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Il mio nome è Nessuno (1973): presto invecchiano gli uomini nelle disavventure

Il destino spesso lo s’incontra proprio sulla strada presa
per evitarlo. Invece, a volte, sulla propria strada s’incontra un nessuno che vi
dà il benvenuto al capito (non tanto) a sorpresa della rubrica… Un mercoledì da
Leone!

Come avete abbondantemente intuitolo dai capitoli precedenti
della rubrica, la mia frequentazione con il cinema di Sergio Leone è iniziata
in giovanissima età, quando non avevo ancora sviluppato la mia attuale (e
pallosa) propensione a fare la punta ai chiodi di ogni pellicola, ma proprio
come mi piace fare ancora oggi, li guardavo tutti senza soluzione di continuità,
dividendoli solo tra quelli che mi piacevano e… Vabbè, gli altri. Anche se poi i film di Leone mi piacciono tutti senza riserve.

Nella mia testa “Il mio nome è Nessuno” è un film di Sergio
Leone nel senso che lo alternavo agli altri suoi classici guardandolo a ripetizione,
l’unica particolarità era che questo era quello strambo della cucciolata,
quello più caciarone (nel senso migliore del termine) con protagonista Trinità,
una di quelle facce amiche del cinema dell’infanzia, perché con il buon Mario
Girotti
Terence Hill e il suo compare (qui assente) Carlo Pedersoli
Bud Spencer, alla fine ci siamo cresciuti tutti.

Zio Terence Hill, uno che ha fatto da balia ad almeno un paio di generazioni di spettatori.

Quello che nella mia testa faceva di questo film uno di
quelli di Sergio Leone erano le musiche del Maestro Morricone e la presenza di
“Quello di c’era una volta il West” (più celebre con il nome di Fonda, Henry. Potreste averne sentito
parlare). Quando successivamente ho iniziato a prendere il vizio (tutt’ora ancora
in vigore) di leggere tutti i nomi nei titoli di testa e spesso anche di coda
del film, ho rimesso tutto nella giusta prospettiva, ma di puro istinto, non
avevo sbagliato di tanto.

L’idea iniziale di Leone era bellicosa: un adattamento dell’Odissea,
utilizzando personaggi e ambientazioni western, considerando la mia passione per
Omero, sarebbe stato tipo il mio film preferito di sempre. Ma Leone aveva
ancora in testa il romanzo “Mano armata” da adattare e dopo aver tentato invano
di sbolognare la regia di Giù la testa
a Sam Peckinpah (tenetemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo) di dirigere
un altro western non aveva nessuna intenzione. Ma la lunga pre produzione del
suo prossimo (e purtroppo ultimo) film, ha avuto un altro effetto, quello di lasciare
campo libero al ruolo di produttore, con cui Sergio Leone, per sua stessa
ammissione, si è divertito parecchio.“Un genio, due compari, un pollo” (1975) sempre con Terence
Hill, “Il gatto” (1977) di Luigi Comencini, il tostissimo “Il giocattolo”
(1979) fino ad arrivare ai film del suo protetto Carlo Verdone, una lunga fase
che, però, è iniziata proprio con “Il mio nome è Nessuno” che si porta dentro i
segni di quell’idea iniziale su un’Odissea western ed è stato affidato nella
mani giuste, quelle di Tonino Valerii.

Vabbè, se non c’è nessuno allora me ne vado, potevate dirlo.

Ora, lo abbiamo visto in parte anche in questa rubrica, lo
Spaghetti Western esisteva già quando Leone ne ha scolpito nella roccia i
canoni per sempre con Per un pugno didollari, dopo aver trascinato a forza questo genere così specifico, dritto
attraverso la porta principale del Grande Cinema con un paio di titoli clamorosi,
l’unica strada ancora da battere per il genere, era quella della commedia,
molto ben rappresentata dai due Trinità di Enzo Barboni, interpretati proprio
da Terence Hill.

A ben guardare, senza i siparietti comici esilaranti tra
Biondo e Tuco, non avremmo mai avuto Trinità e Bambino, quindi tutto torna, Terence Hill rappresenta il filone comico, mentre il regista Tonino
Valerii (che aveva già firmato un classico come “I giorni dell’ira”, 1967) è l’uomo
scelto da Leone per garantire la continuità del suo stile. Due mondi che si
uniscono rappresentanti anche nel film, da un lato abbiamo il giovane e
scanzonato pistolero Nessuno (Hill) che sogna di far diventare grande,
grandissimo il suo eroe dell’infanzia, il vecchio pistolero Jack Beauregard,
una leggenda del vecchio West interpretata da una leggenda del cinema come
Henry Fonda. Sì, quello di C’era una volta il West.
Un mito nella parte di un mito: Henry Fonda.

Non sono riuscito a trovare riscontri, quindi questa
prendetela come una mia teoria: dopo una vita passata ad idolatrare Fonda sul
grande schermo, Leone ha avuto la possibilità di dirigerlo una sola volta. I
due sono rimasti in ottimi rapporti, tanto che come abbiamo visto, Fonda ha
caldamente consigliato a James Coburn
di lavorare con Leone definendolo il miglior regista che lo abbia mai diretto
(storia vera). Secondo me, a Leone era rimasto sul gozzo l’aver reso Fonda un
cattivo sul grande schermo, quindi Jack Beauregard è il modo in cui il grande
regista romano ha provato a riallinearsi i Chakra.

Ma, poi, secondo voi, un regista maniaco dei dettagli come
Leone, avrebbe potuto davvero lasciare tutto in mano a Tonino Valerii che
diligentemente qui dirige seguendo lo stile Leoniano come un bravo scolaro? Ma
figuriamoci! Mettiamola così, non è finita come tra Tobe Hooper e Spielberg per
Poltergeist, però Leone per almeno un
paio di scene si è rivolto al suo collaboratore dicendogli: «Tonì, questa la giro
io, scansate».

“Scusi, sa a che ora parte il treno?”, “Il treno parte quando lo dice Sergio”

Per assurdo (ma nemmeno poi tanto), le scene girate da Leone,
pare su insistenza dello stesso Terence Hill, non sono state quelle più epiche e
di ampio respiro. No, quelle in questo film ci sono, ma è chiaro che siano state
tutte girate da Valerii con la precisa intenzione di essere più Leoniano possibile,
le due scene girate di pugno da Leone sono state quelle più comiche e leggere,
lo spettacolare duello alcolico con i bicchieri («Fortuna maiala!». «Fortuna
merda!». «Fortuna…», «Che non ce l’aveva con te») e quella dell’orinatoio,
una scena muta, solo con qualche fischio, che finisce con Nessuno che si porta
via il treno, la grande passione di Leone.

Ora ho capito perché si chiama “Shot”.

“Il mio nome è nessuno” è un film dall’equilibrio perfetto, è
leggero e scanzonato, fa ridere di gusto anche grazie a dialoghi memorabili, ma
allo stesso tempo sembra quasi un C’era una volta il West in misura minore, che con molta più propensione alla
leggerezza, riesce comunque perfettamente ad omaggiare la fine di un’era,
quella del west, dei duelli e della frontiera selvaggia, ben rappresentata dal
vecchio pistolero Jack Beauregard.

Se Ulisse riusciva a fregare quel cecato di Polifemo con il
vecchio trucco di farsi chiamare semplicemente nessuno, il film rende onore a
questa trovata in ogni modo possibile. I giochi di parole e le battute sul non-nome
del protagonista (a suo modo un pistolero senza nome) si sprecano dall’inizio alla fine del film («C’è qualcuno di
più veloce di lui?», «Nessuno») e l’entrata in scena del protagonista non
poteva essere più coerente di così: se Ulisse ha passato una vita in mare
aperto per cercare di tornare nella sua Itaca, Nessuno quando lo incontriamo,
spunta fuori dalla pozza d’acqua e proprio all’acqua consegnerà il suo eroe Jack
Beauregard nel finale.

Il vincitore di Find the fish.

Nessuno è uno di noi, è cresciuto con i grandi eroi del
west(ern) come Henry Fonda e sogna di trasformare il suo eroe in un mito, è
impossibile non simpatizzare per i suoi intenti così condivisibili (perché sono
gli stessi del cinefilo appassionato) e i suoi modi scanzonati di liberarsi dei
casini e dei guai («Beato chi divide col prossimo i pesi della vita!») che lo
rendono una continuazione ideale di quello di Trinità, quasi un terzo capitolo
apocrifo, in quello che è a tutti gli effetti anche un Leone apocrifo.

Per rendere Jack Beauregard una leggenda, Nessuno deve prima
di tutto guadagnarsi la sua fiducia («Pensaci, andresti su tutti i libri di
storia!», «Così tu saresti tra quelli che leggono e io tra quelli che
muoiono») e fargli affrontare una sfida epica: Beauregard da solo, contro i
centocinquanta cavalieri del mucchio selvaggio, un esercito che spara e cavalca
come se fossero mille, ma l’impresa non è certo facilissima, anche perché Jack
non condivide i sogni di gloria del suo ammiratore («Allora prima diventa
qualcuno così ci andiamo in due e li accerchiamo»).

“Circondarli lo escludo” (Cit.)

Come avrete intuito dal mio continuo citarli, i dialoghi di “Il
mio nome è Nessuno” sono tra i miei preferiti, penso che ve li potrei citare
tutti a memoria (sì, anche la storiella dell’uccellino nella merda, compresa di
“Pio Pio Pio!”), ma due in particolare sono diventati parte della mia parlata quotidiana,
quelle che io chiamo citazioni involontarie che, a ben guardarle, (o ascoltarle)
descrivono in pieno le due anime di questo film. Da una parte il vecchio, serio
e disilluso Jack Beauregard con la sua bellissima «A volte il tempo non fa dei
saggi, ma solo dei vecchi» dall’altra, invece, la leggerezza di Nessuno che mi
ha regalato la frase che ripeto da sempre quando svuoto una pentola facendo
scarpetta (una delle gioie della vita): «Mamita! Questa è già pulita!» che lo
so, non è la citazione corretta, ma la rima finale è la versione di casa
Cassidy della frase (storia vera).

Scene che potete ritrovare identiche ad ora di cena a casa
Cassidy.

“Il mio nome è Nessuno” è in perfetto e costante equilibrio
tra momenti leggeri riuscitissimi e scene epiche da film Western di Sergio
Leone, dentro si trovano tante caratteristiche del suo cinema, come la
malinconia per un’era che finisce e il tempo che passa, l’elegia al West e ai
suoi eroi, ma anche i treni, i duelli e le tombe, su cui avevo un’icona da
chiudere, lo faccio subito.

Nella scena del cimitero, è visibile su una delle lapidi il
nome di Sam Peckinpah. Leone che voleva affidargli la regia di Giù la testa, ha in qualche modo deciso
di onorarlo in questo modo e per uno con un umorismo piuttosto macabro come
quello di Leone è il modo perfetto. Sapete quelli che stanno in fissa con
quelle roba cimiteriali che fanno ridere solo loro, no? Tipo la Bara volante e
quelle robe lì. Ma chi di tomba ferisce di tomba perisce, il più celebre
allievo di Leone, Clint Eastwood, nel suo “Lo straniero senza nome” (1973) tra
i nomi sulle lapidi, ha inserito sia il nostro Sergio che Don Siegel.

“Peckinpah… Ma che cos’è una parola indiana o che altro?” (quasi-cit.)

“Il mio nome è Nessuno” in 112 minuti riesce a passare senza
soluzione di continuità tra momenti in puro stile Trinità, come il duello
alcolico bicchiere colpito al volo, a citazioni al cinema “alto”, la scena
degli specchi sembra un omaggio a “La signora di Shanghai” (1947) di Orson
Welles. Questa atmosfera giocosa e rilassata, ha influenzato un po’ tutti e in
un film così profondamente leoniano, le musiche hanno, ovviamente, un ruolo
fondamentale. Il Maestro Morricone risponde presente con una delle sue colonne
sonore più caratteristiche e mi sia concesso il termine: sbracate.

Il tema principale che sottolinea l’entrata in scena di Nessuno
nel film, è una ballata che non ha nulla da invidiare al tema musicale di Trinità.
Il riuscito miscuglio di cultura alta a basse nello stesso film trova il Maestro
prontissimo, infatti nella scena del pupazzo-tira-schiaffi, Morricone cita la
classica “Oh, che bel castello” (…Marcondirondirondello), mentre per il tema
musicale del Mucchio Selvaggio (altra strizzata d’occhio al cinema di “Bloody” Sam
Peckinpah) si punta direttamente alla cavalcata delle Valchirie di Wagner e ci
tengo a sottolinearlo PRIMA che “Apocalypse Now” la rendesse mitica nel 1979 e
se proprio devo dirla tutta, “Il Mucchio selvaggio” è ancora oggi uno dei miei
pezzi di Morricone preferiti (storia vera).

Fan fact: Hans Zimmer ha ripreso il tema di “Il mucchio selvaggio” per la colonna sonora di “Rango” (2011).

Lo scontro tra Jack e il mucchio selvaggio è un’antologia di
trovate Leoniane, abbiamo un treno,
abbiamo la dinamite, ma anche l’ossessione
e la cura per i dettagli che diventano fondamentali («Luccichi come la porta di
un bordello»), per altro tra i centocinquanta del mucchio selvaggio, molti
restano facce indistinguibili nella massa, ma almeno un paio sono nomi di tutto
rispetto: il capo del gruppo è il papà di Juliette, Geoffrey Lewis, mentre impossibile da riconoscere, ma presente,
sappiate che tra quel mucchio di diavoli scatenati, uno di loro è il mio amico
John Landis (storia vera).

Nessuno John Landis è stato ferito nella realizzazione di questa scena.

Ovviamente, anche qui non può mancare un grande duello
finale, delineato in chiave più ironica rispetto al solito. La scena del
fotografo che chiede a Nessuno di spostarsi per ottenere la foto più epica
(senza poi riuscirci) è un gran modo per smontare le attese infinite dei duelli
di Leone.

“Questa città non è abbastanza grande per un nessuno come te”

Ma il vero finale sono i saluti: Jack che rappresenta
il vecchio West, quello della leggenda (e dei film) e Nessuno, il nuovo che
avanza che un giorno, forse, troverà a sua volta un nessuno che cercherà di
farlo entrare nei libri di storia. Perché a volte chi ti mette nei libri di
storia, non lo fa per il tuo male e chi ti toglie dai libri di stori… No,
forse ho fatto un po’ di confusione, vabbè ci siamo capiti, no?

Prossima settimana, capolinea per questa rubrica, fatemi gli
auguri perché ne avrò bisogno, non vedo l’ora di fare come Fievel e sbarcare in
America.
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