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Il presagio (1976): Richard Donner sei sei sei il migliore

Possiamo girarci attorno quanto vogliamo ma la verità è
molto semplice: la Bara Volante è un blog fondato su Richard Donner. Si perché
questo feretro svolazzante, fin dal giorno del suo decollo non ha mai smesso di
rendere omaggio ad uno dei più influenti registi americani, uno che ha davvero
dato una spallata all’immaginario collettivo di tutti quanti noi.

Ho sempre scherzato dicendo che la mia balia da bambino si
chiamava Richard Donner, ma siamo stati in tanti ad essere venuti su,
cinematograficamente formati sotto l’ala del regista di New York, uno che in
carriera ha saltellato tra i generi come sapevano fare i migliori. Film d’avventura oppure film Fantasy, classici di Natale, oppure
pietre miliari del cinema d’azione come Arma Letale con tutti i suoi relativi seguiti.

Parliamo dell’uomo che da solo ha creato il modello dei Cinecomics quando a nessuno passava nemmeno per l’anticamera del cervello di
prendere in considerazione i fumetti, la “Donner Cut” di Superman II era in
anticipo persino sui colpi di testa di Zack Snyder.

Chi è il regista che ha influenzato la tua infanzia e la tua prima adolescenza? E perché proprio Richard Donner?

Quando i film non li dirigeva, Donner li produceva e alcune
volte, erano il trampolino di lancio per altri talenti, la filmografia di Dick Donner ci ha accompagnati tutti per
tutto il nostro percorso di cresciuta come appassionati di cinema, perché tutti
sono cresciuti con i suoi film e a volte, nemmeno lo sapevano. Nei suoi momenti
peggiori Donner sapeva regalarci piccoli titoli di culto (“Ipotesi di
complotto” del 1997 oppure uno dei miei preferiti “Giocattolo a
ore” del 1982), ma anche western o film d’azione con Bruce e zio Sly. Donner ha fatto da balia asciutta ad almeno un paio di generazioni di
appassionati di cinema, ci ha lasciato qualche giorno fa alla ragguardevole età
di 91 anni, ma questo non è un lacrimoso post di saluto, più che altro
un’occasione per rendere omaggio ancora una volta ad uno degli eroi di questa
Bara, che tanto tornerà puntualmente a trovarci anche in futuro per chissà
quanti anni, perché qualcuno sognava Mary Poppins come tata da bambino, ma io
ho avuto di meglio, io ho avuto Richard Donner.

Uno che nel suo saltellare tra i generi, aveva imparato ad
annusare l’aria e a capire cosa poteva interessare al pubblico. Ovviamente uno
così poteva non esplorare anche il cinema horror? Non scherziamo, per ricordare
la nostra balia, mi sembrava doveroso e anche logico parlare oggi del primo dei
bambini di Donner, l’adorabile Damien di “Il presagio”.

Donner e delle SIMMIE! Si può chiedere qualcosa di meglio?

La storia di Hollywood è piena di case di produzione che si
inseguono una con l’altra, nel tentativo di battersi sul tempo appena una di
loro ha per le mani un soggetto con del potenziale, ma è anche del tutto
normale oggi come ieri, che non appena un film trovava una nuova vena aurea,
dimostrando di poter frantumare i botteghini del mondo sollevando l’interesse
del pubblico, tutti armati di pale e picconi, via a sfruttare il
nuovo giacimento!

Tutto è iniziato con “Rosemary’s Baby” di Roman Polański che
nel 1968 rese il DIMONIO e i suoi derivati materiale da botteghini, a seguire
ovviamente “L’esorcista” (1973) di William Friedkin, con i suoi vomiti verdi e le
sue tavolette Ouija, portò tutto ad un
altro livello. Secondo voi la 20th Century Fox poteva essere da meno? Infatti
fece di tutto per soffiare la sceneggiatura di David Seltzer, sulla storia del
figlio del diavolo dalle grinfie della concorrenza della Warner Brothers, che
sognava un film con protagonista Oliver Reed (storia vera).

Oggi “The Omen”, da noi ribattezzato “Il presagio”, viene ricordato come un
classico, ma di fatto il film è nato come una costosa operazione commerciale,
dalle premesse piuttosto chiare: continuare a battere il satanico ferro finché
caldo, sfruttando l’onda lunga del successo del film di Friedkin, giocandosi
qualche nome grosso in cartellone e una strategia di marketing aggressiva, come ad esempio far uscire il film nelle sale americane il giorno 6/6/76.

Una voglia? Un tatuaggio? Oppure è solo la data di uscita del film?

Sapete qual è stata la vera benedizione (o maledizione visto
il tema, fate voi) del film? Aver affidato la regia proprio a Richard Donner,
uno che si era fatto le ossa in un’infinità di telefilm per il piccolo schermo
da “F.B.I.” a “Jericho”, passando per “Combat!” e “The Nurse”, la palestra in
cui il nostro Dick si è allenato a cambiare genere con la facilità con cui si
cambia canale con il telecomando.

L’unico film per il cinema diretto da Donner era stato “Il
leggendario X-15” (1961), in cui il motivo di interesse vero per il pubblico era
la presenza di quella Faccia di Bronson
di Charles Bronson. Alla non proprio più verde età di 46 anni, Richard Donner si
ritrovò a capo di un B-Movie con i soldi nato per sfruttare tutto quell’DIMONIO nell’aria e prima di poter mettersi al lavoro per davvero, dovette
incassare anche il no secco di un altro Dick, Van Dyke, che etichettò il film
come un’idiozia (storia vera). Anche perché voi ve lo vedere lo spazzacamino di
“Mary Poppins” fare le faccette nella parte del padre adottivo di Damien? Io
proprio no, per fortuna ad una leggenda come Gregory Peck il ruolo piacque, sul
set l’unico problema era che Donner spesso, doveva rigirare alcuni suoi primi
piano, Peck non più giovanissimo nemmeno lui, non voleva che il pubblico
finisse per guardare sullo schermo gigante il suo doppio mento (storia vera).

“Ho lavorato con tutti i più grandi e tu vuoi ricordarmi per il doppio mento Cassidy?”

Ma Richard Donner non è certo arrivato sul set con li
cappello in mano, pronto a prendere ordini da tutti, “The Omen” sarà anche nato
come la più becera delle operazioni commerciali – basta dire che il suo
rifacimento fotocopia è uscito anni dopo, solo per sfruttare la data di uscita
6/6/2006, storia vera – ma proprio grazie al piglio e le idee di Donner è
diventato quello che su questa Bara chiamiamo… un Classido! Donner ne ha
collezionati tanti di questi loghi rossi in carriera.

Posso essere blasfemo? Mi pare anche il post giusto per
farlo no? Lasciamo per un momento in panchina Polański che gioca in un altro
campionato, se dovessi scegliere il mio film satanico con bambini preferito,
personalmente avrei pochi dubbi, solo sulla base dei miei gusti personali
(quindi del tutto secondari in quanto tali) Donner batte Friedkin. Il film del
vecchio Billy ha ben altri pregi, ma di fatto è quasi uno spot a favore della
chiesa cattolica, “L’esorcista” tiene molto ben separata e netta la linea di
demarcazione tra il bene e il male, almeno per quanto riguarda i ruoli dei
personaggi anche quando hanno delle zone d’ombra, inoltre Friedkin era
ossessionato dal non lasciare il pubblico con una nota negativa, nella versione
integrale del suo film, uscita nel 2000, su pressione di Blatty il regista ha
aggiunto una scena finale, per alleggerire il tono di un film in cui il maligno
si manifesta in tutta la sua vomitante e bestemmiante potenza.

Donner invece cosa fa? Lavora per sottrazione, in più di un
passaggio del film, non sembra nemmeno che Damien sia davvero il figlio del
diavolo, certo attorno a lui accadono eventi sempre più sinistri, ma sono
appunto dei presagi, e qui il titolo modificato in uno strambo Paese a forma di
scarpa, per una volta lavora a nostro favore. Inoltre il vecchio Richard non prende
prigionieri, nel suo film la chiesa mente, il marito mente alla moglie,
l’anticristo è destinato a sorgere secondo la profezia dalla politica e le
istituzioni cadono una dopo l’altra, in un film che non finisce con una nota
lieta (proprio per niente), dove gli esseri umani sono destinati a cadere, al
massimo possono resistere, vendere cara la pelle e provare ad apporsi ad un
male che ormai è inevitabile. Vuoi vedere che una fetta del mio pessimismo
cosmico lo vedo a Richard Donner oppure lui era la mia balia per evidenti
affinità? In ogni caso “The Omen” resta un film seminale, sarà invecchiato nei
costumi, nelle acconciature e nella tecnogia utilizzata dai personaggi, ma resta
una demoniaca pietra miliare.

Damien trattiene a stento l’entusiasmo.

In questo film funziona tutto, a partire dalle musiche che
aiutano a calarsi nell’atmosfera senza speranza di via d’uscita e non a caso
sono composte da una leggenda come Jerry Goldsmith, per altro stufo marcio di
doversi mettere in ghingheri per la notte degli Oscar, passando poi la serata
ad applaudire altri compositori che puntualmente, si portavano a casa la
statuetta al posto suo. Nel 1977 infatti Goldsmith non partecipò alla cerimonia
e proprio grazie a “The Omen” si portò a casa il suo unico premio Oscar,
arrivando ad un passo da fare doppietta, perché come miglior canzone vinse
l’imprendibile “Evergreen” di Barbra Streisand dal film “È nata una stella”,
altrimenti avremmo seriamente rischiato che la miglior canzone quell’anno per
gli Oscar, sarebbe stata la sua Ave Satani,
un’invocazione al maligno, per altro unico pezzo in latino mai arrivato a
concorrere per il premio più ambito di Hollywood (storia vera).

Poi parliamoci chiaro, una casa di produzione in grado di
programmare l’uscita di un film così, per il giorno 6/6/1976 secondo voi si
sarebbe limitata a quello? Mica solo Friedkin poteva avere un film “maledetto”,
quindi non nego che gli incidenti legati a “Il presagio” ci siano stati, alcuni
anche piuttosto gravi, ma lasciatemi dire che in certi casi non si è andato
oltre ai tanti intoppi in cui ogni produzione rischia di inciampare, solo che
qui sono stati leggermente enfatizzati, nel tentativo di generare quello che
oggi definiremmo con una parola anglofona e un tempo invece, era solo la
mistica attorno ad un film a tema satanico, qualche esempio?

“No! Il paragrafo sulla maledizione del film no!”

In volo verso l’Inghilterra, dove molte scene del film sono
state girate, sia l’aereo di Gregory Peck che quello dello sceneggiatore David
Seltzer, sono stati colpiti da fulmini durante l’attraversata. Il produttore Harvey
Bernhard ha giurato e spergiurato di essere stato quasi fulminato a sua volta
mentre stava a Roma, anche se tendo a credergli come alle promesse dei
politici, sicuro invece che l’albergo dove soggiornava Richard Donner in
Inghilterra è stato al centro di un attentato terroristico da parte dell’IRA,
anche se l’incidente su cui si è (s)parlato di più è stato quello della
fidanzata del tecnico degli effetti speciali John Richardson, la donna è andata
fuori strada mentre si trovava in Svezia, la leggenda vuole che il tutto sia
accaduto vicino ad indicazione stradale sui cui era riportata la distanza
mancante alla prossima cittadine: 66.6 km. Credete a questa roba? Con tutte
queste vecchie volpi di Hollywood a zonzo personalmente no, credo ai fatti,
ovvero che “The Omen” resta un film incredibile.

“La premessa di Cassidy finirà prima che io cominci a somigliare a Sam Neill?”

Roma, la notte del 6 giugno alle ore 6 del mattino
(occhiolino-occhiolino), il diplomatico statunitense Robert Thorn (Gregory
Peck) fa una corsa disperata verso l’ospedale, sua moglie sta partorendo il
loro primo, tanto agognato figlio, qualche capello bianco sulla testa di Peck
rende l’attesa dei due novelli genitori ancora più credibile, quando l’uomo ha
un presagio: il bambino è morto.

I preti nell’ospedale romano confermano tale presagio, ma
offrono un’alternativa, alla stessa ora, nella stessa notte, una donna è
deceduta mettendo al mondo un bambino destinato a finire in orfanotrofio,
nessuno saprebbe mai dello scambio che salverebbe una madre e un neonato da
future sofferenze, Thorn accetta e Damien (nulla mi toglie dalla testa che il nome
sia stato ispirato da padre Damien Karras di “L’esorcista”, infatti nella prima
bozza scritta da David Seltzer, il bambino aveva un altro nome, storia vera) va
a vivere negli Stati Uniti, portando anche una gran fortuna ai novelli
genitori, infatti Robert Thorn farà presto carriera, nominato ambasciatore
americano in Gran Bretagna.

“Chi ha adottato il figlio del diavolo ed è il nuovo ambasciatore?”

Tutto fila liscio fino al quinto compleanno di Damien, poi
il diavolo ci mette la coda e quando parlo del diavolo, intendo Richard Donner
che manda a segno una delle tante scene incredibili di questo film. Il suicidio
della governante di Damien, che si getta con il sorriso dalla finestra con una
corda al collo è un momento brutale, che fa cambiare tono a tutto il film. La
scelta intelligente di Donner è stata proprio questa, attorno a Damien accadono
delle fatalità che non lasciano mai davvero intendere la vera natura del
bambino, mentre il film gioca a carte coperte scoprendole poco alla volta,
l’atmosfera generale diventa sempre più sinistra.

Look at me, Damien Richard. it’s all for you (quasi-cit.)

Da quel momento entrano in scena gli iconici Rottweiler e
anche qui, nulla mi toglie dalla testa che lo stesso Donner, si sia un po’
preso in giro da solo: quando Martin Riggs in Arma Letale 3, fa amicizia con il Rottweiler di guardia usando modi
canini e biscotti, è un po’ come se avesse idealmente messo a cuccia i temibili
cagnoni di questo film, che fanno ben poco, ma ad ogni apparizione riescono ad
essere sempre più minacciosi, come nella scena del cimitero.

“Non posso sparare a un cane, ai cristiani si, ma ai cani no…” (cit.)

Potrei raccontarvelo tutto scena per scena questo film, mi
piace da matti e mi piacciono tutte le soluzioni adottate da Donner, che ha
dovuto sostenere lunghi provini prima di trovare il bimbo giusto a cui
assegnare il ruolo di Damien. A tutti i bimbi Donner chiedeva di attaccarlo,
voleva vederli recitare una reazione forte, Harvey Stephens fu l’unico che
salto letteralmente addosso al regista, urlando come un pazzo e tirandogli i
capelli, di fatto è bastato tingere i riccioli biondi del bimbo per avere il
perfetto figlio del diavolo già pronto per il grande schermo (storia vera).

Tra le scene in cui Donner è abilissimo a mostrarci la
presenza del maligno, anche l’innocua cerimonia a cui i coniugi Thorn
vorrebbero portare Damien, che diventa sempre più nervoso ad ogni metro in cui
l’auto si avvicina alla chiesa, di fatto la reazione finale è la stessa che ho
io in prossimità di terreni sacri, quindi anche per questo mi identifico molto
in Damien, ma poi la soluzione scelta da Donner ammettiamolo è brillante, che utilizza solo i mezzi messi a disposizione dal cinema per suggerire al pubblico
quello che già sospettavano sul bambino.

“Una chiesa? Mi avevate promesso che saremmo andati al parco!”

L’elemento soprannaturale poi è sempre centellinato, sì ad
un certo punto compaiono nella storia pugnali “magici” in grado di sconfiggere
lo DIMONIO, ma parliamo di robetta, l’unico momento in cui qualcosa di
paranormale accade è nella scena delle fotografie sviluppate nella camera
oscura dal fotografo interpretato da David Warner, uno che ha rischiato di essere Freddy Kruger e altrove ha recitato il ruolo del MALE, ma qui è pedina degli eventi davanti a Damien. L’ombra che
compare nelle foto scattate dall’uomo è una soluzione che è stata depredata dal
cinema Horror, che nel corso degli anni l’ha replicata identica, in particolare
in molti film dell’orrore orientali, ma a ben guardare nell’indagine del
fotografo David Warner, c’è un film dentro al film, che oggi verrebbe
approfondito in uno spin-off mentre qui, non fa altro che dare spessore alla
storia.

James Wan da un personaggio così oggi, tirerebbe fuori dodici film.

Per certi versi “The Omen” è il primo film horror
occidentale degli anni ’80, però uscito con quattro anni d’anticipo sul
calendario ufficiale. Ha tutto lo stile, le morti coreografiche e il gusto per
le grandi icone horror che avrebbe caratterizzato la produzione degli anni ’80,
pensate ad esempio al logo del titolo sui titoli di testa del film, l’ombra di Damien che proietta una croce, ovviamente rovesciata, gran
trovata. Proprio per questo il film ha avuto una grossa influenza su tutto il
decennio successivo e su molti film horror arrivati dopo “The Omen”, quanti
film del terrore hanno mostrato decapitazioni anche rocambolesche? In un’ipotetica
classifica dedicata a questa specialità, il film di Richard Donner occuperebbe
ancora uno dei posti più alti.

Tra chi è cresciuto in venerazione del lavoro del regista di
New York, aggiungete nella lista dei “bambini di Donner” anche Edgar Wright che ha un vero culto per
questo film, tanto che ha rifatto alla sua maniera la morte del prete, trafitto
dall’asta d’acciaio, nel suo Hot Fuzz.
Poi non credetemi quando vi dico che Donner ha tirato sue almeno un paio di
generazioni di ottimi cinefili!

Se non volete credere a me, giudicate con i vostri occhi.

Quando colpisce “The Omen” lo fa duramente, grazie a piccole
scelte di gran classe, come la morte della madre, anticipata dalla caduta nel
vuoto della boccia dei pesci rossi, che in realtà erano sardine (già morte da tempo)
dipinte, perché Donner non aveva nessuna intensione di uccidere dei pesci per
girare la scena (storia vera).

Da “scimmiologo” poi predico sempre che ogni film può solo
migliorare inserendo qualche scimmia, Donner qui esagera con la scena dei
babbuini allo zoo. Potenzialmente un disastro tragicomico in mani meno capaci, che qui diventa spaventosa e perfettamente riuscita, uno dei tanti presagi in un
film dove i protagonisti hanno la strada segnata. Si però verso l’inferno come cantava Bon Scott.

“Babbuino! Babbuino! Babbuino!” (cit.)

Damien nel film non dice una sola parola, lo fa solo quando
il padre cerca di ucciderlo, un momento straziante, perché le invocazioni di
Damien sono a tutti gli effetti le urla di un bambino come un altro, anche se a
quel punto del film ormai abbiamo la prova della sua origine. Il finale poi è
incredibile, il piano di lavorazione prevedeva per l’ultima scena un semplice
primo piano su Harvey Stephens, che avrebbe dovuto restare impassibile, ma il
bimbo s’intentò quel sorrisetto sinistro che Donner decise di tenere in fase di
montaggio (storia vera). Ditemi se ancora oggi non è uno dei più grandi finali della storia
del cinema? No voi ditemelo, oppure ditelo a lui qui sotto!

“Dite un po’, vi è appena passata la voglia di figliare, non è vero?”

“The Omen” è stato l’unica sortita di Donner nel cinema
horror (anche qui, a differenza di Friedkin), un caso isolato di grandezza prima
di andare a creare iconografia altrove, una delle tante prove della grandezza
di Donner, a cui come cinefilo devo molto e anche questa Bara, che tanto
tornerà ad incrociare la sua rotta di volo con il buon vecchio Maestro. Questo
non è un addio, al massimo è un arrivederci: ci vediamo nei film Richard, sei
sei sei sempre stato il migliore!

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