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Il Guanto dell’Infinito (1991): il fumetto che NON ha ispirato il film

A sei anni dall’uscita, Avengers Endgame è tornato al cinema un po’ per far soldi sull’effetto nostalgia e un po’ per pompare l’attesa di “Avengers Doomsday”. Occasione propizia per dare un’occhiata al fumetto insieme a Quinto Moro.

Doverosa premessa numero uno: se i fumetti Marvel fossero una nazione sarei un immigrato (non clandestino ma di diversa estrazione fumettistica), visto che ho iniziato a scoprirli solo a partire dai film dell’MCU (che vabbè siamo ben oltre il decennio ormai). Il che mi ha reso spettatore indulgente verso le pellicole e interessato a ciò che le ha ispirate, anche se solo alla lontana. Il che ci porta alla doverosa premessa numero due: il Guanto dell’Infinito non è il fumetto da cui è tratto il dittico di Avengers Infinity War ed Endgame, piuttosto uno spunto per far collidere le varie storie dell’MCU in un grande evento con un grande cattivo, leggerlo non vi renderà esperti Marvel né migliorerà o peggiorerà la vostra percezione dei film. Né in queste pagine ritroverete le gesta di Cap, Tony e tutti quelli che sono schiattati e resuscitati nella battaglia per le gemme.

Un realistico ritratto di Kevin Feige dopo gli incassi di Endgame

Le dinamiche di questo ciclo di storie sono sensate e coerenti soprattutto con le logiche fumettistiche, per cui Thanos non è un imbecille ossessionato da riequilibrare la fame nell’universo sterminandone metà così da avere cibo per tutti (esponendosi al meme del: scusa coglione, raddoppiare le risorse e vivere da eroe pareva brutto?), ma più vicino alla comprensibile ossessione terrena che Cetto La Qualunque riassumerebbe con: u pilu.

Ciò che muove le ossessioni del titano pazzo è la bella Lady Morte, con un Thanos ubriaco d’amore tossico che per compiacere la Morte incarnata – dispiaciuta che nell’universo ci siano ormai più vivi che morti – si auto-incarica di sterminare metà delle forme di vita per far colpo sulla bella, e per farlo raccoglie le mitiche gemme dell’infinito.

Altro che bilancia cosmica, voleva solo un po’ di coccole

Una delle cose più divertenti di questa miniserie è il fatto che Lady Morte non parla mai, probabilmente costernata dall’idiozia del titano, e dal fatto di averne ispirato le azioni, da cui appare continuamente contrariata. Il Thanos del fumetto è totalmente diverso da quello conosciuto nei film, la definizione di “titano pazzo” dovrebbe rendere l’idea: non un freddo calcolatore ma un folle in balia dei propri desideri e contraddizioni, del proprio delirio di onnipotenza e della propria infatuazione, quasi un bambinone con problemi di gestione della rabbia e deficit da attenzione, tanto che esasperato dalla freddezza di Lady Morte (che particolarmente calda non poteva essere) finisce per creare da sé la propria amante perfetta, Terraxia.

Più che le gemme dell’infinito, gli serviva una seduta dallo psicologo

La storia parte in media res, al culmine di un più lungo percorso in cui le gemme sono già state raccolte. Più che un racconto di eroi impegnati a fermare il cattivo, la vicenda ruota intorno allo stesso Thanos, alla sua insoddisfazione per ciò che ha ottenuto, passando dai suoi sfoggi di forza e una lunga sequela di personaggi cosmici che ha fatto incazzare: un’abbuffata di eroi terreni fino a a Celestiali e divinità varie, con quel tocco visionario che ha il sapore del periodo più lisergico della Casa delle Idee, quando Stan Lee sfornava miti e mondi un giorno sì e l’altro pure. Jim Starlin che firma la storia mette in risalto i personaggi a cui è più affezionato, dal titano pazzo a Silver Surfer, e soprattutto il redivivo Adam Warlock, eminenza grigia che nel marasma di apparizioni e personaggi sarà uno dei pochi veri protagonisti sino al finale.

I grandi eroi Marvel sono relegati al ruolo di comparse, o comunque secondari visto lo squilibrio di potere fra l’onnipotente Thanos e i terrestri. Non può mancare l’apparizione dell’Uomo Ragno, una spruzzata di X-Men, Capitan America e Thor sugli scudi, e le improbabili alleanze con qualche cattivo. Il finale si fa sempre più psichedelico con un bel colpo di scena, con divinità a gogò e una Nebula che da comparsa finisce per prendersi la scena.

Nebula fa l’apripista ai Marvel Zombies

Più dei testi – peraltro scorrevoli e leggeri senza scadere troppo nel banale – a rendere la lettura godibile è l’anima pura del fumetto Marvel vecchio stile: personaggi bizzarri in un caleidoscopio di scazzottate e scontri, con una magnificenza delle tavole che lasciatemi dire, ha davvero pochi eguali in bellezza, almeno per il mio gusto estetico. I disegni sono magnifici, ma è l’inchiostratura e l’uso dei colori a lasciare di stucco per un tema ricorrente: l’uso del bianco. Il bianco è trattato col rispetto che merita, usato come un colore, non come qualcosa da riempire ossessivamente come accade in troppa produzione Marvel post 2010, con l’uso di colorazione digitale sempre più asfissiante in una ricerca di realismo e densità visiva che ho spesso trovato soffocante e senz’anima.

Qui i colori bucano la pagina, il bianco esalta personaggi e scenari, su tutti il palazzone dedicato a Lady Morte, ma anche le esplosioni e gli effetti luce. Le tutine colorate si stagliano su sfondi bianchi o neri e non si confondono o appiattiscono sulla pagina. Uno spettacolo anche per un lettore abituato bene da Spawn e Swamp Thing. Lo stile unisce il fascino rétro delle tavole coloratissime degli anni d’oro Marvel con una maturità stilistica e un raro buon gusto.

Pazzo certo, ma con buon gusto per l’architettura

Il Guanto dell’Infinito è un fumettone che fila veloce nonostante la quantità di personaggi, senza risultare troppo confusionario, e leggibile anche senza conoscere tutto il ciclo che l’ha preceduto. Certo non è la lettura ideale per chi sia totalmente a digiuno di fumetti e film, ma un giro sull’ottovolante dell’MCU basta – se non per capire o conoscere tutti i personaggi – a seguirlo agevolmente.

Grazie a Quinto Moro per aver commentato questo fumettone, e vi ricordo che potete leggere i suoi racconti cliccando forte QUI.

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