
Malgrado vada a correre quasi tutti i giorni, ho lasciato che a trattare questo film fosse Rebel Rebel, ci voleva del talento per raccontare al meglio il compleanno di questo film pieno di grandi talenti, lascio la parola a lei, buona corsa e buona lettura!

Se dovessimo immaginare una ipotetica lectio magistralis sulla New Hollywood questo film potrebbe aprire i lavori, sia per i soggetti coinvolti (sceneggiatori, attori, regia) sia per i temi e lo stile cinematografico. Il thriller politico nel decennio del suo massimo fulgore, dove la cattiveria non è più un tabù ma strumento d’azione e di narrazione e dove la paranoia di un popolo intero la fa da padrone. Nell’America degli anni ‘70 non si crede più a Babbo Natale. L’illusione di essere il paese dei giusti baciati dall’Onnipotente è impallidita e poi definitamente svanita dopo l’ingiuria della guerra del Vietnam, lo scandalo Watergate, le droghe per le strade, le porcherie della CIA e la fine di quel bellissimo e ingenuo sogno che fu la generazione dell’amore libero e dei fiori nei cannoni. Allo stesso tempo, come ebbe a definirlo la celebre critica cinematografica americana Pauline Kael, Il Maratoneta (Marathon Man, 1976) mette in scena “la fantasia ebraica di vendetta”, una sorta di racconto catartico in cui il “giusto” comune e indifeso riesce a trionfare, con l’utilizzo della stessa violenza subita, sui carnefici della storia.
E ora tutti starete pensando la stessa cosa e per la delicatezza della faccenda non mi soffermerò sul cortocircuito infernale che la storia ci ha riservato, ognuno rifletta per suo conto, ma, per amore di schiettezza, vi dirò solo che rivedere questo film oggi ha tutto un altro sapore. Un sapore amaro. La dinamica vittima/carnefice, giusto/sbagliato è una spirale che ha compiuto un giro su se stessa perdendo ogni riferimento, mentre la semplicità di tanti avrebbe desiderato poter continuare a credere in una linea retta e lineare che puntasse verso l’alto. L’alto della giustizia umana che il tempo dovrebbe regalare. Ecco così non è, non è mai stato e credo che oramai sia letteralmente impraticabile ignorarlo. Stendiamo un velo nero, anzi un tessuto nero, bianco, rosso e verde, e proseguiamo.
Il leggendario scrittore e sceneggiatore, di origini ebraiche, doppio premio Oscar (migliore sceneggiatura originale nel 1970 per Butch Cassidy e nel 1977 Oscar alla migliore sceneggiatura non originale per Tutti gli uomini del presidente) William Goldman, nel 1974 dava alle stampe il romanzo da cui tutto origina e trattandosi di uno degli sceneggiatori più acclamati della rinnovata Hollywood, lo scritto circolava già negli ambienti degli studios prima ancora di venire pubblicato. Robert Evans, pezzo da Novanta dell’ambiente, a capo della Paramount Pictures, con una vista lunga lunga, acquistò i diritti del romanzo in tempo record per 500.000 fogli verdi, una cifra che allora suonava di tutto rispetto, diciamo pure enorme. Dal canto suo John Schlesinger, regista sempre di origini ebraiche, premio Oscar per Un uomo da marciapiede, veniva dal mezzo flop de Il giorno della Locusta e fu ben lieto di giocarsi la carta vincente della trasposizione del romanzo sapendo di poter contare sul pregio del suo autore qui anche in veste di sceneggiatore, garanzia di sicura riuscita, almeno sulla carta e la storia gli avrebbe dato ragione.

Il primo fotogramma del film inquadra Abebe Bikila l’incredibile maratoneta etiope, due volte campione olimpico, che ai giochi di Roma del 1960 corse a piedi nudi divenendo l’eroe dell’Africa che si liberava dal colonialismo europeo. Simbolo di resilienza e riscatto la sua foto campeggia nella stanza di Babe. Thomas Babington Levy “Babe” (Dustin Hoffman) è uno studente ebreo, dottorando in Storia alla Columbia University che sta preparando la sua tesi di laurea sulla Tirannia, compresa quella, attuata fraudolentemente nel suo paese, gli USA, per esempio durante quel cupo buco democratico che fu il maccartismo (per il quale con ogni probabilità suo padre si è suicidato). Nel contempo si sta preparando per la maratona e corre, e corre, nel perimento del Central Park coltivando resistenza e sopportazione del dolore, senza immaginare quanto tutto questo gli tornerà utile. Nel frattempo il destino mescola le sue carte sporche e in una strada di una New York cupa ed ansiogena, con le auto lunghe 6 metri, durante una festa ebraica nella East Side, due auto si lanciano in un inseguimento costellato da insulti reciproci a suon di “crucco nazista di m..a/giudeo della stessa m..a” finendo per schiantarsi contro un’autobotte. Alla guida dell’auto crucca è spirato il fratello di un vecchio nazista nascosto in Uruguay, il dottor Christian Szell (Sir Laurence Olivier) medico dentista torturatore del Reich, soprannominato l’Angelo bianco (dis-omaggio al criminale nazista Josef Mengele – il famigerato Angelo della morte). Egli possedeva l’unico altro paio di chiavi che apre una cassetta di sicurezza in una banca della città dove il vecchio gerarca ha stipato una montagna di diamanti sottratti agli ebrei (dopo i denti d’oro) con la promessa della fuga. Il vecchio Szell deve rientrare a New York se vuole recuperare il suo tesoro. Dall’altro capo della fune però non si scherza e non si fanno sconti. La Divisione, una non meglio identificata agenzia para governativa, che puzza tanto di apparato CIA, copre la latitanza del nazista in cambio di informazioni, un doppio gioco senza scrupoli e il fratello di Babe, Henry David “Doc” (Roy Scheider) ne fa parte prestandosi addirittura quale corriere per il trasporto e la vendita dei diamanti, frutto dello strazio delle vittime del dottore. Da ciò s’innesca la catastrofe che piomba su Babe che è allo scuro di tutto e si troverà da un ora con l’altra in pericolo di vita, aggredito e braccato nella sua americana città come se fosse stato catapultato nel Cile di Pinochet – dove per altro ben noto è l’intervento dell’artiglio malefico della CIA.

Ne “Il Maratoneta” la grande storia del XX secolo è la sottotraccia che rimane sullo sfondo ma è nell’anima degli Stati Uniti che si svolge l’azione perché questo film è un susseguirsi di colpi di scena, colmo di grandi sequenze in una New York zeppa di umanità varia, una città che anche nella piena luce del giorno incute cupezza e inquietudine. Già la scena iniziale del litigio tra i due automobilisti, che si snoda per le strade con gli sguardi degli ebrei attoniti, i rumori del traffico, trasmette una sensazione di caos ed imprevedibilità che s’attacca addosso. Viviamo lo stesso malessere, perfino più pungente, quando il vecchio nazista si aggira nel quartiere dei diamanti venendo riconosciuto da chi aveva torturato in passato. La sostanza del film deriva, scena dopo scena, dalla reazione dei personaggi alle situazioni via via più incalzanti. Il ritmo è potente e la tensione raggiunge vette che sfiorano l’horror come nella scena della tortura ai denti che rimane più che disturbante nonostante siano passati cinquant’anni e sul grande schermo abbiamo visto di tutto. Una fotografia grandiosa ma che non apre i polmoni anzi schiaccia a terra per ciò che vi si svolge, in tal senso ha la potenza di un quadro la scena, girata a Los Angeles, della conversazione tra Doc e il dottor Szell davanti alla scultura Double Ascension.
Il film si avvale di interpretazioni straordinarie a partire dai due antagonisti. Hoffman aveva inaugurato l’epoca della New Hollywood con Il Laureato (1967) e qui ritorna come studente, incarnando a tutti gli effetti il bravo ragazzo, il giusto, l’innocente che ancora porta su di sé la sofferenza delle ingiustizie inferte dal mondo a suo padre e alla sua gente e ne vuole riscattare la memoria attraverso la sua tesi, coltivando forza e determinazione spingendo le gambe oltre il fiato disponibile. Inutile dire quanto egli risulti credibile, quanto lo spettatore si senta sempre al suo fianco. Non sono da meno altri volti celebri della nuova Hollywood, in primo luogo Roy Scheider col suo viso dall’espressività asimmetrica, le movenze feline e il portamento regale o ancora William Devane, nel ruolo dell’agente della Divisione Janeway che trasforma il suo sguardo naturale da orsacchiotto in un minaccioso ghigno falso e pericoloso. Ma è il vecchio nazista che ruba la scena a tutti. In omaggio ai grandi maestri del passato sul set arriva Sir Laurence Olivier, capace di esprimere senza troppa movimentazione di muscoli facciali, il più profondo disprezzo, la più gelida cattiveria, la più agghiacciante convinzione di superiorità che fa sì che l’altro appaia niente più che un animaletto fastidioso. E naturalmente è soprattutto nei duetti con Hoffman che maneggiamo in diretta la grande recitazione. Gira un aneddoto divertente che riassume i due stili di recitazione a confronto e forse ci racconta anche di due diverse, per quanto uniche ed irripetibili, personalità dello star system. Durante le riprese del Maratoneta un giorno sul set Hoffman, in pieno stile Actor Studio, stava girando intorno a un palazzo e correva, e sudava, e cercava di apparire il più stanco possibile per adeguarsi alla scena che doveva girare. Olivier, tranquillamente seduto sulla sua seggiola di tela, gli chiese cosa stesse facendo al che Hoffman rispose che stava cercando di immedesimarsi nel personaggio in vista della scena e di rimando domandò al barone “Perché tu come avresti fatto?” E Olivier, serafico, rispose: “…Beh, avrei recitato…”. Bingo!

Personalmente la cosa che più ho apprezzato della sceneggiatura è la critica feroce alla società americana, di quella ferocia che si riserva solo a coloro che una volta abbiamo amato. Critica che però inaspettatamente passa non tanto dal desiderio di verità inseguita dallo studente Hoffman, che vuole portare alla luce con la sua tesi sulla Tirannia l’ipocrisia della democrazia statunitense (il buono della storia in cui dovremmo identificarci) ma che si riversa impietosa dal cattivo del film, da Szell. Egli pronuncia senza quasi mai scomporsi, frasi sprezzanti su quel popolo che ha ritenuto forse in un momento della sua storia recente di rappresentare il faro della civiltà. Per Szell, gli Stati Uniti non sono una nazione da rispettare, ma un luogo degradato da sfruttare unicamente per recuperare le proprie ricchezze (i diamanti nascosti a Manhattan). Il vecchio tedesco che ha subito insieme a tutto il suo popolo, l’insulto della storia, non perde occasione per esprimere attraverso frasi che sono lame, la sua totale condanna estetica, culturale e morale della società americana, che lui considera caotica, volgare e priva di classe. Plastico l’arrivo all’aeroporto di New York quando con l’espressione nauseata del viso egli vede intorno a sé un gruppo di turisti affastellati sul suolo, colorati, vocianti, semplicemente inferiori; un netto e sgradito contrasto con la rigida disciplina europea ed estetica a cui era abituato. Nella scena in cui si confronta con l’agente Doc (Roy Scheider), ebreo che non nasconde a sua volta il suo di disprezzo, Szell liquida la spavalderia e l’aggressività tipicamente americana dell’agente con freddo distacco, dicendogli che non ha intenzione di battersi fisicamente perché si ritiene “decisamente troppo intelligente” per scendere a quel livello. Rivolto a Janeway, l’agente corrotto e doppiogiochista, esclama: “La mia opinione sugli americani non è mai stata molto alta. Voi non sapete fare altro che vendervi.” E sempre rivolto a lui, che afferma di “credere nel suo paese” mentre in realtà sta cinicamente ingannando gli americani offrendo protezione ad un criminale nazista Szell risponde gelido “Anche noi ci credevamo” (“So did we all.”) e con poche terribili parole colui che ha rappresentato (quasi?!) fino ai giorni nostri il male assoluto, mette su uno stesso piano inclinatoil patriottismo degli americani e quello che portò alla nascita del Terzo Reich.
Quante riflessioni sull’attualità potremmo fare partendo dal lucido cinismo di questo personaggio, e quanto ne usciremmo con le ossa rotte. Ne “Il Maratoneta” infine l’innocente, l’erede dei perseguitati, ha la meglio e si prende la sua dolorosa rivincita… nel film, ma qui è un’altra storia.


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing