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Il gioco di Gerald (2017): Non c’è cosa più divina che ammanettare la Gugino

Il 2017 è il
grande anno di zio Stephen King, l’adattamento per la tv di Mr. Mercedes, quello (disastroso) di La torre nera, ma non facciamo i finti
tonti, stiamo tutti qui ad aspettare il nuovo “IT” di Andrés Muschietti, il
film che è già uscito in tutti i Paesi civilizzati del pianeta tranne in uno
strambo e fatto a forma di scarpa.


Ma non
disperiamoci, per riempire la lunga attesa arriva in soccorso un titolo minore
e forse per questo poco considerato, ma in grado di regalarci delle gioie,
perché “Il gioco di Gerald” riesce nella non scontata impresa di risultate un
riuscito adattamento Kinghiano, non sono troppi i film che possono vantarsi di
questo successo.
Personalmente ho
sempre amato molto le storie di sopravvivenza, con un protagonista incastrato
in un’unica location intento a cercare di portare a casa la pelle ed è anche
un filone molto prolifico che ci ha regalato un sacco di titoli, figuratevi se
rimaneggiato da zio Stevie poteva non piacermi. Il romanzo originale datato
1992 devo averlo letto pochi anni dopo, pescando dalla libreria di un amico che
dopo aver letto “IT” comprò tutti gli altri libri di King sulla fiducia (storia
vera), non so se poi li ha letti tutti, ma nel dubbio ho pescato a piene mani
dalle sue mensole.
La parola più
comune che sentirete associata a “Il gioco di Gerald” è infilmabile, perché una
protagonista ammanettata ad un letto dopo un gioco erotico finito male,
afflitta da fame, sete e svarioni mentali da tanti è stato considerato un
soggetto del tutto non adatto al cinema. Sarà… Ma permettetemi di dubitare, una
sola location pochi attori, una trama facilissima da vendere, che potremmo riassumere
così: Carla Gugino in vestaglietta sexy ammanettata al letto, dai andiamo! Chi
non vorrebbe vedere un film così!


Tanto quello che scrivo sotto questa foto non lo leggerà mai nessuno, quindi ciao!

Sembra il tipo di
soggetto che uno come Jason Blum affiderebbe al suo regista di fiducia, ovvero Mike
Flanagan insieme al solito budget da 5 milioni di ex presidenti spirati per
dirigerlo, infatti è andata proprio così, la vera sorpresa, però, è che a
produrre non è Blum, ma Netflix. Boom! Plot twist!

Mike Flanagan,
pesca uno dei pochi libri di King che ancora non era stato portato al cinema e
dimostra che non esistono titoli infilmabili se hai il giusto talento e il
giusto approccio al materiale che vuoi adattare, infatti Flanagan fa davvero
tutto giusto e dopo essersi barcamenato tra progetti su commissione più o meno
riusciti come Somnia (Before I Wake),
Hush e Ouija – L’origine del male, qui manda a segno il suo film più
riuscito dai tempi di “Oculus – Il riflesso del male” (2013), titolo che
personalmente ho apprezzato e non per forza pochino.
Jessie (una
perfetta Carla Gugino) e sua marito Gerald
(Bruce Greenwood) si trasferiscono per un weekend nell’isolata villa di
campagna, obbiettivo quello di riportare un po’ di pepe nel loro matrimonio
sprofondato in una seria crisi. Attrezzatura minima necessaria, una testiera
del letto molto resistente, due paia di manette serie, non quelle cazzate con
il pelo rosa attorno (qua facciamo sul serio) e per lui una pillola blu che ad
occhio e croce non mi pare uscita dal pacchetto delle Zigulì.


Un’altra foto così e faccio lo sciopero delle didascalie ok!?

Il problema è che
a Geraldo oltre che a farlo strano, piace pure farlo violento, cosa che Jessie
gradisce il giusto (come darle torto), quindi gli animi sbolliscono in fretta e
quello di Geraldo, in particolare, il suo cuore passa dalla fase “Mandiamo tutto
il sangue giù a sud al muscolo dell’amore!” a quella “Tracciato piatto” in un
tempo più breve che pronunciare la frase: tratto da un romanzo di Stephen King.

Un marito morto
ai piedi del letto, due mani ammanettate, un cellulare troppo lontano da
raggiungere, un bicchiere d’acqua su una mensola e nessuna speranza di qualcuno
che arrivi a salvarla, per Jessie la situazione è pessima e continua a
peggiorare, perché come ospiti avrà soltanto un cagnone randagio che non
disdegna la carne ribattezzato “Cujo” (occhiolino occhiolino), un sacco di
demoni interiori con cui fare i conti e un visitatore notturno forse reale,
forse frutto di una mente traumatizzata, un gigantesco figuro che nella
versione cinematografica prende il nome di “Moonlight Man”, giusto per
strizzare l’occhio ad un altro libro di King, ovvero “Mucchio d’ossa” (1998).


Ricorda anche un po’ Gaetano, quello del film con Renato Pozzetto.

Mike Flanagan
scrive la sceneggiatura a quattro mani in copia con il suo solito socio Jeff
Howard, il risultato è un lavoro davvero ottimo che bilancia bene tutte le sue
parti, che siano quelle reali della trappola in cui si ritrova Jessie, o
quelle immaginarie generate dalla sua mente, bravissimi la Gugino sfattissima
legata al letto e perfettamente pettinata quando interpreta la parte lucida della
mente delle protagonista, il contro altare è proprio Bruce Greenwood che ha
dovuto recitare in mutande tutto il film, però risulta davvero azzeccato nella
parte della vocina al fondo del cervello che ci tiene a ricordarti che andrà
tutto male.

Ma per essere la
storia di Carla Gugino ammanettata ad un letto, “Gerald’s Game” cambia faccia,
scenario e atmosfere spesso e anche bene, è chiaro che Mike Flanagan conosce
molto bene i romanzi di Stephen King, non voglio rovinare la visione a chi non
avesse ancora visto il film, oppure letto il romanzo, ma anche qui troviamo un
tema Kinghiano classico, ovvero la necessità di ritornare all’infanzia per
esorcizzare i demoni del passato che ancora ci perseguitano nell’età adulta. Quanti libri di King avete letto che ruotavano intorno a questo tema? Ve lo dico
io: tanti.


“Come devo dirtelo è tutto nella tua testa malata” , “Detto da te mi offende proprio capitan mutanda”.

Se proprio siete “Fedeli
lettori” smaliziati, spero apprezzerete il fatto che Flanagan sia riuscito a
trovare un modo sensato per far pronunciare a Gerald la frase “All things serve
the beam”, che gli appassionati della saga della Torre Nera conoscono molto
bene, per assurdo risulta un omaggio migliore a Roland e al suo Ka-Tet di tutta
quella porcheria di film uscito qualche mese fa.

Ho apprezzato
molto anche il fatto che la sceneggiatura mantenesse la connessione con il
libro “gemello” di “Il gioco di Gerald” ovvero “Dolores Claiborne” (1993) già
adattato per il grande schermo da Taylor Hackford nel 1995 e uscito da noi con
il titolo “L’ultima eclissi”. In entrambe le storie proprio l’eclissi coincide
con un momento spartiacque della vita delle rispettive protagonista e Mike
Flanagan lo sfrutta anche dal punto di vista visivo per mettere su un’atmosfera molto suggestiva.


Black hole sun (Won’t you come).

Ne esce fuori un
personaggio femminile come quello di Jessie credibile e sfaccettato, visto il
tema e la situazione che sono pronto a credere nel 2017 qualcuno di certo
paragonerà ad un Cinquanta sfumature di grigio in sala Stephen King per vendervi il film (diffidate dal “Clickbait”
violento di questi nostri anni social-dipendenti), sarebbe anche stato facile
scadere nel ridicolo, invece grazie anche all’ottima prova di Carla Gugino
tutto quanto funziona.

Jessie è una che
per tutta la vita ha negato il trauma subito, Gerald è la personificazione dei
suoi problemi paterni e il gioco erotico che presto si trasforma in una
trappola mortale, la più efficace seduta di terapia del mondo per prendere
coscienza di se stessi e risorgere più forti di prima, ma di solito questo tipo
di processo prevede che prima si tocchi moralmente (o fisicamente) il fondo,
che per questo film coincide con la parte più smaccatamente horror della
storia.
Per la parte del Moonlight
Man, Mike Flanagan ha l’intuizione azzeccata di scegliere il mitico Carel
Struycken, sì, proprio il gigante di Twin Peaks, che risulta sinistro il giusto nelle sue orrorifiche comparsate, se
poi siete preoccupati dal fatto che in una trama del genere possa mancare il
sangue, tranquilli, anche quello arriva, fondamentalmente quasi tutto in una
scena, però decisamente funzionale.


Ogni volta che lo vedo mi parte la musica di Badalamenti (o quella degli Addams) in testa.

“Il gioco di
Gerald” è il classico film che si guarda per capire come farà la protagonista
ad uscirne viva e se mai ci riuscirà davvero, non solo, Flanagan mentiene un
ottimo equilibrio con tutte le varie anime della storia, ma riesce a sfornare un
film in grado di coinvolgere chi non ha mai letto il libro e allo stesso tempo,
ad intrattenere anche i Kinghiani più convinti. Mica male, per una storia considerata
infilmabile, arrivare ai titoli di coda e rivelarsi uno degli adattamenti
cinematografici di un romanzo di zio Stevie più centrati.

Difetti? Forse
solo l’epilogo, che mantiene la natura epistolare presente anche
nel finale del romanzo, che potrebbe passare tanto come uno “Spiegone”,
forse meno, sarebbe stato meglio, magari anche in termini di minutaggio
specialmente nella parte centrale, ma sono davvero difetti da poco.

Per chi vive in
un Paese civilizzato, un’altra chicca Kinghiana, per noi residenti in uno
strambo Paese a forma di scarpa, uno dei pochi al mondo che ancora non ha
potuto vedere il nuovo “IT” di Andrés Muschietti, un aperitivo, il migliore
possibile direi.
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