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Il prescelto (2006): Bee Movie

Come si fa a rifare The Wicker Man? Ne abbiamo parlato con dovizia di dettagli la scorsa settimana,
parliamo di un titolo considerato di culto che però, hanno visto davvero in
pochi, anche se rientra stabilmente nelle varie lista dei miglior “Folk horror”
di sempre, ma spesso anche di quelle dei migliori film dell’orrore e basta.

Un film preceduto da
una fama enorme come l’ombra dell’uomo di vimini di cui porta il nome, definito
“Il quarto potere degli horror”, il film di Robin Hardy è per molti aspetti
irripetibile, tanto che lo stesso Hardy ha tentato di replicarlo senza troppo successo.
Anche perché “The Wicker Man” di base è un musical, o per lo meno utilizza
musica e canzoni per creare l’atmosfera e raccontare porzioni della storia, ma
allo stesso tempo è un film che aveva saputo cogliere, non solo l’incomunicabilità
che si crea quando due religioni vengono messe a confronto, ma anche quel senso
di inquietudine, figlio dell’anno 1973, in cui i genitori guardavano ai figli
come a dei pagani ripieni di ormoni.

Nicolas Cage va in bici, fa ridere? A me non faceva ridere nemmeno quando lo faceva in Prisoners of the Ghostland, dove era tutto ben più tragicomico.
Nel post dedicato a The Wicker Man ho provato – miseramente – a dare un’idea di come potrebbe
essere un nuovo adattamento sensato del film di Robin Hardy, ma forse la
caratteristica principale di quel film è il suo modo di chiedere allo spettatore di affrontare tutta la storia dal punto di vista di un cattolico, un maschio
bianco ed estremamente conservatore, che vive questa esperienza di paganesimo
quasi psichedelica, ma sempre senza fare un passo indietro rispetto ai suoi
inscalfibili valori morali. Un uomo abituato a far parte della maggioranza e a proteggere
lo status quo (in quanto rappresentante delle forze dell’ordine) che di colpo
scopre che la maggioranza, e con essa il concetto di cosa è giusta e cosa non
lo è, diventa solo una questione di numeri. Malgrado la sua incredulità e ritrovandosi
in minoranza numerica, non solo si ritrova nella condizione di non essere in
grado di argomentare a parole la sua posizione, ma comunque la difende a spada
tratta. Insomma tipo un fan oltranzista di Zack Snyder che si vede soppiantato dalla gestione James Gunn.
Se escludiamo la questione “musicarello”, The Wicker Man potrebbe
ancora oggi essere l’allegoria perfetta dell’incomunicabilità tra persone di
diverse religiosi, classi sociali, sesso e via dicendo, con un po’ di coraggio
(quello che manca al cinema contemporaneo), potrebbe essere
satirico e più attuale oggi, anno di grazia 2023 che nel 2006, quando
effettivamente a qualcuno è davvero venuta l’idea di rifare “The Wicker Man”.
Per certi versi “Il
prescelto” (titolo italiano dell’operazione) è un po’ come il rifacimento di Robocop, un film che sulla carta, sembrava fosse stato affidato ad un
regista simile per sensibilità a Verhoeven: non americano, con una certa
propensione alle scene violente e alla critica sociale, José Padilha sembrava
il nome migliore possibile, ma siccome i film non sono equazioni matematiche
dove tutti i calcoli devono risultare sempre e comunque corrette, tra il famigerato dire
e il mitologico fare, ci sta in mezzo Nicolas Cage che è l’incolpevole capro
espiatorio, sacrificato con la cerimonia dell’uomo di vimini di questo film. Ma
andiamo per gradi, perché Neil LaBute poteva essere davvero l’uomo della provvidenza.
Poteva, ho scritto poteva, che sia ben chiaro.
Regista teatrale,
con l’ambizione di fare il salto sul grande schermo, ancora oggi LaBute è
ricordato per il suo dramma, adattato per il cinema in un film da lui stesso
diretto nel 1997, intitolato “In compagnia degli uomini, la storia di due
uomini d’affari, che per vendicarsi delle rispettive vite sentimentali pietose,
decidono di sedurre una collega, per poi divertirsi a sbeffeggiarla una volta
mollata. Un dramma in cui il super ego e tutte le debolezze dei maschietti
emergono, condite da abbondanti dosi di prevaricazioni sul “gentil sesso”, leggermente
controverse. Ma se vi capiterà di approfondire la filmografia di Neil LaBute,
troverete un sacco di maschietti misogini, coppie in crisi, lotta tra sessi,
tutto raccontato con molta satira, bacchettando entrambe le parti coinvolte.
Bee girl, be a girl… (cit.)
LaBute, autore anche
della sceneggiatura cosa fa? Sottrae al protagonista la sua caratterizzazione di
conservatore ultra cattolico, ambienta tutto negli Stati Uniti, ma mantiene la
comunità rurale e pagana trasformandola però in una società matriarcale, dove lo
straniero, l’uomo venuto ad indagare sulla scomparsa di una bambina è un uomo,
non propriamente eroico (anzi!), che non riesce a comunicare con le donne, non
le capisce, eppure è convinto di essere in una posizione di superiorità perché
è qui per compiere una sacra missione e quindi ragiona per assoluti. Sulla
carta “Il prescelto” avrebbe tutto per essere il film perfetto per l’anno 2023,
potrebbe essere il preferito della nazi-femministe ma anche dei maschi
sessisti, oppure potrebbe farli incazzare entrambi, se la satira come per sua
stessa natura, andasse a segno. Purtroppo con Nicolas Cage di mezzo, e per
ragioni di cui lo ribadisco, il nipote di Francis Ford e prediletto di questa Bara
è del tutto innocente, nessuno prende sul serio questo film che è dal 2006
oggetto di spernacchiamenti e qui, vi beccate il paragrafo sulla mia
esperienza personale.
Come Aldo del famoso trio, quando Nick Cage urla, il pubblico ride in automatico (guardatevi il film e non solo i meme estrapolati)
Andai a vederlo di
corsa in sala con gli amici, loro non avevano visto l’originale ma a tutti
bastava Nick Cage. A fine visione complice la scena prima dei titoli di coda
(tra poco ci arriviamo) “Il prescelto” è diventato un film da risata
involontaria, per anni non lo avevo mai più rivisto, comprendendo perché quelli
che condividono il video di YouTube con Cage che urla Not the beeees! Oppure
la scena dove minaccia una donna con la pistola per rubarle la bicicletta. Però
bisogna dirlo, sono scene che se estrapolate dal film e guardate con la volontà
di ridere delle urla di Nicola Gabbia, non hanno fatto che alimentare la brutta
fame de “Il prescelto”, contribuendo a rendere Cage un beniamino in grado di
sfornare meme a tonnellate.
Che poi voglio dire, sarà colpa di Cage se la trama prevedeva questo? (ribadisco, guardate il film non i meme)
Ho pensato di
rivederlo dopo The Wicker Man, convinto del fatto che al
massimo, sarebbe venuto fuori un post su Nick Cage, che per altro scrivo sempre
molto volentieri, ma mi sono dovuto quasi completamente ricredere. Oh badate bene!
“Il prescelto” non è diventato di colpo un bel film, ha parecchi problemi,
proprio tanti, ma nessuno imputabile a Cage, che invece dà prova qui di aver
capito la materia meglio del suo stesso regista e sceneggiatore.

Questo non cambia il
fatto che “Il prescelto” è stato un disastro semi annunciato fin dai test di
prova, nessuno lo capita, nessuno lo apprezzava, per questo si è corso ai
ripari, inserendo una scena del tutto accessoria, che ricordavo molto bene
dalla visione in sala nel 2006 e che non ho ritrovato nella copia “home video”
del film, perché da quelle è sparita. Con il senno del poi per fortuna, visto
che una delle “api regine” del film, finiva a cercare “fuchi” (o polli? Fate voi)
in un bar e ne trovava uno impersonato da James Franco, attore che LaBute aveva
già diretto (come Aaron Eckhart, che compare due secondi nella prima scena alla
tavola calda) e che per via dei suoi trascorsi, chiamiamoli “Weinsteiniani”, non
avrebbe fatto che rendere “Il prescelto” un film ancora più al passo con i nostri
bizzarri tempi.

Ecco qualcosa che il film aveva davvero anticipato.
“Il prescelto” inizia
con il poliziotto della stradale Edward Malus (Nick nostro in versione Chips, Poncharello),
che prima raccoglie bambole abbandonate sull’asfalto evitando camion in corsa,
e poi tenta di salvare una mamma e la sua bambina da un auto in fiamme, invano
e prima dei titoli di testa. Ma già dal prologo è chiaro che LaBute sia in
difficoltà ad utilizzare la tecnica del bus, una delle pietre miliari
del cinema horror. Bene ma non benissimo.

Malus (senza Bonus, ah-ah!) riceve un
encomio (per cosa che non ha nemmeno salvato mamma e bambina?), ma vuole
ritirarsi lo stesso dalla polizia finché non arriva una lettera della sua ex
fiamma, nata, cresciuta e per un po’ fuggita dall’isola di Summersisle, la donna non ha
più notizie della figlia e ha bisogno del suo vecchio spasimante sbirro per
ritrovarla. Quando Nick atterra con l’idrovolante e raggiunge Summersisle, al
pub fa domande, beve sidro, schiaccia api a cui è allergico e si atteggia come
se fosse 007 in missione. Ma non era un agente della stradale? Si, ma l’unico
ad averlo capito pare proprio Nicolas Cage, per altro indiretto responsabile anche della dedica a Johnny Ramone sui titoli di coda, fu il chitarrista dei Ramones a far conoscere l’originale a Cage (storia vera).

Anche qui, Nicolas Cage indica. Una sicurezza!
Da qui prosegue un
film che di involontariamente comico non ha davvero nulla, se non l’evidente difficoltà
di Neil LaBute di amalgamarsi con un genere che non conosce e non sa gestire al
meglio. Non è un caso che le uniche scene di tensione davvero riuscite, LaBute
le abbia pescate quasi identiche dal film originale: la bimba finta morta che
cade dall’armadio aperto e la scena in classe, qui con un corvo al posto dello
scarafaggio nascosto nel banco della bambina scomparsa. LaBute tenta di
metterci anche del suo, ad esempio si gioca un altro classico del genere horror,
il risveglio con spavento del protagonista, anzi il doppio risveglio con
spavento, una mossa che a Landis (citando Luis Buñuel) veniva fuori benissimo e che LaBute lancia in aria sghemba, storta e poco convinta,
anche se di risate involontarie, nemmeno l’ombra. Al massimo tanta goffaggine registica.
A costo di sembrare ripetitivo, non è colpa di Cage se questa scena non funziona. Vedere per credere.
Neil LaBute è più
fuori dal suo territorio del personaggio che ha scritto, incapace di restituire
quel senso di alienazione, dato dal contrasto tra una società matriarcale e un
protagonista che con il passare dei minuti, si rivela tonto (come fa a non
fiutare la trappola? Vabbè è un maschio che è stato contattato dalla sua ex, uno
scemo per definizione) e per di più arrogante nei modi. Infatti la messa in
scena fin troppo convenzionale di LaBute viene divorata prima da Ellen
Burstyn, che non imita Christopher Lee ma anzi, ne regala una versione femminile
anche ben più convincente, e poi ovviamente da Nicolas Cage, che il suo
personaggio lo ha capito meglio del suo regista e lo porta in scena con un
energia e una coerenza che ammettiamolo, sono l’unica ragione per cui guardare “Il
prescelto”.
Masha e orso.
Vuoi per il fatto
che alla fine il film finisce per essere tutto sulle sue spalle, vuoi perché
comunque molto pubblico guarda Nick Cage come i suoi colleghi guardano Homer
Simpson, aspettando che faccia qualcosa di molto stupido, ma resta il
fatto che la scelta di Cage di recitare il suo personaggio in quel modo è
perfettamente logica e coerente con il punto di vista del protagonista che mi
dispiace, non è l’eroe maschio bianco che salverà la situazione, ma questo è
piuttosto chiaro seguendo una storia, dove ad un certo punto si traveste da orso, anzi diventa anche sensato il modo in
cui lui cerchi di difendersi, anche se va detto, alla seconda bionda presa a calci
in faccia, un pochino la trama mostra il fianco.
AHAHAH CHE RIDERE! (guardatevi il film, poi ne riparliamo, però bel calcio)
Eppure Cage la bicicletta
la utilizza per tutto il film per spostarsi sull’isola e poi parliamo di una
trama, dove il protagonista nel 1973 si travestiva da equivalente di Albione
del nostro Pulcinella, per mescolarsi alla parata e qui invece si veste da orso,
anche rivedendolo è chiaro che non siano trovate sfuggite di mano (sicuramente
non a Cage) che hanno generato risate in modo involontario, al massimo servono
a sottolineare quanto sia ridicolo il senso di superiorità del protagonista,
dietro alla quale Edward Malus si trincea, anche quando ormai ha smesso di
essere in controllo della situazione da… più o meno l’inizio del film, anche se
lui è ancora convinto che sia tutto nelle sue mani.

Forse il difetto
vero de “Il prescelto” sta nel fatto che quando spunta l’uomo di vimini, il
film va sotto con perdite rispetto all’originale del 1973, che come dicevo
lassù è estremamente complicato da adattare e da replicare. Anche se di suo la
scena è molto drammatica, manca quel cambio di punto di vista, qui ridotto ad
una sorta di svolta, proto-Shyamalan ma molto più annacquata, visto che se
LaBute avesse saputo gestire tutto al meglio, a quel punto della storia, la
satira avrebbe giù dovuto colpire, mentre il massimo che ci arriva è un protagonista
maschio allergico alle api, finito dentro una società matriarcale, dove miele e
raccolti sono la principale esportazione di questa isola-alverare.

Bruciamo l’uomo di ViMEME, che il prossimo raccolto ci porti cinefili meno distratti.
Quindi, provate a togliervi
la curiosità e a riguardare “Il prescelto” con tutte queste informazioni in
testa, un buon modo non per rivalutare il film (quello è impossibile) ma almeno
per guardare con occhio diverso il talento di Nicolas Cage, poi però oh! Guardatelo
The Wicker Man, ormai gli ho dedicato due post per festeggiare il suo
compleanno.
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