kong “The Green Hornet” andava fortissimo, ma non per lo Yankee con
la maschera, il cappello e il cappotto verde, chissenefrega di quello lì, i
cinesi andavano pazzi per Kato e (Kung) fu così che la famigerata e rinomata
casa di produzione Golden Harvest mise sotto contratto Bruce Lee, per il suo
primo film da (quasi) protagonista, “Tang shan da xiong” (salute!) è l’unico
titolo certo del film, perché nel resto del mondo i pasticci non sono mancati.
Nel Stati Uniti avrebbe dovuto intitolarsi “The Chinese Connection”,
strizzatona d’occhio ad un film che nel 1971 stava andando fortissimo, ovvero “The
French Connection” (“Il braccio violento della legge)” di William Friedkin,
sarebbe stato anche logico visto che il film parla di Cinesi che smerciano
droga, ma per il più classico “errore di sbaglio” il titolo venne scambiato con
il successivo film di Lee “Fist of Fury”, in ogni caso sappiate che nel
tentativo di rimediare, più spesso questo film viene chiamato con il titolo
inglese “The Big Boss”. Siete confusi? Bene, ora facciamo entrare in azione i
mastri del caos… Enter the Italians!

Intanto metto i titoli di testa anglofoni.

In uno strambo Paese a forma di scarpa, anche se questo
era il primo film di Bruce Lee, uscì per secondo dopo “Dalla Cina con furore”,
questo spiega il “colpisce ancora” nel titolo. Se può consolarvi sappiate che
la trama del film è molto più semplice del pasticcio dei suoi titoli, anche se la
produzione è stata complicata, perché il film era stato pensato per avere come
protagonista il talentuoso James Tien, che qui interpreta il cugino di Chen (il
personaggio di Lee), ma la trama venne modificata in corso d’opera per fare
spazio al nuovo dragone di Hong Kong, infatti il primo regista Wu Chia Hsiang
venne licenziato e sostituito al volo dalla Golden Harvest dal famigerato ma
prolifico Lo Wei, che a Bruce Lee piaceva il giusto, infatti le cronache
riportano di litigi furiosi sul set tra i due. Il vero furore dalla Cina in
azione (storia vera).

Possiamo dire tutto quello che vogliamo, tranne che “Il
furore della Cina colpisce ancora” sia un bel film, non lo è perché risulta scemotto di
fondo e pasticciato nel tono, con quei suoi continui cambi di direzione
indecisi tra il drammatico e il (quasi) comico, un film da poco se vogliamo,
nobilitato dalla presenza di un cavallo di razza come Bruce Lee, che si fa
attendere ma quando esplode lo fa con la potenza di un’icona mondiale del
cinema e delle arti marziali, solo per questa ragione si merita un posto tra i
Classidy!

La storia è quella di Chen (Bruce Lee) spiantato cinese
che “Pe’ fa la vita meno amara” invece di comprarsi una chitarra come Nino
Manfredi, si trasferisce dai parenti in una piccola città della Thailandia, qui
viene ospitato a casa dello zio, da dividere con cento altri cinesi spiantati
quanto Chen, tra cui suo cugino Hsu Chien (il bravo caratterista James Tien,
ricordato ancora oggi per i suoi ruoli nei film di Bruce Lee), Ah Kun (Kun Li,
il cicciotto che spesso copre il ruolo di alleggerimento comico per Lee) e la
bella Nora Miao che anche lei tornerà sempre nello stesso ruolo in altri film
di Bruce, anche se qui interpreta la cugina di Chen, non che suo interesse
amoroso, e non cominciamo a fare battute sconce su quanto non ci sia cosa più
divina che spupazzarsi la cugina ok? Un po’ di serietà insomma!

Non farei facile ironia con il Maestro Lee, ci tengo ai denti.

Chen finisce a lavorare nella fabbrica di ghiaccio del
“Big Boss” (del titolo anglofono) interpretato da Han Ying-Chieh, attore e
coreografo piuttosto quotato, in quanto inventore dei trampolini utilizzati
dagli attori per le loro tecniche marziali volanti, in questo film se ne fa
abbondante utilizzo, ma è la fabbrica del ghiaccio a solleticare la mia
attenzione.

Lo sappiamo tutti che le trame nei film di arti marziali
sono spesso un pretesto per far cominciare l’azione, ma quella di “The Big
Boss” mi ha sempre mandato in pappa i neuroni. Per il grande Boss del titolo i
blocchi di ghiaccio sono una copertura, il modo più facile per esportare
panetti di droga nascosti al loro interno, ed io mi chiedo: come fai a
nascondere qualcosa di illegale dentro blocchi di ghiaccio semitrasparenti, in
un Paese come la Thailandia, che ha una temperatura media di 80 gradi con l’80%
di umidità percepita? La risposta è che non li nascondi, infatti la polizia
(evidentemente corrotta) chiude un occhio sul fatto che un umile venditore di
ghiaccio, viva in una villa con trentadue pastori tedeschi a guardia di un parco
grande come quello di Yellowstone, circondato da altrettante prostitute
minorenni. Anche perché a turno i lavoratori sottopagati e sfruttati della
fabbrica, quando scoprono i pacchetti di eroina nascosti (male) nel ghiaccio,
vengono gestiti con una politica aziendale inutilmente elaborata.

“Hai provato a leccare uno di questi blocchi di ghiaccio? Più efficaci di un rospo”

Prima vengono invitati a cena dal capo, tra il secondo e
il dolce viene spiegato loro tutto il piano aziendale di Import/Export della
fabbrica insieme ad un’abbondante mazzetta di soldi passata nemmeno sotto banco, dopodiché vengono uccisi
dagli sgherri del Boss e nascosti dove? Nei blocchi di ghiaccio! Mi sono sempre
chiesto: se mai qualcuno avesse scoperto i cadaveri dentro il ghiaccio? Di
fatto un sistema perverso che si auto alimenta e vi farà per sembra passare la
voglia di granita.

Tra le vittime di questa “Ghiacciolo Connection” finisce
anche il cugino di Chen, dopo che per buona parte del film James Tien ci viene
mostrato come una sorta di super eroe locale, che soccorre bimbi maltrattati,
aiuta le vecchiette ad attraversare la strada, salva gattini dagli alberi e
circondato da bulli locali, li stende con facilità dicendo loro frasi del tipo:
«Siete solo in quattro».

Per circa quaranta minuti, il vero protagonista del film.

In tutto questo Bruce Lee cosa fa? Niente, capo non proprio chino
a lavorare, “Il furore della Cina colpisce ancora” è un “Aspettando Godot” del
menare (“Aspettando Menò”). Il cavillo legale che lega Chen a 45 minuti buoni
di film da gregario è il ciondolo di giada (una versione più grande di quello
di Rambo) che il personaggio si porta
al collo, un monile che rappresenta la promessa fatta alla madre defunta di
rigare dritto e non utilizzare più la violenza. Nella fabbrica Chen viene
schiaffeggiato due volte in faccia, quando accade Bruce Lee fa lo sguardo da bomba atomica
pronta a detonare, ma poi stringe tra le mani il ciondolo e si quieta come un
piccolo Fonzie.

“Fermo, il ciondolo è verde ma io ho il semaforo rosso”

Il problema della Thailandia è però che il ghiaccio si
scioglie e che se tuo cugino scompare, non puoi chiamare Federica Sciarelli e
“Chi l’ha visto?”, quindi Chen deve indagare da solo, prima perde un po’ di
tempo nel locale bordello (un vero bordello Thailandese con vere
“professioniste” utilizzate per risparmiare. Storia vera) in quella che è una
lunga porzione di film che allunga il brodo e poco altro, ma quando il momento
di esplodere arriva, lo fa per davvero. Durante una rissa scatenata alla
fabbrica per dissidi lavorativi, qualcuno fa cadere il ciondolo di Chen,
frantumato il monile evidentemente la promessa materna perde di valore, e qui
più che Bruce Lee il protagonista sembra Bruce Banner, nel momento esatto in
cui si trasforma in Hulk.

E Bill Bixby… MUTO!

In un attivo Lee pianta un paio di urli dei suoi e
con quella velocità, quella potenza e quella grazia nei movimenti che lo hanno sempre contraddistinto, mette fine
alla rissa diventano l’eroe dei lavoratori, in una sola scena il Maestro Lee
crea quello stile che è stato copiato da centinaia di imitatori e che ancora è
sinonimo di arti marziali, quante volte avete visto qualcuno mimare due mosse
marziali facendo un verso tipo «Uhhh-ah!»? L’equivalente marziale della lingua
di fuori con cui Michael Jordan giocava a basket, inutile ma dannatamente iconografica
da fare subito tendenza.

Lo stile e la classe, il Maestro in azione.

Ma fosse solo quello, Bruce Lee è una pantera tiratissima
che si muove con una potenza e una velocità ipnotica nella sua letale bellezza,
i suoi calci sono dei colpi di frusta e se non bastasse, in un film popolato da
attori mediocri Lee riesce anche a sfoggiare una delle sue caratteristiche meno
citate, perché il carisma con sui riusciva a far incollare gli occhi sullo
schermo dei cinema, anche al bigliettaio all’ingresso è palese, ma vogliamo
parlare della sua mimica? Dramma, commedia, furore (quello tanto), sguardi
smargiassi, Bruce Lee aveva tutta questa gamma di colori nella sua recitazione,
basta dire che anche nella parte dell’ubriaco se la cava benissimo, molto
meglio di altri suoi colleghi
altrettanto dotati a livello di calci volanti.

Bruce Lee è talmente magnetico in questo film, da far
quasi chiudere un occhio su un film pasticciato e poco deciso sul tono. Lo Wei
in certi momenti decide che è normale far esibire Bruce in una gara di salto
(al trampolino) con alcuni pastori Tedeschi volanti, oppure che se qualche
sgherro viene lanciato a forza contro una parete di legno, debba restare il
buco nel muro con la sagoma della persona, nemmeno fosse un cartone animato dei
Looney Tunes.

“Ti faccio fare la fine del coyote”

Un’indecisione nel tono che fa spesso a pugni (e calci)
con combattimenti che un attimo dopo invece diventano serissimi, tragici e
pieni di sangue (finto, di quel bel rosso posticcio che urla forte “Anni
’70!”), come se ogni scena fosse stata girata singolarmente e non come parte
della stessa pellicola. Si capisce poi che Bruce Lee non ha ancora il pieno
controllo della produzione, perché Chen qui, quando disarma i suoi avversari
armati di coltello e lame, tante volte le utilizza per ucciderli sul colpo,
contravvenendo ai precetti della sua nascente filosofia di arti marziali
applicate alla vita, ma questo è un percorso da guerriero in evoluzione nel
corso di tutti i suoi film.

In “Il furore della Cina colpisce ancora” ci sono
passaggi naif (se non proprio scemi) come il lancio della gabbietta dei
pappagalli, ma anche Chen che nello scontro finale con il “Big Boss” del
titolo, gli rilancia indietro il suo stesso coltello intercettandolo al volo
con un calcio, alla faccia dei riflessi di Jack Burton.

“Tu metti parrocchetti in tuo culo” (Cit.)

Ma poi di che cosa stiamo parlando esattamente? La scena
finale con l’arrivo della polizia sono le prove generali per il finale del film
successivo di Lee (prossimamente su queste Bare), ma tutto passa in secondo
piano davanti ad un Bruce Lee che può permettersi di andare a casa del “Boss
finale” sgranocchiando qualcosa che sembrano patatine pescate da un sacchetto,
con la faccia di chi è seduto al bar e la strafottenza di chi sa che anche con
le mani impegnate, un mucchio di sgherri con lame e coltelli non possono
proprio impensierirlo, il pistolero con i calci più veloci dell’Est, il momento
esatto in cui è nata una leggenda cinematografica.

Se non ti lecchi le dita meni solo a metà.

“The Big Boss” batte tutti i record d’incasso ad Hong
Kong, con oltre 3 milioni e mezzo di dollari (in valuta locale) scatena una
nuova mania nel pubblico che uno come Bruce Lee sul grande schermo, non lo
aveva visto mai. Il Drago era arrivato, e questo non è nemmeno uno dei suoi
film migliori, per quelli ci rivedremo tra qualche giorno, fino a quel momento…
Facciamo gli auguri al Maestro Bruce Lee, ottant’anni da vera leggenda.

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