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Il GGG – Il grande gigante gentile (2016): Un gigante diretto da un gigante

Lo sapete già,
forse è anche inutile ripeterlo, il vostro amichevole Cassidy di quartiere ha
una totale stima per Steven Spileberg, per quello che questo possa valere. Se ti
piace il cinema non puoi non andare giù di testa per il regista con gli
occhiali tondi, che fresco dei suoi 70 anni, si (e ci) regala un’altra delle
sue favole.

Questa volta
tocca a “The BFG” adattamento cinematografico del romanzo del 1982 di Roald
Dahl (quello di Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato per capirci) che era già stato portato sul grande schermo
come film d’animazione del 1989 con il titolo “Il mio amico gigante”.
Per altro,
l’acronimo originale (the Big Friendly Giant), in italiano diventa “Il Grande
Gigante Gentile”, che con quella infilata di lettere “G” risulta ancora più
favolisto e, quindi, perfetto per il tono della pellicola, che è stata adattata
per il grande schermo da Melissa Mathison, la stessa che per Spielberg scrisse
la sceneggiatura di un filmetto con un alieno che voleva telefonare a casa,
quindi non propriamente la pizza con i fichi.



Steven fa valere il tuo titolo di Cavaliere dell’Ordine dell’Impero britannico.

Sophie (Ruby
Barnhill) è una bambina che vive in un orfanotrofio di Londra, per via di
qualche problema ad addormentarsi, viene scovata sveglia nel letto da un
gigante che la rapisce e la porta nel suo mondo, popolato da altri spilungoni
come lui, anzi non proprio come lui, perché il nostro GGG è l’unico della sua
specie che non si nutre di umani e passa il suo tempo a creare e portare sogni
ai bambini addormentati di tutto il mondo. La faccenda si complica quando
Sophie scopre che gli altri giganti, tutto tranne che gentili, che chiameremo
“GGI” (Grandi Giganti Incazzati) minacciano di attaccare il nostro mondo, a
quel punto, Sophie e il suo amico gigante fanno quello che qualunque buon
Inglese farebbe di fronte ad un imminente minaccia: andare ad avvertire la
Regina.



Tipo i Monstar di “Space Jam” senza la palla da basket.

Steven Spielberg
gode di una libertà creativa che nessuno ha e ci mancherebbe, mi viene pure da
aggiungere. Ancora una volta torna a rivolgersi al pubblico dei più piccoli,
che ha sempre tenuto in considerazione, “Il GGG” è un adattamento ben
fatto che tiene conto anche della versione animata del 1989, anche solo per
l’aspetto del gigante.

Certo, non
aspettatevi lo Spielberg dei film impegnati, sarebbe insensato visto il
soggetto del film, ma il suo tocco è sempre quello, ad esempio, tutte le scene
girate nella tana del gigante sono realizzate alla grande, sfruttando le
notevoli differenze di altezza tra Sophie e il suo nuovo amico, un’idea di
spazi cinematografici invidiabile.
La piccola Ruby
Barnhill al suo esordio cinematografico (con Spielberg, poteva andarti peggio),
funziona bene, il suo personaggio risulta saccente quanto basta (sappiatelo), ma
perfetta spalla dello spilungone che è interpretato da Mark Rylance, lo stesso
che si è portato a casa un Oscar per miglior attore non protagonista, proprio
grazie alla sua prova nel precedente film di Spielberg, Il Ponte delle spie.

“Con quelle orecchie prendi anche Sky Cinema?”.

Il GGG è realizzato
alla grande, Mark Rylance ha recitato con i sensori della motion capture sul
viso, al resto hanno pensato i ragazzacci della Weta Digital, l’azienda
neozelandese fondata da Peter Jackson che Spielberg conosce bene, visto che ha
realizzato con loro “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno” (2011). Oh, per altro Steve, Peter, se volete regalarci il seguito, quando volete, a me
quel film era piaciuto molto.

La trasposizione
è talmente fedele da risultare quasi fuori tempo massimo, la Londra di questo
film è talmente fuori dal tempo che potrebbe essere ambientato nel 2017, o nel
1987 senza modifiche alla storia, anche il linguaggio strambo e sghembo del
Gigante inventato da Roald Dahl, è lo stesso del libro ed è anche una delle
trovate più divertenti, ma temo che faccia risultare il film fin
troppo datato, questo spiegherebbe gli scarsi incassi in patria del film.



Incontri ravvicinati del gigante tipo.

Dove il film di
Spielberg cala completamente la maschera sulla sua natura infantile (nel senso
buono del termine) è la scena con la Regina, oltre a gestire il piccolissimo
(si fa per dire) problema di mettere seduti al tavolo della colazione
Elisabetta e un gigante di cinque metri, Spielberg è davvero l’unico al mondo
che può concludere la scena a colpi di scoregge, senza scadere mai nel
grottesco. Provate a guardarvi il film e vi ritroverete a ridere su questa
scena, garantito al limone, non perché Spielberg si sia improvvisamente
trasformato in Massimo Boldi, ma solo perché è davvero capace a sincronizzarsi
con l’umorismo infantile e se vi orientate sull’umorismo dei bambini, cosa c’è
di più divertente di una flatulenza estemporanea?



Sua Maestà, piano con quello, che qui finisce in stile Cinepanettone.

Il film è talmente
naif che anche la battaglia finale è ovattata e tutto sommato volutamente innocua,
eppure la soluzione molto “British” al problema dei giganti mi ha fatto
sorridere. Non sarà sicuramente il più bel film di Spielberg che vedrete nella
vostra vita, questo era anche facilmente intuibile, però funziona ennesima
dimostrazione che il regista con gli occhiali tondi può fare quello che vuole. D’altra parte ci vuole un gigante per dirigere un gigante no?

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