
L’universo mi manda dei messaggi chiari e io sono un uomo in missione, ho il compito di non sprecate… Tutto quel Mel! Benvenuti al nuovo capitolo della rubrica.

Sono tutti fan di Mel con il Brooks degli altri. Ok, forse il preverbio non è proprio così, ma là fuori potete velocemente radunare un esercito di proseliti, vi basta nominare Frankenstein Junior o Balle Spaziali, provate a vedere quanti ne riuscite a trovare di appassionati del Maestro Brooks quando citate “Il mistero delle dodici sedie”, più o meno lo stesso quantitativo di persone pronte a dirvi del loro amore per i romanzi russi, che sono alla base di questo film.
Per favore, non toccate le vecchiette per Brooks è stato un esordio al cinema fulminante, recensioni positive, grandi incassi e un premio Oscar, il secondo “album”, il più difficile nella carriera di un artista per il Maestro richiedeva qualcosa di davvero folle e siccome i geni ragionano seguendo percorsi mentali differenti, proprio un romanzo russo è stata la base per il secondo film di Mel Brooks.

In origine fu Mel Tolkin, il capo del gruppo di autori di “Your Show of Shows” dove Brooks ha esordito a dirgli: «Tu sei un animale di Brooklyn, ma penso abbia una traccia ben marcata di quello che si chiama cervello», consegnandogli una copia di “Le anime morte” di Nikolaj Vasil’evič Gogol, il Maestro essendo ben messo a materia grigia se ne innamorò alla prima lettura. In Gogol secondo Brooks (e la sua autobiografia che vi consiglio, esce per la Nave di Teseo) convivono due anime, la prima semplice e appassionata, capace di far comprendere la condizione umana, l’altra completamente folle. Non serve specificarlo, ma sono anche le caratteristiche chiavi del cinema di Brooks.

Forte del suo amore per i romanzi russi, il Maestro pesca il soggetto di “Le dodici sedie” di Il’ja Arnol’dovič Il’f e Evgenij Petrovič Petrov pubblicato nel 1928, un lavoro in cui i due autori cercavano di trovare un senso alla trasformazione della Russia zarista in quel fenomeno noto come Unione Sovietica. Puro materiale da commedia no? Essì proprio, infatti capite da voi che per prendere un soggetto del genere e trasformarlo in una commedia ci vuole un animale di Brooklyn come il nostro Mel.
Nella Russia dell’anno 1927, Ippolit Vorob’janinov è un ex nobile russo caduto in disgrazia dopo la rivoluzione, che campa facendo il burocrate nel piccolo villaggio dove vive, fino al giorno in cui la sua anziana suocera sul letto di morte, gli rivela di aver nascosto i preziosissimi gioielli di famiglia in una delle dodici sedie della sala da pranzo della loro vecchia casa, problema: le dodici sedie ora sono sparse per tutta la Russia, sequestrate dai bolscevichi.

Qui comincerà una caccia al tesoro con sullo sfondo, quel gran casino chiamato rivoluzione, in questo scenario di un Paese che sta passando dallo Zar al potere al popolo, il protagonista trova l’aiuto di Ostap Bender, un giovane, astuto e magnetico truffatore, strappamutande impunito e faccia da schiaffi patentato. Il tutto con la concorrenza di padre Fëdor, un prete ortodosso, anche lui molto interessato al prezioso contenuto di una di quelle dodici sedie in noce.
Anche secondo l’assistente di Mel Brooks, tirare fuori una commedia da un soggetto così era qualcosa di troppo folle anche per uno come lui, ma con la prima stesura di sceneggiatura pronta, il Maestro si presentò dal fidato produttore Sidney Glazier, secondo lui era assurdo anche tirare fuori un successo dalla storia di un disastroso musical su Hitler, quindi perché no, però ehi Mel, mettici una canzone, una delle tue.

Brooks torna a casa, ha in una mano una buona notizia, Glazier ha dato il via libera e farà produrre il film a Michael Hertzberg, nell’altra mano un grattacapo mai finito, come si fa una canzone orecchiabile partendo da un soggetto così Russo? La risposta ai problemi della vita, per un uomo il 90% delle volte arriva da sua moglie. Anne Bancroft ha già la soluzione: «Sei l’unico che può scrivere quella canzone. Pensaci, tua mamma è nata a Kiev. Tu sei russo! É il tuo sangue che parla. Per buona parte tu sei un autentico contadino russo», e vi ricordo che questa conversazione è avvenuta sul finire degli anni ’60, anche perché oggi Kiev è leggermente al centro di un piccolo diverbio territoriale tra russi e ucraini, ma questa purtroppo è un’altra storia.

Ovviamente aveva ragione Anne Bancroft, perché Brooks svolta pescando una canzone popolare ungherese, a cui si era ispirato anche Brahms, quindi se il buon vecchio Johannes aveva scopiazzat… ehm, preso in prestito, il nostro Mad Mel poteva essere da meno? Giammai! Il risultato è la splendida Hope for the Best (Expect the Worst)che non solo riassume uno stile di vita, ma incarna alla perfezione lo spirito del film e dei protagonisti.
Per il ruolo di Ippolit, Mel Brooks sceglie l’attore Ron Moody dopo averlo apprezzato nei panni di Fagin nel musical “Oliver!”, la sua capacità di recitare rabbia e passione era proprio quello di cui aveva bisogno il Maestro per la parte, infatti il suo Ippolit è la quintessenza del personaggio cresciuto nella bambagia, costretto a sporcarsi le mani (e a crescere, malgrado l’età) sbattendo il naso contro il mondo reale, con tutto il corollario di momenti comici che questa situazione può generare.

Altro giro, altro consiglio di Anne Bancroft, altro regalo, questa volta è il metro e novantatrè di Frank Langella, bravissimo giovane attore con cui la moglie di Brooks aveva recitato a teatro qui al suo primo ruolo cinematografico. Quindi se lo avete amato come Dracula, Skeletor o come corsaro nel corso degli anni, ringraziate i coniugi Brooks che qui gli hanno affidato un ruolo già piratesco, basta dire che il suo Ostap Bender entra in scena come falso invalido che chiede l’elemosina, poi beccato in flagrante, esce dall’impiccio invocando un miracolo, io vedo, io cammino, gettando l’occhio sulla generosa scollatura di una bella figliola che passa «… io vado» e due minuti dopo è già a letto con la ragazza. Visto canaglie cinematografiche con meno faccia da schiaffi di lui, ma anche esordi cinematografici peggiori in vita mia, ve lo garantisco.

Ciliegina sulla torta, “The Twelve Chairs” è anche il film con cui inizia uno dei sodalizi artistici più solidi di sempre, quello tra Mad Mel e Dom DeLuise, che magari ricorderete parecchio pasciuto a recitare in titoli con il Maestro Brooks e il suo amico italiano Ezio Greggio, ma in patria DeLuise era famosissimo, lo stesso Brooks nella sua autobiografia lo definisce il dono degli Dèi alla comicità, uno degli attori più divertenti che abbia mai visto. Quando durante il provino per il ruolo di Padre Fëdor il regista lo ha visto improvvisare, scappando dal palco con una sedia sulla testa, Brooks è caduto dalla sua dal ridere, consapevole che per questo e per molti altri ruoli nei suoi film, non avrebbe mai più dovuto cercare altri attori.
Per me Padre Fëdor si riassume in una riga di dialogo che mette in chiaro il tono del film, la satira in esso contenuta, ma anche la capacità di Brooks di conciliare romanzi russi e commedia. Quando all’uomo di chiesa, molto interessato al prezioso contenuto di una delle sedie misteriose, viene fatto notare il suo collaborare con gli atei del partito Comunista, lui risponde: «La chiesa deve camminare con i tempi», ricordatevi sempre che solo il giullare di corte e il pazzo shakespeariano dicono sempre la verità e per nostra fortuna il Maestro Brooks è sempre stato entrambi.

Se un altro Maestro come Sergio Leone, sullo sfondo dell’America post guerra civile, ci raccontava di un buono, un brutto e un cattivo alla ricerca di una tomba, un cimitero e il denaro in essa sepolta, Brooks fa lo stesso nella Russia post rivoluzione. Ha un buono come Ippolit, un bello come Ostap Bender e un cattivo come Padre Fëdor, non a caso i due film sono pieni di battute, hanno momenti beffardi e un ritmo bello alto. Ma differenza del capolavoro di Leone queste sedie misteriose non le ricorda quasi nessuno, anche se un’occhiata il film la merita perché è un vero spasso.
Inoltre è puro Brooks, anche se ad una prima occhiata potrebbe essere la sua unica commedia pura, tratta da un romanzo e non basata su altri film, a meno di non volerla vedere come una parodia dei film in costume. Per altro ”Il mistero delle dodici sedie” inaugura un’altra tradizione, quella dei lavori di Brooks dove il nostro, si ritaglia anche un ruolo da attore. Ormai pacificato con le sue origini di proletario russo, il Maestro Brooks interpreta l’ex servo di Ippolit, quel Tichon che è il punto di vista del popolo sulla rivoluzione oltre che un generatore di gag notevole. Un personaggio con cui Mad Mel ha risparmiato anche i soldi necessari ad ingaggiare un bravissimo attore inglese, che all’ultimo si è sfilato dall’incombenza, il suo nome Brooks nell’autobiografia non lo cita, ma meglio così, visto che Tichon è il primo di tanti servitori un po’ tonti, perfetti per “alzare” battute agli altri personaggi, un modello che Brooks ha imposto, da un lato il personaggio serio, dall’altra uno scemone patentato, mettili insieme e la comicità nasce da sola, chiedetelo pure al Venerabile Leo Ortolani, che su questa mossa non solo ha basato tutti i suoi fumetti, ma l’ha scippata proprio a Mel Brooks, Maestro dei Maestri.

A proposito di risparmio, Brooks per restare nel budget risicato (un milione e messo di Rubli fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti) ha girato tutto il film in quella che allora si chiamava ancora Jugoslavia, trovando grande collaborazione e un clima caloroso, ad esclusione di un singolo incidente di percorso, che ironia della sorte, riguardava proprio una sedia: girando una scena particolarmente complicata che stava andando troppo per le lunghe, Brooks temendo di perdere la luce giusta per girare, diede in escandescenza lanciando la sedia su cui era in piedi ad osservare tutto nell’acqua poco distante, visto che era la scena in cui Dom DeLuise si mette a distruggere le sedie ritrovate, alla ricerca dei gioielli. BOOM! Cala il silenzio sul set seguito dalle urla di tutti i locali coinvolti nella produzione, Brooks in ansia si rivolge al suo traduttore, che succede? Che dicono? Perché sono arrabbiati?
Signor Brooks sono arrabbiati perché lei ha lanciato in acqua la sedia. Si vabbè ho perso un attimo le staffe, è una sedia non si è nemmeno rovinata è solo un po’ bagnata. No signor Brooks, lei ha lanciato in acqua una sedia che appartiene al POPOLO. Niente panico, il Maestro sale su un’altra sedia e fa il discorso alle truppe, tradotto per i locali dal fidato traduttore: «Djordje, di’ loro che sono mortificato e che mi profondo in scuse per aver gettato in mare la seggiola del popolo. Non farò mai più una cosa del genere», giubilo! Il popolo esulta, applaude, festeggia e abbraccia Brooks, tornato nelle grazie di tutti a colpi di bicchieroni di Vinjak, una sorta di brandy locale buono anche per staccare la ruggine dalle carene delle navi visto il taso alcolico. Incidente diplomatico evitato e storia vera.

“Il mistero delle dodici sedie” porta a casa quaranta milioni dei soliti fogli verdi, non ripete il successo dell’esordio cinematografico di Brooks nemmeno per premi portati a casa, ma è costato così poco da venire archiviato comunque come buon investimento. Il Maestro ovviamente ne è giustamente orgoglioso, ancora oggi è il titolo con cui sgamare subito chi ama Mel Brooks davvero e chi lo ama per i suoi titoli più famosi, tanto sempre di amore e sacrosanta venerazione si tratta, bisogna solo capire fino a che livello di follia si arriva. Io che sono cresciuto con Mel Brooks e lo sono parecchio, ho messo su questo omaggio perché non posso sprecare tutto quel Mel e per trattare soprattutto i suoi film meno citati, quindi andate anche voi a caccia di queste dodici sedie, arrangiatevi, trovate l’Ostap Bender dentro di voi perché purtroppo con questo film bisogna fare così, ma come ci insegna Brooks la ricerca è già parte del divertimento.
Anche perché “The Twelve Chairs”, con quel suo finale, parla proprio di questo, follia certo, soggetti matti di partenza, gag divertenti, ma anche quel saper parlare di rapporti umani che crescono in corso d’opera e di personaggi che evolvono come succede Ippolit e Ostap, che a ben guardarli sono molto simili Bialystock e Bloom, quei rapporti umani e di amicizia, che nessuno cita mai ma sono alla base di tante storie del Maestro, insomma diventate anche voi i predatori della sedia perduta.

Prossima settimana invece, ci vediamo qui alla solita ora, ma pronti, perché abbiamo appuntamento con Mad Mel per mezzogiorno, anzi mezzogiorno e mezzo di fuoco, non mancate!
Sepolto in precedenza venerdì 24 marzo 2023


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing