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Il labirinto del fauno (2006): c’era una volta la disobbedienza

Ormai lo sapete, tengo una lista di compleanni, titoli che spengono candeline nel corso dell’anno in corso, spazianfo tra film di genere di diverse età a non solo, però il titolo di oggi nella mia lista era sottolineato. In rosso. Due volte (storia vera).

Esiste un prima e un dopo nel cinema di Guillermo del Toro, perché “Il labirinto del fauno” è indubbiamente il titolo che ha messo il regista messicano sulla carta geografica. Che fosse uno diverso dagli altri lo aveva già dimostrato con i suoi esordi, che nel cuore e nella pancia si portasse tratti da Autore della vecchia scuola (a partire dalla difficoltà nel reperire fondi per le sue tante idee) lo aveva chiarito quando, invece di adattare il classico super eroe per il cinema, lui ha scelto Hellboy dell’amico (almeno, allora) Mike Mignola.

Il modo semplice per descrivere un Autore, uno di quelli con la “A” maiuscola consiste nel dire che è qualcuno che torna sempre sulle stesse tematiche, le stesse ossessive fascinazioni, questo film è il secondo capitolo di una mai davvero completata trilogia (destino del regista, vedi l’Hellboy di cui sopra) iniziata con La spina del diavolo. Film girati interamente in spagnolo e ambientati durante la guerra civile e il secondo dopoguerra in Spagna, a dirla tutta il mai realizzato terzo capitolo a tema, potrebbe per certi elementi essere il suo Pinocchio, ma in tutta onestà, dopo “El laberinto del fauno” non credo si potesse fare meglio. Non lo credo possibile perché, anche a distanza di vent’anni dalla sua uscita, ogni volta che lo vado a rivedere, resta uno di quei titoli in grado di coccolarti, malmenarti, ripagarti di tanta robaccia che da appassionati di cinema di genere (e non solo) ci è capitata nel frattempo sotto gli occhi e allo stesso tempo, di sfidarti, come pochissimi altri film sono in grado di fare.

«Guillermo, un giorno mi dirai perché i protagonisti dei tuoi film devono sempre avere le corna»

Il tema della scelta è il vero cuore di questa storia, un racconto che del Toro ha inseguito per anni, tra sogni lucidi su Fauni e decine di bozzetti e appunti accumulati per anni, tutta roba che abbiamo più volte corso il rischio di non vedere mai uscire dalla testa del regista messicano, anche per via di quella volta che il plico di bozzetti, è andato perduto, dimenticato sul sedile posteriore di un taxi, restituito al legittimo proprietario, dal vero grande eroe di questa storia, il taxista che è tornato indietro per restituire quel mucchio di fogli al legittimo proprietario. Lo so, una storia (vera) che ha i tratti della fiaba o della leggenda, ma ho scelto, in tema con il film, di crederci.

Scelte, come quella di Guillermone nostro, in trattative per dirigere “Le Cronache di Narnia” che abbondonò il progetto per seguire caparbiamente Ofelia nel labirinto, scelte come quelle di rinunciare ad un budget tre volte maggiore, a patto di girare il film in inglese con un cast americano. In direzione ostinata e contraria (cit.) del Toro ha deciso di non obbedire, il risultato non è solo il suo film manifesto, gli Oscar, l’apprezzamento anche dei suoi – e dei nostri – miti cinematografici, il risultato è un Classido.

Ok la ricostruzione della Spagna saldamente in pugno a Franco, ok gli elementi Horror che caratterizzano la storia, ma la base de “Il Labirinto del Fauno” va ricercata proprio nel fantasy, anche se sembra quasi sminuente ridurre tutto a qualcosa storicamente associato a unicorni e fatine, che comunque qui ci sono, anche se fanno una brutta fine.

Anche perché a molti cinefili (o presunti tali), le trame a loro detta “troppo semplici” non piacciono, una critica che puntualmente viene mossa a del Toro, narratore per immagini che nel corso della sua filmografia ha asciugato dialoghi e in generale, il verbale dei suoi film, per utilizzare sempre più le immagini, la fotografia e l’uso dei colori per narrare, che poi è quello che dovrebbe fare il cinema. Ma in vent’anni non ho mai sentito nessuno bollare di eccessiva semplicità questo film, certo, qualcuno che salta su a criticare si trova, ma la semplicità de “Il Labirinto del Fauno” va ricercate nei codici fiabeschi che lo regolano, i buoni devono essere buonissimi e i cattivi cattivissimi, e qui lo sono, come quel fascio di merda del capitano Vidal, cattivo riuscitissimo, alla faccia del fatto che la produzione avesse dei dubbi su Sergi López, più noto in patria per le commedie.

«Non sono cattivo è del Toro che mi scrive così»

L’unico personaggio che ambiguo per sua natura lo è davvero è proprio il Fauno, impersonato dal solito Doug Jones, qui chiamato ad un super lavoro visto che presta le sue movenze anche allo spaventoso (quindi bellissimo) “Hombre palido”. Malgrado la solida base fantastica della storia, “El laberinto del fauno” non abbraccia mai la via d’uscita facile della fantasia come scappatoia da una vita orribile, come a tutti gli effetti è quella di Ofelia (Ivana Baquero) che deve fare fronte ad un padre defunto, un patrigno orribile, la guerra e la dittatura. Per nostra fortuna del Toro si smarca dalla narrativa per cui l’immaginario e l’immaginazione dei bambini sia tutta colori pastello e bordi arrotondati.

«No guardi signor Pallido, mangio solo due olivette», «Quelle non sono olivette»

Proprio come del Toro che sognava lucidamente Fauni, anche il mondo di fantasia nella quale Ofelia si rifugia è un riflesso di quello dove ha sempre vissuto la protagonista: il Fauno, con la sua ambiguità di fondo, né buono e né cattivo, è il Virgilio ideale in un mondo dove il regno sotterraneo da cui arriva la principessa di cui Ofelia dovrebbe essere l’incarnazione ha toni oscuri (resi tali anche dalla magnifica fotografia di Guillermo Navarro), uno degli elementi a cui più ci si aggrappa, è una tutt’altro che rassicurante mandragora, che va tenuta sotto il letto e nutrita con il sangue, qualcosa che di base crea quasi repulsione ma che poi, quando viene distrutta da qualcuno che, nelle persone giuste, dovrebbe creare ancora più repulsione (un fascio di merda), ci fa urlare «Nuuuuuoo!» perché abbiamo avuto la fortuna di essere stati completamente rapiti dal mondo raccontato da del Toro.

Le prove, che Ofelia deve superare, sono semplicissimi espedienti narrativi che servono più che altro a far emergere la vera natura della protagonista, costringendola, come detto, a fare delle scelte. La mia preferita? L’escursione dentro il ventre dell’albero, con il rospone, guarda caso la scena che si è guadagnata l’apprezzamento aperto anche di David Cronenberg, davvero? Non lo avrei mai detto, visto che è piuttosto palesemente (e freudianamente) rappresentato come un utero materno in cui strisciare carponi e senza vestiti, come avete fatto almeno una volta anche voi se state qui a leggermi.

A David Cronenberg piace questo elemento.

Anche se la sequenza più memorabile, il vero Re senza corona de “El laberinto del fauno” resta lui, l’hombre palido, la sequenza del banchetto che è quella con cui del Toro ha potuto omaggiare e riecheggiare Goya e il suo celebre “Saturno che divora i suoi figli”, un momento di paura pura capace di riportarti allo spavento primigenio, quello che si provava da bambini in grado di alimentare incubi, come solo le favole – i primi veri Horror – sono in grado di fare.

Il livello di ossessione profuso da del Toro in questa sua opera di svolta è lo stesso sfoggiato anche nel resto della sua filmografia, un amore e una cura per il dettaglio che lo ha portato a supervisionare i sottotitoli in lingua inglese del film per evitare di replicare precedenti delusioni, dovute da adattamenti fatti con la storia un po’ meno nel cuore, rispetto a chi l’ha raccontata.

«Vi vedo, mentre leggete solo le didascalie della Bara Volante!»

Ci sono poi dettagli di meravigliosa semplicità in questo film, amo ad esempio la “nevicata” di polline che puntualmente si manifesta ogni volta che entrano in scena i partigiani, come se loro stessi fossero forze della naturale avvolti in essa.

Ma in generale le chiacchiere stanno davvero a zero, la bellezza formale de “Il labirinto del fauno” è tutta sotto i nostri occhi, dai tempi della prima visione in sala giù fino all’altro giorno, in cui me lo sono rivisto, come scusa perché lo conosco a memoria ma non vuoi sfruttare ogni occasione possibile per rivederlo? Anche perché la regia di del Toro e il montaggio di Bernat Vilaplana mescolano la parte realistica e quella fantastica della storia in un modo unico, a volte sembrano complementari (come accade spessissimo con molte immagini nel cinema del regista) mentre altre volte, sembrano quasi sfumare una dentro l’altra, per non parlare di tutto l’utilizzo della fotografia, toni di colori caldi e freddi alternati con la cura di un artigiano.

Ma quello che rende immortale “Il labirinto del fauno” è il cuore del messaggio che vuole portare, Guillermo del Toro ha definito la lavorazione del film una battaglia per non scendere a compromessi, il senso ultimo per il regista è che la cieca obbedienza distrugge e ci priva di tutto quello che ci rende umani, non a caso la mia riga di dialogo preferita del film è sempre la stessa da vent’anni: «Obbedire senza pensare, lo fa solo la gente come lei capitano.» 

«Una mattina, mi sono svegliato…», «Cosa stai cantando?», «Non puoi capire bastardo»

“Il labirinto del Fauno” sottolinea il valore di ogni scelta e ci ricorda anche il coraggio che ci vuole per affrontare le conseguenze, la disobbedienza come prova di una mente pensate e di un cuore che batte, ultimo baluardo dell’umanità, sempre, che sia la ribellione infantile agli ordini della mamma che non vuol che sporchi il vestito o gli ordini diretti di un ufficiale disumano. Tutte le prove del Fauno sono un allenamento alla sua prova finale, quella veloce occhiata che del Toro ci regala di Ofelia seduta sul trono del regno sotterraneo è il solo sollievo all’unico finale possibile. Pagando il prezzo della sua disobbedienza Ofelia si sacrifica per salvare una vita e si guadagna un’ideale incoronazione tra i giusti, anche se in questa vita, in questa parte terrena del mondo, resta lì a terra, per un finale bello, giusto e doloroso che non si attenua, nemmeno dopo vent’anni passati a vedere e rivedere questo film, perché semplicemente Ofelia, che la tragedia ce l’ha fin dal nome, ha alzato l’asticella dell’etica morale, forse per sempre.

Per Ofelia si aprono le porte del Valhalla dei personaggi cinematografici del cuore.

Non credo esista un singolo titolo più meritevole del suo prestigio, preso centimetro per centimetro, per rappresentare un “prima” e un “dopo” nella filmografia di cui fa parte, ma anche per giustificare quintali di amore del pubblico per un singolo Autore, con la prima lettera doverosamente maiuscola. La scelta definisce chi siamo, Guillermo del Toro ha scelto di combattere per questa storia, non potrò mai ringraziarlo abbastanza per averlo fatto.

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