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Il processo ai Chicago 7 (2020): Aaron Sorkin dà potere alla parola

Sono passati tanti anni ma ancora se ne parla: il numero 7 di Chicago, Toni Kukoč l’airone di Spalato, detto “il cameriere” per la sua capacità di servire passaggi incredibili. Ha fatto bene Jerry Krause a volerlo in squadra, nello stesso ruolo di Scottie Pippen? Un processo che va avanti da ann… Ah non è il seguito di The Last Dance questo? Chiedo scusa, vedermelo spuntare così sul paginone di Netflix deve avermi distratto.

Ok, non è la biografia del vecchio Toni, un po’ mi dispiace però.

Ora posso scrivere una cosa che per molti risulterà impopolare? Anzi penso che ne scriverò una serie tutte insieme, per farmi odiare in un’unica soluzione: partendo dal presupposto che la sala cinematografica (ormai preclusa in questo disastrato 2020), resta un’esperienza con una marcia in più, e aggiungendo l’aggravante che i film, preferisco vederli in lingua originale (per apprezzare le prove degli attori e non dei loro doppiatori, che hanno salvato e rovinato carriere), sono felice che questo film sia approdato su Netflix, un po’ perché senza i soldi del popolare canale di streaming, non sarebbe proprio esistita questa pellicola (lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo), un po’ perché volete mettere la soddisfazione? Invece di dover impazzire a trovare un cinema che proiettasse “Il processo ai Chicago 7” in lingua originale, mi è basato un click per eliminare il maledetto Pino “Borat” Insegno, permettendomi di apprezzare la prova di Sacha Baron Cohen, qui davvero in gran spolvero. Il 2020 è stato sfortunato per tutti e quindi da cinefili, tocca gioire delle piccole cose, ma senza passare per cinéfilo nell’era dell’Internét, quando leggi il nome di Aaron Sorkin in cartellone, già lo sai che il suo film sarà estremamente “chiacchierato”, quindi meglio mettersi comodi per apprezzare quei dialoghi come sono stati pensati e scritti.

«Noi faremo delle cose con le macchine da presa, ma non fateci caso e continuate a parlare ok?»

Il processo, se siete fanatici di anglicismi il “Legal Thriller”, una pratica antica, un terreno dove chi è davvero bravo emerge, da La parola ai giurati a scendere, questo genere ha le sue regole ed è un banco non degli imputati, ma di prova, per gli sceneggiatori con gli attributi. Inoltre si sa che i nostri amici Yankee hanno la tendenza a riflettere sula loro storia (anche recente) usando le proprietà tipiche della celluloide, i cattivi (o l’accusa) potrebbero dire per edulcorare i fatti. Forse per questo uno davvero bravo come Aaron Sorkin (che ha firmato cosette tipo “West Wing” ma qui alla Bara lo ricorderemo tutti per il suo contributo a The Rock. Storia vera) è stato coinvolto nel progetto fin dagli albori, tirato dentro da un tale di nome Steven Spielberg, potreste averne sentito parlare.

Spielberg avrebbe voluto dirigere questo film già nel 2008, questo giustifica la presenza nel cast del bravissimo Mark Rylance, uno dei pupilli del regista con gli occhiali tondi. Ma dopo vari passaggi di mano tra registi il progetto è sprofondato nel limbo da cui lo ha ripescato proprio Netflix, sapete quel canale di streaming che tutti odiano ma che periodicamente mette soldoni per sfornare bei film come questo? Ecco proprio lui, così ho chiuso anche quell’icona lasciata aperta sull’argomento.

Twelve Five Angry Men.

Dopo il suo esordio alla regia con “Molly’s Game” (2017), Sorkin torna un po’ alle origini, visto che il suo esordio era stata la sceneggiatura di un film ambientato in un tribunale ovvero “Codice d’onore” (1992). La storia è quella dei “Chicago Seven” che non prevedono nessun giocatore di basket proveniente dalla Croazia, ma vede come protagonisti i sette portavoce dei movimenti attivisti, che avevano organizzato le grandi proteste di piazza in occasione della Convention del Partito Democratico, tenutasi a Chicago il 28 agosto 1968. Una brutta storia finita tra lacrimogeni, manganellate e appunto, un lungo processo caratterizzato anche da momenti di infamia per il sistema giudiziario americano, insomma tutto materiale da romanzo per Sorkin, che infatti cosa fa? Romanza, solo che ci riesce dannatamente bene.

“The Trial of the Chicago 7” è un film estremamente parlato e con tanti nomi, tantissimi nomi di altrettanti personaggi, il rischio con una storia così resta quello di perdersi il pubblico strada facendo, prima di arrivare davvero a poter raccontare i fatti salienti. Lo sanno anche i muri che il super poter di Aronne è quello di saper scrivere dialoghi che filano via come musica, qui di certo non si smentisce (quel «Baratti una mucca con dei fagioli magici» per parlare di idealismo è uno dei tanti, ma potete solo scegliere il vostro preferito), ma la parte che mi ha davvero colpito del film è il suo ritmo.

«Non è un horror questo no? Posso stare tranquillo», «Fossi in te non mi rilasserei troppo»

Un inizio bello ritmato presenta tutti i personaggi (che sono proprio tanti), con nome scritto in bella vista sullo schermo e una veloce ma efficacissima spiegazione dei protagonisti, che così facendo s’imprimono da subito nella testa dello spettatore, per via delle loro caratteristiche chiave.

Il leader delle pantere nere Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II), David Dellinger il padre di famiglia che predica la non violenza (anche se ha il corpaccione di John Carroll Lynch), l’idealista con i piedi ben radicati nella burocrazia del sistema Tom Hayden (Eddie Redmayne, attore che trovo particolarmente odioso e che qui funziona alla perfezione nel ruolo, tanto di cappello a Sorkin), passando per i due fricchettoni figli dei fiori.

«Forse vi ricorderete di me per film come Forrest Gump oppure beh, Borat»

Jerry Rubin (Jeremy Strong, perfetto) e Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen, ottimo e in una prova che potrebbe valergli qualche nomination di prestigio) che per chi non lo conoscesse, qui interpreta lo stesso personaggio con camicia a stelle e strisce (e una passione per la parola che inizia per “F”) che abbracciava commosso Forrest Gump, dopo il suo discorso sul Vietnam. Tanto per stare in tema di storie romanzate.

«Spero che questo Cassidy abbia un avvocato bravo»

Per #Team cattivi (o presunti tali), mettete in pista un piccolo ruolo (però chiave) per Michael Keaton che per nostra fortuna, non si perde nessuno di questi film di denuncia. Un misuratissimo Joseph Gordon-Levitt dietro agli occhiali dell’avvocato dell’accusa Richard Schultz, ma soprattutto un titanico Frank Langella, che cattivo così non era dai tempi di Corsari se non addirittura di quando interpretava Skeletor, il suo giudice Julius Hoffman è un conservatore con il martelletto dalla parte del manico, esecrabile per tutto tranne per la prova di Langella, che ci ricorda che farsi odiare in modo convincente dal pubblico al cinema, richiede davvero un enorme talento.

Non era così cattivo da quando dava filo da torcere a Dolph Lundgren.

La tentazione sarebbe quella di raccontarvi tutti i passaggi del film che mi sono piaciuti, e in 129 minuti devo dire che sono stati parecchi. Lo scontro ideologico tra i personaggi è gestito a colpi di argomentazioni argute e dialoghi ancora più taglienti. Aaron Sorkin come Frankie Hi-Nrg Mc dà potere alla parola ma 129 minuti sono lunghi da passare solo a chiacchiere e Aronne si conferma grande uomo di cinema, perché non solo gestisce splendidamente un cast ricco di attori, nomi e personaggi, ma impone al film un ritmo bello alto, vi assicuro che ho visto episodi di serie tv della durata di 45 minuti, più pallosi di tutto il film di Sorkin, che mi è letteralmente volato via mentre lo guardavo.

La posizione del regista è chiarissima, come Detroit per Kathryn Bigelow, questo film pesca a piene mani da un brutto fatto giudiziario per parlarci dell’America di oggi, ad una manciata di settimane dalle elezioni negli Stati Uniti, alcune frasi della pellicola suonano ancora più rivelatorie (come quella di Abbie Hoffman: «Credo che le istituzioni della nostra democrazia siano straordinarie, ma che in questo momento siano in mano a persone orribili»). L’intento del film è proprio quello di scatenare reazioni e riflessioni nel pubblico, si finisce inevitabilmente per patteggiare per questi personaggi che sono tutto, tranne che figurine monodimensionali facilmente etichettabili come “Buono” oppure “Cattivo”, come succede ormai fin troppo spesso nelle storie destinate ad un pubblico, che pare allergico alle sfumature di grigio dei personaggi.

Questa storia non finirà bene…

Quello che farà storcere il naso a tanti? Oltre all’evidente posizione di Democratico di Sorkin? Una scelta che da parte mia (per quel nulla che vale) difendo a spada tratta: in alcuni momenti Aronne sfrutta riusciti toni da commedia, che per chi conosce l’autore e il suo stile non sarà certo una novità, ma potrebbe straniare qualche spettatore. Ma ribadisco la mia posizione, non fai diventare briosa, estremamente fluida e facile da seguire una storia così lunga e con così tanti personaggi, se non hai uno stile tuo ben chiaro, quello di Sorkin, per quello che mi riguarda è ancora una volta promosso a pieni voti. Basta guardare lo spasmodico crescendo che culmina con le manganellate della polizia in una scena chiave, un modo “Rashomoniano” di raccontare lo stesso evento da più punti di vista, con un’enfasi e un trasporto quasi da scena d’azione, complici anche le azzeccate musiche di Daniel Pemberton.

Vogliamo invece affrontare l’elefante (simbolo dei Repubblicani) nella stanza? Tra le compagnie ad aver prodotto il film anche la DreamWorks Pictures di Spielberg, che comunque aleggia sul film. Sono sicuro che il finale (non so perché, ma mi ha ricordato “Amistad” e non lo dico certo in senso negativo), farà storcere più di un naso, la reazione di Joseph Gordon-Levitt ad esempio verrà bollata come poco coerente da qualche spettatore. Per la nuda cronaca degli eventi come accaduti, dovremmo tutti cercare qualche documentario sui “Chicago Seven”, perché Sorkin ricorda a tutti che il cinema non ha il dovere di essere realistico, la sua presa di posizione ideologica è romanzata come dovrebbe essere sempre il cinema, quindi davanti ad un’industria dello spettacolo che si dichiara progressista, Sorkin risponde con un film che invece lo è per davvero, ma soprattutto è puro cinema, avercene di prese di posizione come questa.

Poi oh Aronne, se ti venisse voglia di raccontarci anche la storia dell’altro numero sette di Chicago, secondo me i tuoi compari di Netflix sarebbero ben felici, e per quello che vale, anche io.

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