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Il gioiello del Nilo (1985): questa volta con un F16 in più

Completiamo l’opera, visto che lo scorso anno abbiamo festeggiato il compleanno del primo capitolo, All’inseguimento della pietra verde, il 2025 mi offre l’occasione di ricordare i primi quarant’anni del suo seguito, ovvero “Il gioiello del Nilo”.

Inutile girarci attorno, l’enorme successo al botteghino del film che ha lanciato Robert Zemeckis dopo una lunga gavetta, si chiamava un seguito girato a tempo di record che in realtà, nessuno voleva girare per davvero. Il più giustificato di tutti? Il vecchio Bob che nel 1985 aveva ben altro da fare, tipo tornare al futuro, ma anche la protagonista femminile non aveva tutto questo entusiasmo, si è quasi ricorso all’arbitrariato per tenere a bordo Kathleen Turner, ricordandole i suoi obblighi contrattuali (storia vera), dettaglio che per fortuna non si nota, la chimica con Michael Douglas, ancora una volta nel doppio ruolo di protagonista e produttore resta la stessa, la vera novità è il sostituto di lusso, il regista Lewis Teague.

Il regista di Cujo qui firma il suo secondo film del 1985, quindi lo vedremo tornare a festeggiare qui alla Bara, ma devo dirlo, pur avendo visto “The Jewel of the Nile” mille mila volte in replica televisiva nel corso della mia infanzia, io lo ricordo solo per la scena dell’aereo, rivederlo è stato un po’ riscoprirlo.

Si continua a pagare pegno con il genere “Romance”, ma per poco.

Se il primo capitolo pagava il suo debito di sangue al genere letterario che ancora oggi, macina più soldi in assoluto, ovvero il “Romance”, la letteratura rosa, questo secondo film inizia nelle fantasie piratesche di Joan Wilder (Kathleen Turner), che affronta il classico blocco della scrittrice, che va di pari passo con il suo rapporto con Jack T. Colton (Michael Douglas): vivono in barca ma lei scrive con la crema solare sul naso, mentre lui fa surf. Lui vorrebbe un’altra avventura in Grecia, lei ha accordi contrattuali che la porteranno ad incontrare Omar (Spiros Focás) sovrano di Kadir, una fittizia nazione del Medio Oriente con mire espansionistiche sull’Egitto e sul gioiello del titolo.

La separazione tra i due si consuma presto, frettolosa ma efficace perché ormai ci siamo affezionati a questa strana coppia che battibecca di meno, perché la lontananza non farà che riavvicinarli presto, ma soprattutto è un espediente comodo per raddoppiare le trame.

«Voi due, ci rivedremo nel 2029 per il compleanno de “La guerra dei Roses”, non prendete impegni»

Da una parte abbiamo Joan un po’ oggetto del desiderio del losco sovrano un po’ damigella in pericolo, dall’altra abbiamo Jack, che si gioca la barca ma ritrova Ralph (Danny DeVito) leggermente pieno di livore per il suo soggiorno nelle malsane galere, dove gli insetti e le potenziali infezioni erano la compagnia migliore. L’entrata in scena di DeVito è ben ritmata, non fa mai sembrare questa porzione di film una sottotrama secondaria, anche se sulla lunga distanza il suo personaggio diventa la spalla comica, molto più di quanto accadesse nel primo capitolo, nei momenti chiave lo ritroviamo sdraiato sotto il culo di un asino e altre trovate del genere.

Anche perché parliamoci chiaramente, scritto da Lawrence Konner e Mark Rosenthal, “Il gioiello del Nilo” sembra risentire, o comunque rifarsi parecchio ad un altro titolo d’avventura diciamo, famosino, uscito solo un anno prima, la rappresentazione al limite (e oltre) dello stereotipo dei locali, sposta l’azione ma mantiene lo stile de Il tempio maledetto, allo stesso modo i problemi per i locali iniziano quando l’artefatto viene rubato, in questo caso il gioiello che poi ammettiamolo, è una gag ricorrente che viene protratta fin troppo a lungo, quando il simpatico Al-Julhara (Avner Eisenberg) entra in scena, il mistero è già risolto senza nemmeno un vero bisogno di spiegazioni aggiuntive, che comunque non mancheranno.

Ed è subito “Ace Ventura – Missione Africa”

Il ritmo del film resta sullo spiritoso andante, anche se la scena più efficace resta quella dell’F-16, che è anche l’unico motivo nella mia memoria per cui questo film emerge dalla mia massa di neuroni, la sequenza che mi permette di distinguerlo dal primo film e in parte, a non dimenticarlo completamente.

Un F-16 rende tutto più figo!

In realtà l’aereo è stato ricreato con un modello che ne seguisse i profili aerodinamici, la parte divertente è proprio questa, Jack non sa come pilotare un jet da combattimento, sa solo come si spara grazie ai videogiochi, quindi l’F-16 viene utilizzato come una sorta di carro armato, che spara, lancia missili e sfonda pareti, una versione terra-terra (in tutti i sensi) di qualcosa che poi James Cameron avrebbe fatto di più e meglio più avanti, sotto tutti i punti di vista.

Una scena che invece avevo completamente dimenticato e che ho riscoperto molto divertente è anche una delle poche che riporta Joan Wilder alle sue origini di scrittrice, ovvero quando Jack chiede chi può essere la mente malata che ha partorito quella tortura appesi nel vuoto, senza sapere che Omar stava citando uno dei romanzi della scrittrice.

«Chiedo scusa, la Bara Volante ha ancora il pilota automatico fino a lunedì!»

In generale, grazie anche a carri armati mandati KO a colpi di bazooka, “Il gioiello del Nilo” si lascia guardare ed è un buon modo per tornare a correre in un’avventura con Joan e Jack, ma preso scena per scena, risulta essere mezzo passo indietro al primo capitolo, malgrado l’ottima chimica dei protagonisti.

Per certi versi il film che ha saputo cavalcare anche meglio l’abilità di dividere lo schermo di Kathleen Turner e Michael Douglas non è un seguito diretto, ma lo ha diretto quel drittone di Danny DeVito, forse la vera fine della (non) trilogia risulta essere “la guerra Roses”, ma per quello ci sarà da aspettare un altro compleanno.

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