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Il giustiziere della notte 2 & 3: Doppia dose di Bronson

Venghino signori
venghino, oggi con un solo biglietto, doppio spettacolo! Doppia razione di
Charles Bronson per tutti!

Il giustiziere della notte 2 (1982)

Il successo del
primo film della saga di Death Wish è
clamoroso, le polemiche non mancano, ma gli incassi vanno di pari passo, non può
non arrivare un secondo capitolo, con l’unica differenza di un cambio al
vertice importante, la Cannon Films acquista i diritti da Dino De Laurentiis
ed il cambio di direzione si nota, nemmeno poco.

Nei piani
originali avrebbe dovuto essere il mitico Menahem Golan, fondatore della
Cannon a dirigere il film, ma Charles Bronson, m’immagino senza mai cambiare
la sua espressione facciale, fa no no con la testa e Michael Winner regista
del primo film, si ritrova immediatamente catapultato sul set a dirigere per la
quinta volta in carriera il granitico attore, ma occhio che il tassametro corre
e le collaborazioni tra i due non sono ancora terminate.
Abbiamo un
piccolissimo problema: a Menahem Golan il libro scritto da Brian Garfield,
seguito ufficiale della crociata di Paul Kersey non piace. Quindi assume lo
sceneggiatore Brian Garfield, con un preciso intento, quello su cui sono basati
molti seguiti: questo secondo capitolo dev’essere uguale al primo, ma di più!



I titoli di testa con i numeri romani (tenetemi l’icona aperta che ripasso).

Brian Garfield,
non la prende benissimo, ma per vedere un buon adattamento del suo libro ha
dovuto avere tanta pazienza, nel 2007 la storia è stata adattata per il cinema
da James Wan nel film “Death Sentence” con Gavino Pancetta come protagonista e
con tutto questo scrivere di “Il giustiziere della notte” ho sempre più voglia
di rivedermi anche questo film.

Michele Vincitore
non resta certo con le mani in mano, a comporre le musiche del film, fa venire
giù non proprio l’ultimo della pista, solamente Jimmy Page, potreste aver
sentito parlare di lui come di uno dei più leggendari chitarristi di sempre,
anche perché immagino che un paio di volte in vita vostra avrete sentito almeno
citare i Led Zeppelin. Page accetta di buon grado… Ma come faceva Winner a
conoscere il musicista? Facile: all’epoca era il suo vicino di casa (storia
vera). Time Out Cassidy: Oh! Com’è sta storia che Winner aveva come vicino di
casa una leggenda e a me tocca un tossico insonne che urla dietro al gatto e
guarda “American Dad” tutta la notte? Non è mica giusta questa cosa eh! Fine
del Time Out.
Questo secondo
capitolo tiene conto di sfuggita della trasferta a Chicago di Paul Kersey,
vista nella scena finale del primo film,
il nostro baffuto architetto ora vive a Los Angeles, sta progettando la nuova
sede della stazione radiofonica in cui lavora la sua nuova fidanzata Geri
Nichols, interpretata dalla solita Jill Ireland, a lungo moglie di Bronson
nella vita e qui ad una delle sue ultime apparizioni prima della lunga
battaglia contro il cancro al seno che l’ha portata via nel 1990, non senza che
la bionda attrice diventasse nel frattempo portavoce della ACS (American Cancer
Society). Se Bronson era un duro, per una vita intera, ogni mattina al suo risveglio, nell’altra metà del letto trovava una della sua stessa identica
pasta.



Siamo la coppia più bella tosta del mondo e ci dispiace per gli altri.

La vita di Paul
Kersey scorre abbastanza tranquilla, sua figlia Carol (sempre interpretata da Robin
Sherwood, che qui non ha nemmeno una riga di dialogo) si sta lentamente
riprendendo dallo spaventoso trauma subito nel film precedente, giusto in tempo
per essere presa di mira da una nuova banda di criminali. Una sfiga degna di Jessica Fletcher, per il nostro Paul,
attorno a lui chiunque fa una brutta fine!

Questa nuova
banda di criminali, come sempre dall’etnia mista (fa capolino anche un giovane Laurence
Fishburne con degli occhiali da sole inguardabili) prima rubano il portafoglio
a Paul, poi grazie ai documenti, s’infilano in casa sua e se la prendono con la
povera Rosario (Silvana Gallardo) signora delle pulizie che viene violentata
dal gruppo. Ora, se la scena di stupro del primo film era tosta, qui davvero si
esagera, la violenza di gruppo pare non finire mai e la lunga sequenza è stata
soggetta prima a svariati e barbarici tagli nei passaggi televisivi del film,
poi, ovviamente, ad un quintale di polemiche.



Laurence Fishburne già esperto in occhiali da sole brutti, 17 anni prima di Morpheus.

Ma non è mica
finita qui, perché i criminali prima stendono Kersey arrivato in casa durante
il fattaccio e poi rapiscono sua figlia che nel tentativo di sfuggire dai
suoi rapitori cade da una finestra e muore, ma malissimo! Tipo impalata su una
palizzata in ferro battuto, una roba tremenda!

Qui il film
diventa una versione velocizzata del primo, i funerali si svolgono in fretta,
il suo capo gli offre la sua casa in montagna per riprendersi dal lutto (ma
Kersey trova solo capi di buon cuore? Anche questo non mi pare tanto giusto,
eh!), ma il tutto avviene molto velocemente, anche di fronte al cadavere
ritrovato di sua figlia, la reazione di Paul è chiara: la faccia di pietra di Charles
Bronson che non lascia trapelare il minimo sentimento.

Un padre visibilmente distrutto dal dolor… vabbè si capisce, no?

Michael Winner ha
risposto ai critici che hanno sottolineato come la trama fosse la stessa del
primo film per le rime, dichiarando una roba tipo: “Se vai a vedere un seguito
di Rocky, non ti aspetti mica di
vederlo andare in Congo a combattere con un’infermiera, no?”. Infatti, a ben
guardarlo, “Death Wish II” è davvero lo stesso film, se non per la reazione di Paul
Kersey che questa volta sa già cosa deve fare, perché la sua trasformazione da
uomo comune in vigilante è già avvenuta nel primo film e non è stata certo indolore.

Da un certo punto
di vista, “Il giustiziere della notte 2” pare abbracciare le critiche che il
primo capitolo ha sollevato, se tutto il pubblico ricorda come un implacabile
vigilante Paul Kersey che applica rigorosamente la legge del taglione, lo
dobbiamo a questo film, una deriva quasi in stile Punisher, infatti Paul ha
proprio dei vestiti (ovviamente neri) che utilizza durante le sue sortite
notturne, inoltre qui viene a mancare il vero colpo di genio del primo film.



Paul Kersey si
aggirava per New York cercando in tutti i criminali gli assassini di sua
moglie, ma senza trovarli mai, mossa da quel “Desiderio di morte”, da
quell’andarsi a cercare i guai che è il titolo originale del film. Qui, invece,
Paul sembra più impegnato in una vendetta personale, contro dei cattivoni che
incarnano gli spauracchi del pubblico. Anche l’approccio di Kersey è
diverso: prima ogni omicidio era sofferto e anti spettacolare, adesso
non mancano le “Frasi maschie” da vendicatore consumato prima di ogni omicidio,
come la più celebre di tutte: «Tu ci credi in Dio? Adesso vai a trovarlo».

“Con tutto il rispetto signor Kersey, ma io veramente sarei ate…” BANG!

L’approccio della
Cannon alla saga di “Death Wish” è molto più nazional popolare, un cinema
spiccio che parla alle persone che vanno in sala a guardarli questi film, il
ritorno in scena del poliziotto di New York del primo titolo, è un’ottima
soluzione per dare continuità ed evitare lacune di sceneggiatura (roba che il
cinema moderno si scorda), ma la vera svolta è il modo in cui le azioni di Paul
Kersey sono giustificate dalla popolazione.

La scena nel
parcheggio, in cui Bronson salva marito e moglie da un aggressione e poi i due,
coprono la sua fuga mentendo volutamente sull’aspetto del vigilante parla
chiaro, ma è il finale quello che impreziosisce “Il giustiziere della notte 2”.
L’ultimo
componente della banda di aggressori viene portato dalla polizia in un ospedale
psichiatrico, Kersey falsificando i documenti si finge medico, s’intrufola
nella struttura con l’intenzione di curare il paziente in maniera definitiva.
La macchina per l’elettroshock citata prima dello scontro, è un’anticipazione
di come finirà il duello, ma il bello è proprio quel finale, con l’infermiere
di guardia, che concede il tempo a Kersey per scappare prima di dare l’allarme,
tutta la caratterizzazione del personaggio avviene con un solo dialogo, quello
in cui commentando l’ospitalità garantita al nuovo ospite dell’istituto, con
mal celato sdegno l’uomo dichiara: «Adesso va di moda la gentilezza», se non è
andare in contro agli umori del pubblico che riempie le sale questo, non so cosa
sia allora.



“Te la do io la gentilezza, a mano aperta sulla faccia, te la do!”.

“Il giustiziere
della notte 2”, inoltre, è il film con cui il protagonista abbraccia il suo ruolo di vigilante
completamente, l’uscita di scena di Jill Ireland in tal senso parla chiaro, con
lei se ne va l’ultima possibilità di una vita normale per Kersey, un vita che
forse l’architetto non vuole nemmeno più, l’ultima battuta è sardonica e
rimanda alla strizzata d’occhio finale del primo film, però è chiarissima: «Che
impegni posso avere ormai?”, mentre in città risuonano i suoi spari prima
dei titoli di coda.

Il giustiziere della notte 3 (1985)

Tre anni dopo la
saga di “Death Wish” gode ancora di ottima salute, le polemiche e le accuse di Fascismo per il secondo film non sono mancante, ma gli Stati Uniti dell’anno
1985, sono il terreno ideale per la nuova direzione presa dalla saga.
Il presidente
(“Il presidente di che?” cit.) è un ex cowboy dei film che predilige il pugno
duro, Ronald Reagan incarna l’uomo risoluto che non ha paura di nessuno, gode
di fiducia illimitata presso i suoi elettori e Paul Kersey sembra il
personaggio che meglio rappresenta questa sua politica al cinema.
Un aneddoto di
produzione, secondo me, riassume al meglio l’aria che tirava in quel periodo, il
secondo capitolo è uscito in patria con il titolo “Death Wish II”, scritto
così, con il numero romano, per questa terza parte Menahem Golan decide di far
sparire quelle strane barrette, sostituite da un ben più deciso numero, ecco
per cui “Death Wish 3”, motivazione? Secondo Golan la stragrande maggioranza
della popolazione americana nell’anno 1985 non sapeva leggere i numeri romani
(storia vera), posso spingermi a dire che anche oggi penso che la situazione
non sia molto cambiata?



Evitato l’effetto conto alla rovescia alla Guzzanti.

Michael Winner
dirige per l’ultima volta in carriera un Charles Bronson allora 64enne, il
regista non ha intenzione di prendere prigionieri, sa che sarà l’ultimo titolo
della saga con la sua firma e pensa bene di buttare tutto in caciara, il film è
uno spasso se sapete come prenderlo, fa dell’esagerazione una ragione di vita
ed, ormai, ogni svolta della storia è inserita nel film per assecondare gli umore
del pubblico che riempirà le sale.

“Libero le strade dalla criminalità e poi si va tutti a guardare un cantiere!”.

Paul Kersey torna
a New York per trovare un amico, che pronti via, viene ucciso dalla solita
banda di criminali (eh, ma che sfiga!), per futili motivi viene
arrestato e scambiato per l’assassino, in cella avrà il tempo di scambiarsi
cortesie con la gang di colpevoli e con l’aiuto di un poliziotto connivente,
disperatamente bisognoso di un aiuto esterno alla legge per mantenere l’ordine,
Kersey si guadagna carta bianca: “Fa ciò che vuoi, ma porta risultati”. Bronson
accetta ed è incontenibile la gioia sul suo viso.



“Se hai finito con la trama Cassidy, io avrei della gente da ammazzare”.

(L’ex?)
architetto si trasferisce nel disastrato quartiere della Grande Mela (anche se
il film ironicamente è stato girato tutto in Inghilterra) che a ben guardarlo
sembra uno scenario di guerra, somiglia più alla New York di Carpenter con le sue strade popolate da bande che, ormai,
non fanno nemmeno più finta di apparire come criminali realistici, ma con i
loro tatuaggi sulla faccia, hanno il compito di incarnare le paure del popolino
che riempie le sale.

Mi sfugge che minaccia possa essere uno sturalavandini, ma apprezzo lo sforzo.

Kersey ha come
vicino un anziano che rimpiange i vecchi tempi della Seconda Guerra Mondiale,
interpretato dal mitico Martin Balsam, uno che in un armadio di casa tiene una
mitragliatrice Browning calibro 30 portata via dal fronte, come se i soldati
americani ritornati dall’Europa come souvenir potessero portarsi a casa
un’arma, delle bombe a mano, magari un autoblindo… Sai che bello tornare nel Kentucky
con un mezzo corazzato?



“Due bombe a mano non le hai portate?” , “Limite di peso sul bagaglio a mano, che vuoi farci”.

Bronson con la
solita faccia, si liscia i baffi e si mette al lavoro, sfidando apertamente la
gang locale ed improvvisandosi amico della brava gente, la divisione è
manichea, i criminali sono tutti giovani e trasandati, mentre i buoni sono
tutte persone di una certa età, o comunque spostati, bravi padri di famiglia
con la camicia dentro i pantaloni che accolgono Kersey come più o meno qualcuno
oggi fa con Salvini.

Ma solo a me questi due sembrano padre e figlio?

Paul, da parte sua,
è più garulo che mai, la polizia vi ha tolto la pistola per proteggervi (ma
non esiste il secondo emendamento negli Stati Uniti? Vabbè!)? Nessun problema!
Ci pensa Paul! Con un asse di legno, della colla vinilica e due clip, come
l’ultimo dei MacGyver improvvisa un sistema di allarme che si basa sul
principio Maccio Capatondiano della catapulta («Le conosci le catapulte?»),
quando il malintenzionato s’intrufola dalla finestra, SBANG! Una bella mazzata
in faccia. La scena in cui Kersey ritrova gli incisivi anteriori piantati dentro
l’asse resta una delle più iconiche (e comiche) scene di tutta la saga!



“Come una catapulta!” ben prima di Maccio ed Herbert Ballerina.

Kersey ha una
soluzione per tutto, come fermare lo scippatore che corre come Usain Bolt?
Facile: con una Magnum Wildey calibro 475, pistola scelta perché
arrivava dalla collezione personale di Broson e che dopo il film ha fatto
registrare un picco di vendite di questo sconosciuto modello (storia vera). Ma
il meglio, per me, resta il modo in cui la coppietta di anziani, si gode il modo
in cui Kersey mette a ferro e fuoco il quartiere, con la signora che guardando
fuori dalla finestra esulta: «Finalmente è cominciata la guerra!» e poi si
siede comoda in poltrona a seguire la cronaca della carneficina come farebbe vostra
nonna con la puntata quotidiana del programma di Barbara D’Urso che, per altro,
condivide con questo film parecchie posizioni ideologiche, ora che ci penso.

Mi manda ai pazzi
il modo in cui Kersey riceve nuove armi via posta, ogni tanto gli arriva un nuovo
pacchetto con dentro che so, un lancia razzi, ma da dove cacchio la prende
questa roba? Amazon?

Pensa se il corriere non consegna in tempo che casino succede!

L’ultima mezz’ora
di film è uno spasso, Bronson si aggira per la città smitragliando
motociclisti, impiombando al volo cecchini in lontananza, un tiro al piccione
che diventa uno spasso da vedere sul divano, non oso immaginare cosa accedesse
nelle sale americane nel 1985!

“Tu! Non si parla durante il film!”.

Il finale
porta il concetto di duello finale contro i cattivi al livello “Orgia”. Perché
limitarsi a sparare al capo dei cattivoni, quando puoi farlo saltare in aria
con un colpo di lancia razzi? Insomma, come potreste aver intuito, “Il
giustiziere della notte 3” è la celebrazione del personaggio nazional popolare
del vigilante, ma anche uno dei più riusciti ed efficaci film di serie B che
Bronson (la serie Bronson?) non disdegnava di fare nell’ultima parte della sua
carriera, a suo modo anche l’ultimo capitolo davvero riuscito della saga di “Death
Wish”.

Con questa GIF anche oggi, l’Internet lo chiudiamo.

Ah sì, perché non
abbiamo mica finito, ci attendono ancora due capitoli, a breve su queste
pagine! Stay tuned, anzi, “Restate tonnati”!

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