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Il nome della rosa (1986): Penitenziagite! Contemplata me for the magnum opus (eh!?)

Un capra
ignorante come il sottoscritto che parla di un film tratto da un romanzo di
Umberto Eco? Non c’è più religione! Che poi, in fondo, è anche una delle chiavi
di lettura di un film che quest’anno compie i suoi primi trent’anni.

Per celebrare questo compleanno come si deve, abbiamo per voi un blogtour tutto da cliccare e un banner sfornato dal mitico Lucius Etrusus!

Il Zinefilo tratteggia un personale omaggio al film.

Il CitaScacchi racconta la parodia Disney a fumetti “Il nome della mimosa”.

IPMP presenta la locandina italiana dell’epoca.

Il Cumbrugliume indaga sui trent’anni del film.

Confesso tutta
la mia ignoranza, non ho mai letto il romanzo originale di Umberto Eco, uno di
quei testi quasi sacri capace di creare un maremoto di (falsi?) miti, i
racconti sulla sua pesantezza sono diventati leggendari, come solo le leggenda
tramandate di generazione in generazione sanno essere, di questo romanzo spesso
si parla in termini fantozziani, come della “Corazzata Potemkin”, sempre per
stare in tema di falsi miti.

Pur non avendo
mai letto il libro (Mea culpa, mea maxima culpa!), ho sempre amato moltissimo il
film diretto da Jean-Jacques Annaud ed, evidentemente, non solo io, visto che
oltre a diventare un enorme successo al botteghino, dando scoppole a titoli
forse più facili per il pubblico usciti lo stesso anno (“Top Gun” e “Platoon”), ha determinato un record televisivo: il film con il
dato d’ascolto più alto mai registrato dalla Rai. Titolo che ha preservato dal
1988 al 2001, per essere scalzato da un altro titolo piuttosto celebre: “La
vita è bella” di Roberto Benigni, ma si sa che quando si parla di Benigni i
telecomandi vanno a fuoco.



“Siamo stati battuti dal piccolo diavolo! E’ un eresia! Blasfemia!”.

Mica male per
un romanzo (mi dicono) complicato e pieno di riferimenti che una capra come me
non potrebbe mai capire, uno sforzo produttivo che ha pagato i suoi bei dividendi,
non si è badato a spese in tutti i reparti tecnici, basta dire che le musiche
efficacissime, sono firmate dal quel mito di James Horner e le scenografie, che
qui fanno davvero da padrone, sono un meticoloso lavoro di ricostruzione del
grande Dante Ferretti.

“Certo che il Signor Ferretti un cartello “Uscita” poteva anche metterlo!”.

Per quei due
che non avessero mai visto il film, sappiate che è ambientato nell’anno 1327,
in un’abazia sperduta tra i monti del nord Italia, che a breve sarà teatro di
un importante incontro al vertice tra il concilio dei monaci Francescani e i
rappresentanti del Papa. Sfiga! Nell’abbazia i monaci iniziano a morire come
mosche, alimentando le chiacchiere, già piuttosto insistenti sulla presenza
dello Dimooooonio!

I morti hanno
un unico tratto distintivo comune: punta delle dita e lingua nera. A tentare di
risolvere il mistero, lo scaltrissimo frate Francescano Guglielmo da
Baskerville (Sean Connery, degli applausi sarebbero graditi), supportato dal
suo novizio Adso da Melk (Christian Slater, allora 17enne). 



“Sarà un’impresa difficile, mio mio giovane padawan” , “Si Maestro Obi-Wan Sean Connery”.

I due si
ritroveranno ad affrontare un mistero in un luogo ostile alla loro indagine e
ai metodi scientifici di Guglielmo, il tutto con un limite di tempo, perché Bernardo
Gui (F. Murray Abraham) è già in viaggio per l’abbazia, intenzionato a
risolvere il mistero con i modi, spicci diretti e non troppo democratici della
Santa Inquisizione. Non faccio citazioni ai Monty Python, giuro!


“Non ti fidare di quello, ha ucciso Mozart” (Cit.)

Di Jean-Jacques
Annaud ho sempre apprezzato l’estrema cura nel dettaglio della messa in scena,
è un regista che ha sempre cercato di fare film di intrattenimento colti e
alternativi ad Hollywood, “Il nome della rosa” da questo punto di vista è uno
dei suoi apici. Da quello che anche una capra come me può venire a scoprire, la
sceneggiatura del film (affidata a quattro sceneggiatori) è stata parecchio
semplificata rispetto al libro, ma è stata comunque avvallata da Umberto Eco,
che pare aver apprezzato il fatto che le interpretazioni della storia, fossero
differenti rispetto al suo romanzo, o forse ha solo pensato che Annaud
fosse l’interprete giusto. Pare che il regista, la prima volta che ha
incontrato Eco, gli abbia detto di aver amato molto il romanzo, per via della
sua grande passione per le chiese medioevali, è il caso di dirlo: un’unione
nata in paradiso.

Per la
complicata parte di Guglielmo da Baskerville, vennero vagliati parecchi attori,
ma il più quotato di tutti restava Robert De Niro, la leggenda vuole che
l’accordo tra le parti sia saltato per aria per via di una sola richiesta da
parte del divo, ovvero quella di concludere il film con un duello di spada tra
Guglielmo e Bernando Gui. Non riesco a smettere di immaginarmi un De Niro
esaltato mimare fendenti con le dita, in piedi sul divano dell’ufficio di
Annaud e il regista francesce che mette mano al telefono gridando “Chiamate lo
scozzese!!”.



“Oculi de vitro cum capsula” imparare il Latino con i film.

Lo scozzese è,
ovviamente, Sean Connery che passa sette giorni (Non uno di più) sul set di Highlander, poi vola in Italia per
entrare nel saio di Guglielmo da Baskerville, ruolo che ha dato un nuovo
slancio di popolarità alla sua carriera ed è stato anche il primo film, in cui
per esigenze di copione, ha potuto sfoggiare la pelata, uno dei motivi di
fascino anche in età avanzata, ma argomento su cui Connery è sempre stato ultra
sensibile (come tutti gli uomini del pianeta), ma che ti frega Sean! Meglio calvo
che quel gatto morto tinto che aveva in testa in “Mai dire mai”!

“Maestro sa che sta benissimo anche così” , “Silenzio Adso, lasciami rimirar la pelata”.

Christian
Slater, invece, si è dovuto anche improvvisare direttore del casting: Jean-Jacques
Annaud che lo voleva più impacciato possibile per la scena di sesso con la
ragazza senza nome, gli ha chiesto di scegliere lui stesso l’attrice per il
ruolo, la prima candidata era l’allora 22enne Valentina Vargas. Christian e
Valentina fanno la prima lettura del copione, il giorno dopo era in programma
un secondo provino con le altre due candidate che, però, sul set non ci sono mai
arrivate, perché Christian ha mandato il suo agente a dire che la Vargas andava
benissimo per il ruolo, chiamatelo scemo. Ah, per la nuda cronaca: l’agente di Christian
Slater, era la sua mamma!

“Mi va bene lei! Chiudete i casting!”.

Ecco, la scena
di sesso… Sì, perché sarà anche la più esplicita di tutto “Il nome della rosa”,
ma non è l’unica in grado di smuovere coscienze, quello che mi ricordo della
mia prima visione infantile, è la mia mamma che mi spiega come mai il frate
(quello con la faccia particolarmente laida) si stava fustigando nella sua
celletta. Non ricordo altro di quella visione, non so dirvi nemmeno perché
stessi guardando “Il nome della rosa” con mia madre, evidentemente in qualche
passaggio televisivo. Quello che mi ricordo è che quell’atmosfera plumbea mi
piacque da subito.

“Il
nome della rosa” è prima di tutto un ottimo giallo, con indizi e un assassino
da scoprire, fin da bambino ho sempre amato i romanzi di Sherlock Holmes, non
mi sono stupito di scoprire che Umberto Eco si sia ispirato proprio al celebre
investigatore per il personaggio di Guglielmo, d’altra parte viene da Baskerville,
proprio come il mastino del romanzo di Arthur Conan Doyle, questo è solo uno
dei mille mila omaggi alla letteratura sparsi nel film.



Guglielmo Jones e il mistero dell’abbazia maledetta.

Per il me stesso
bambino di allora “Il nome della rosa” era una specie di grosso “Piramide di
paura”, solo molto più serio e forse anche più spaventoso, per questo… Totalmente imperdibile!

Il lavoro di
Dante Ferretti sulle scenografie rende ogni singola location del film
minacciosa e austera, al resto ci pensa la cura per i dettagli di Annaud che
riempie il film di facce brutte, una peggio dell’altra, non credo ci sia un
singolo frate dall’aspetto rassicurante in tutto il film, quindi, per il me
stesso bambino, era facilissimo aggrapparsi al giovane Adso, oppure all’unico
personaggio che già conoscevo per altro ruoli, ovvero Sean Connery.



Facce talmente brutte che il più carino sembra lo Zio Fester.

Rivedendo il
film in vista del suo trentennale, ho capito perché mi è sempre piaciuto: due ore a seguire un carismatico Sherlock Holmes in sandali e saio,
attraverso un thriller giallo con venature quasi horror, in cui i libri la
fanno da padrone ed è questo il motivo per cui anche una capra come me può
parlarvi di questo film. Perché se non vi piace questa roba, non vi conosco e
non vi voglio conoscere!

“Adso! che Adso fai!? Non toccare i libri antichi con quelle tue ditine unte!”.

“Il nome della
rosa” è un campionario di facce da fare invidia agli studi di Lombroso, se
dovessimo sospettare di strambe orecchie e brutti nasi, allora finiremmo a
puntare il dito contro tutti, cosa che in effetti succede, visto che
nell’abbazia tutti i frati hanno qualcosa da nascondere, ma il premio speciale
“Facce brutte 1986” va senza ombra di dubbio a Salvatore: gobbo e deforme, nel
corpo e nella mente, è il personaggio di cui è fin troppo facile sospettare,
ma anche quello capace di creare più empatia di tutti. Sembra la versione per
adulti dello Sloth dei Goonies, se mi
permettete il paragone ardito.

“SuperRoooon!”.

Quando ho
scoperto chi voleva originariamente Annaud per la parte, sono scoppiato a
ridere, provate a fare cento nomi? Non indovinerete mai, ve lo dico io: Franco
Franchi. Sì, proprio QUEL Franco Franchi.

Pare che il
celebre comico abbia rinunciato quando scoprì che per la parte gli avrebbero
tagliato i capelli, disperato Jean-Jacques mise mano all’agenda e chiamò Ron
Perlman, che per lui aveva già interpretato un neanderthaliano nel bellissimo “La
guerra del fuoco” (1981).
Ora, già
sapete che il sottoscritto qui va giù di testa per il futuro Hellboy, uno che
ha sempre saputo dare voce, corpo e movenze ad un sacco di mostri, penso
proprio che i due film di Annaud e la serie tv “La bella e la bestia” (provate
a dire quale delle due parti interpretava Perlman?) siano i motivi principali
per cui vorrei vedere questo attore in tutti i film!



Ecco, magari non sempre conciato così, però in tutti i film.

Perlman
ricevette una copia del romanzo “Il nome della rosa” in ogni lingua: Inglese,
Tedesco, Italiano, Francese e Spagnolo. L’idea del regista era quella che
Salvatore parlasse “tutte le lingue e nessuna”, Perlman pescando parole a caso
pronunciate dal suo personaggio nei vari libri, s’inventa quella parlata
sghemba che si sente nel film, quello che non so, è dove abbia trovato il tempo
di leggersi i romanzi, probabilmente sull’aereo, visto che è stato chiamato
d’urgenza sul set a sostituire Franco Franchi.

Le influenze
quasi Horror del film le ricordavo bene, quello che mi ha colpito rivedendo “Il
nome della rosa” è il quantitativo di possibili letture della storia. Di fatto,
l’indagine di Guglielmo e Adso (ogni volta che lo chiama, sembra che stia
imprecando) si svolge in un luogo pieno di libri, ma dove la cultura pare
bandita.



“Lo dico sempre che i libri bisognerebbe leggerli, invece che bruciarli”.

Più che il
giallo che tiene incollato lo spettatore allo schermo fino alla risoluzione del
mistero, o la messa in scena meticolosa e quasi Horror, il motivo per cui
questo film dopo trent’anni è ancora attuale sono le sue nemmeno velate
stoccate contro i fanatismi religiosi, Dolciniani, Santa Inquisizione… Ce n’è
per tutti, in un certo senso, anche i roghi finali, che i più esperti di voi
(non le capre come me) potranno riconoscere come un errore storico, non fanno
altro che sottolineare il messaggio del film. In tutto questo diventa quasi
impossibile non fare il tifo per i metodi logici e scientifici di Guglielmo da
Baskerville e non solo perché è interpretato da Sean Connery.

Detta fuori dai denti poi, preferisco vedermi dieci volte questo film, piuttosto che rivedermi anche solo una volta “Il codice Da Vinci”, Annaud ed Eco battono Dan Brown ogni giorno della settimana, con una mano dietro la schiena! Anche perché gente, questo è un Classido!

Insomma, un
caprone (satanico) come me il romanzo non lo ha mai letto, ma anche dopo
trent’anni e svariate visioni in momenti distinti della mia vita, resto fermo
su un’unica certezza: “Il nome della rosa” è un gran film, un giallo travestito
da horror che celebra la cultura e i libri. Non so se riuscirò mai a leggere il
romanzo, ma prima che mi portino via stecchito con un dito e la lingua nera, o che mi brucino come eretico (cosa molto probabile) sicuramente qualche altra visione del film non me la negherò. 



“Il riso uccide la paura, e senza la paura non ci può essere la fede”. 
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