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Il pasto nudo (1991): Ogni scarrafone è bell’a mamma soja

Lo avevo messo in
preventivo che il momento di scrivere di questo film sarebbe arrivato, ora che
ci sono, però, non riesco a non pensare a John McClane quando diceva: “Ma perché
mi vengono certe idee?”. Benvenuti ad un nuovo capitolo della rubrica… Il mio
secondo Canadese preferito!

La pagina bianca,
le parole che prendono forma, il processo creativo della scrittura, come si fa
a mostrare il non mostrabile? Come si fa ad adattare qualcosa di inadattabile
come “Il pasto nudo” scritto da William S. Burroughs nel 1959? Semplice: non lo
fai perché è impossibile, oppure in alternativa, lo lasci fare a Cronenberg e
ti godi il folle risultato finale.

Ho avuto anche io
la mia fase Burroughs in cui leggevo tutto quello che mi capitava sotto mano,
non faccio il figo, de “Il pasto nudo” ci ho capito davvero poco, eppure questo
film mi piace, perché non esiste niente di simile, ma anche perché Cronenberg
riesce, come al solito a modo suo, in un’impresa non da poco.
Anche il mio
secondo Canadese preferito ha avuto la sua fase Burroughs, anche più di una
fase visto
che in gioventù,
ispirato da Kafka e dagli scrittori della Beat Generation, Cronenberg voleva
fare lo scrittore, poi, per nostra fortuna, è passato al cinema, ma i semi sparsi
dai suoi attori preferiti hanno germogliato nei suoi film e considerando che
Davide Birra ha sceneggiato gran parte dei suoi film, la scrittura è sempre
stata una parte importante della sua arte.


Se non hai gli occhiali tondi sei un paperino, ma tanto a confronto di questi tre lo siamo tutti comunque.

Bill Lee (un
perfetto Peter Weller che ha rinunciato al terzo Robocop per fare questo film)
ad un certo punto dice: “Ho smesso di scrivere quando avevo dieci anni: troppo
pericoloso.” E tra le tante frasi che aiutano a (cercare) di decriptare la
scatola nera de “Il pasto nudo” questa è la mia preferita. Lo dico sempre che
la continuità tematica di Cronenberg è soffocante, qui tenta ancora una volta
di trasformare in immagini (quindi in cinema) qualcosa che non ha forma, che
non possiamo vedere, ovvero i processi creativi e l’atto, intimo, quasi
sessuale, della scrittura, esattamente come aveva già trasformato in cinema la
telepatia (in Scanners) e gli organi
interni (in Inseparabili).

L’idea geniale di
Cronenberg è quella di mescolare la trama del romanzo, con alcuni eventi reali
della vita di William S. Burroughs, anche lui uno sterminatore di insetti dipendente
da sostanze che ha involontariamente ucciso la moglie giocando a “Guglielmo
Tell”, fattaccio che è costato a Burroughs la bellezza di 13 giorni come ospite
delle galere messicane (storia vera), ai tempi giù in Mexico era leggermente
meno sensibili al tema del femminicidio ecco, mettiamola così.


Giochetti da NON fare quando si è fusi come delle scimmie.

Il nome del
personaggio, Bill Lee, è il diminutivo di William Lee, pseudonimo usato dallo
scrittore per firmare i suoi primi lavori e, a ben guardare, anche l’Interzona,
in cui il personaggio scappa è il diminutivo di zona internazionale, ovvero
come ai tempi veniva etichettato il Marocco, luogo dove Burroughs si è
rifugiato per scrivere e dove ha iniziato una relazione con Kiki. Insomma,
tutti dettagli che nel film Cronenebrg sfrutta per raccontare la sua versione
de “Il pasto nudo”, che poi è anche il titolo del romanzo che Bill Lee sta
scrivendo. Fino qui ha ancora senso, no? Ok, andiamo avanti.

Vita e opere
dell’autore che si sovrappongono, quindi, ma Cronenberg non si fa certo
sopraffare da un romanzo come “Il pasto nudo” anzi, non perde mai di vista le
sue tematiche preferite e trova ancora una volta il modo per sviscerarle tutte
con estrema continuità tematica e allo stesso tempo, a sdebitarsi idealmente
con un autore che ha contribuito alla sua formazione artistica.
Poco prima dei
titoli di testa, volutamente in stile Saul Bass per omaggiare il periodo
storico in cui il film è ambientato, troviamo la frase di Hassan I. Sabbah, “Niente
è vero. Tutto è permesso” che sembra quasi un’istruzione per l’uso al
film, come a voler ricordare allo spettatore che non dobbiamo per forza credere
a tutto quello che vediamo (la lezione di Videodrome
che torna di moda), cercando di decodificare proprio tutto, quasi un invito a
“Sterminare tutti i pensieri razionali”, come dice Bill Lee descrivendo la
sua tecnica di scrittura.


Questa volta per i titoli di testa non abbiamo badato a spese.

Trovo
significativo che la polvere usata da Bill per uccidere gli scarafaggi, che lui
(e sua moglie) utilizzano per strafarsi sia gialla come l’eroina, bisogna anche
dire che nella prima mezz’ora il film ha ancora una parvenza di logica, sembra
la storia di un tossico uxoricida che fugge in Africa per far calmare le acque,
lavorare al suo libro, utilizzando le sue due dipendenze preferite (la droga e
la scrittura) per dimenticare i sensi di colpa per il tragico finale del
“Guglielmo Tell”.

Mi piace guardare
“Il pasto nudo”, in vita mia mi è capitato di farlo cinque o sei volte, forse
di più, ogni volta malgrado gli avvertimenti, mi sembra di riuscire a dargli un
senso, ad esempio questa volta ho notato che Bill si risveglia dalle sua
amnesie da tossico sempre in spiaggia e sempre ricoperto di sabbia (la polvere
che usa per sballarsi?), come se l’Interzona fosse un luogo fisico, ma anche la
metafora della sua dipendenza.


“Tanto smetto quando voglio, che ti credi”.

La scena in cui Martin
e Hank arrivano a sistemare i fogli sparsi che Bill non ricorda nemmeno di
aver scritto perché fuori come un vaso di gerani, non è altro che quello che
hanno fatto davvero Allen Ginsberg e Jack Kerouac per Burroughs, trasformando
quei fogli nel suo primo successo, appunto “Il pasto nudo”. Quando li saluta,
Bill dice agli amici: “Tutti sballano nell’Interzona, anche voi” e uno dei due
gli risponde che vuole stare pulito e lucido per terminare il suo romanzo, quindi
l’Interzona potrebbe davvero essere lo stato di “Droga party senza fine” del
protagonista, ma sono sicuro che la prossima volta che rivedrò il film,
giungerò ad un’altra conclusione ed è anche questo il bello de “Il pasto
nudo”.

David Cronenberg
ha scritto la sceneggiatura utilizzando un portatile Toshiba, questo perché si
trovava sul set di “Cabal” (Nightbreed, 1990) di Clive Barker (storia vera),
allo stesso modo, i personaggi de “Il pasto nudo”, vengono identificati dallo
strumento che utilizzano per scrivere, nel loro caso una macchina da scrivere
visto il periodo di ambientazione del film. Bill Lee è una Clark Nova, sportiva
e perfetta per scrivere i rapporti che il personaggio è stato incaricato di redarre.
Mentre ad Tom Frost (il grande Ian Holm… Non era una battuta sulla sua altezza
giuro!) utilizza una Martinelli.


Ora capisco i miei colleghi che schifati scrivono solo con gli indici.

Questo fa di loro
degli uomini/macchina, un altro tema molto caro a Cronenberg, un’unione tra
corpi e macchine che non è solo platonica, ma anche fisica, sì, perché “Il
pasto nudo” è un delirio freudiano, che mescola Burroughs, Kafka e
l’ossessione/repulsione per il sesso, senza limitarsi a parlarci delle paranoie
e delle visioni da tossico del protagonista, ma prendendo lo spettatore per il
bavero e sbattendolo nel bel mezzo di quelle stesse visioni acide.

Gli insetti
Kafkiani (come in La Mosca) tornano
di moda e rappresentano la carne e il sesso (tre temi Cronenberghiani in uno)
sono scarafaggi lascivi con bocche che sembrano orifizi anali e che implorano
il protagonista di scrivere qualcosa dentro di loro, il gesto stesso di mettere
le mani sui tasti delle macchina da scrivere diventa un rapporto sessuale tra
uomo, macchina e carne come quello di Max Renn e la sua televisione in Videodrome. Che siano scarafaggi con
tasti, o la testa di uno dei Mugwump, prendono forma, di solito forma fallica
per essere precisi e si trasformano in Xenomorfi trombini, o altre anomalie
dalle forme volutamente ambigue, anche comiche, perché nel film Cronenberg
interpreta a suo modo anche l’ironia sotto acido di Burroughs.


Sarà ma io mi tengo la mia fidata tastiera, grazie lo stesso.

Ad esempio, quando
Bill Lee in auto, inizia a raccontare la storiella del culo parlante (che altro
non è che il racconto breve di Burroughs “The Talking Asshole”, recitato senza
MAI cambiare faccia dal perfetto Peter Weller), sembra la classica barzelletta
sconcia da bar che inizia tra risate e risatine e poi diventa seria, quasi
drammatica, che poi è anche un po’ l’andamento del film. Si può ridere nel
vedere Peter Weller seduto al bar con un Mugwump (di nuovo il discorso della
barzelletta), ma la storia ti tira dentro nel (melo)dramma del protagonista che
per sfuggire dai sensi di colpa del “Guglielmo Tell”, deve perdersi nella droga
e nella scrittura, scavando alla ricerca del vero se stesso, sempre più a fondo
e lontano, fino ad Annexia.

In un bar ci sono un Canadese, un Mugwump e Robocop…

La ricerca
interiore del protagonista, come in molti film di Cronenberg, passa anche
attraverso il sesso (pensate ai gemelli Mantle ad esempio), l’omosessualità di Burroughs è trattata dal mio secondo
Canadese preferito con il suo stile, inizialmente Bill Lee sembra quasi
omofobico (il ragazzo al bar che gli chiede “Sei una checca?”), per il
protagonista sembra quasi che l’omosessualità sia un’infezione da cui tenersi
alla larga, la scena della gabbia dei pappagalli di Cloquet, ad esempio, è puro body
horror applicato alle paranoie del protagonista, che serve a sottolineare la
sua repulsione.

Ma scrivendo i
suoi rapporti con la sua lasciva Clark Nova, Bill Lee scopre se stesso, il
sesso per Cronenberg è sempre l’elemento virale che scatena la rivoluzione (da Il demone sotto la pelle fino a Inseparabili) e pian piano inizia ad
abbracciare la sua sessualità. Gli viene suggerito che “L’omosessualità è la
migliore copertura per un agente” e che le donne appartengono ad un’altra
specie.
Prevale
l’ambivalenza sessuale di cui i Mugwump sono esperti, tanto che nella vetrina
del negozio, quando lo strumento con cui il protagonista dà il via alla sua
rivoluzione interiore, la Clark Nova appena acquistata, al suo posto, il
negoziante mette una statuetta che rappresenta un Mugwump impegnato a
sollazzarsi con un ragazzo, un chiaro omaggio alla stessa scena presente nel
libro originale.


Come soprammobile così così, come adattamento del romanzo ottimo invece.

L’ambivalenza
sessuale e l’impossibilità di distinguere tra la realtà e le visioni tossiche
del protagonista, passano anche attraverso il personaggio del dottor Benway (il
grande Roy Scheider), un uomo
nascosto in un travestimento (anzi in un corpo) da donna, quando il dottore si strappa
di dosso la pelle di Fadela, in una sola scena riassume la totale confusione
sessuale insita nella trama, ma anche l’ironia di fondo della storia.

Confusione tra
visioni e sesso che si ripete ad ogni visione de “Il pasto nudo”, il finale,
infatti, è un nuovo inizio, uguale al precedente, come un tossico o uno
scrittore che dice: “Domani smetto, questa è l’ultima volta”, oppure come me che
ogni volta ci provo ancora ad interpretare questo film e che ricasco nelle vecchie abitudini.


Come la vecchia abitudine di chiamare Robert Silverman, al terzo film con Cronenberg.

In cerca di una
droga più potente, di uno sballo più forte o di un’esperienza da scrittore più profonda,
Bill lascia l’Interzona e ricomincia in un altro posto, Annexia,cercando di
fuggire ancora dal suo senso di colpa, ma il Guglielmo Tell è sempre dietro l’angolo
e i “Domani smetto” valgono ben poco.

Fin dai primi
film Cronenberg non ha mai nascosto la sua intenzione di usare l’arte per
provocare e William S. Burroughs è stato sicuramente uno degli artisti più
provocatori di sempre, qualunque regista (anzi artista) di minor talento si
sarebbe perso nell’impresa di adattare da carta a grande schermo un’opera come “Il
pasto nudo”, Cronenberg no e rendendo omaggio ad uno dei suoi autori di
riferimento, ha fatto un film davvero provocatorio, anzi diciamolo chiaramente:
ci ha portato tutti ad Annexia. Benvenuti!
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