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Il quinto elemento (1997): come si dice tu vuò fà l’americano in francese?

Ci sono domande fisse su questa Bara che hanno risposte precompilate, se mi leggete da un po’ dovreste conoscerle entrambe tipo ritornello, domanda: cosa fa un regista quando raggiunge l’apice della fama? Risposta: si butta sul progetto della vita, quello tenuto nel cassetto da sempre.

Sempre, per Luc Besson vuol dire dalla sua adolescenza, sedici anni o giù di lì, perché quel cicciotto con i capelli brutti (lo sfotto perché in pochi più di me hanno voluto bene al suo cinema) avrà anche raggiunto la vetta con film d’azione come Nikita e Lèon, ma la fantascienza l’ha sempre avuta nel cuore, infatti a ben guardare era un film di questo tipo anche il suo “Le Dernier Combat” (1983).

Quello che trovo ammirevole di “Il quinto elemento” è il fatto che nel corso degli anni Besson, non abbia modificato più di tanto il soggetto del suo film, certo lo ha affinato e reso parte della sua poetica, ma più che altro si è impegnato a raccogliere i fondi necessari per realizzarlo sul grande schermo, un’impresa titanica per i tempi, visto che “Le Cinquième élément” costò novanta milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti, ai tempi il film più costoso mai prodotto dalla casa di produzione Europa, questo fino a quando non è stato lo stesso Besson, con mire da James Cameron francese a ritoccare il record verso l’alto, guarda caso con un altro film di fantascienza di stampo fumettistico, proprio come “The Fifth Element”.

Quando regista e protagonista vanno dallo stesso parrucchiere (non vedente)

Non ho usato l’aggettivo fumettistico a caso, perché uno dei punti di forza di un film come “Il quinto elemento” è proprio il suo avere entrambi i piedi ben piantati nella gloriosa tradizione delle Bande dessinée, perché quello che non dice mai nessuno è che i nostri cugini d’oltralpe, amano i fumetti almeno quando noi abitanti di uno strambo Paese a forma di scarpa, in questo siamo davvero cugini. La loro tradizione è lunghissima e Besson ha dimostrato di conoscerla bene, visto che per questo film ha coinvolto due dei maggiori nomi del fumetto francese di fantascienza, il creatore di Valerian ovvero Jean-Claude Mézières e Sua Maestà Jean “Moebius” Giraud, mossa che per altro ha permesso a Besson di uscire indenne da un’accusa di plagio archiviata nel 2004, proprio in virtù dell’accordo tra il regista e il disegnatore, causa intentata da Alejandro Jodorowsky che aveva riconosciuto qualche similitudine di troppo tra il settimo lungometraggio del regista e il suo classico a fumetti “L’Incal” (storia vera).

Permettetemi un paragone ardito, nella mia testa vuoi per le trovate fumettistiche, vuoi per una certa estetica spinta al limite, per certi versi “Il quinto elemento” potrebbe essere la risposta francese a Dredd – la legge sono io, entrambi i film hanno costumi disegnati da un famoso stilista (Versace contro Jean-Paul Gaultier), entrambi hanno origini fumettistiche, ma con la differenza che gli americani hanno messo le loro manacce sul personaggio simbolo della britannica “2000 A.D.” mentre Besson da vero galletto, ha tenuto in patria le glorie nazionali, ma con la testa rivolta ai mercati di tutto il mondo, infatti il film è stato girato in lingua inglese, con un nutrito contributo da parte di alcune facce note, molti dei prediletti di questa Bara, d’altra parte non farebbe parte dei “Giovedì Bruno” se così non fosse stato no?

Nel futuro avremmo le auto volanti e il colesterolo alto.

Andai a vedere “Il quinto elemento” alla sua uscita, nel solito cinenimo di provincia adibito al mio culto per Bruno. Besson e Bruce nuovamente in canottiera erano attrattive più che sufficienti per il ragazzetto che ero, nel corso del tempo penso di averlo rivisto in VHS (acquistata regolarmente sull’onda dell’entusiasmo), un numero di volte che va dal “criminale” al “senza cognizione”. Mi ha sempre affascinato la capacità di Besson di riempire lo schermo con un numero pazzesco di dettagli, un lavoro frutto delle tavole preparatorie di Jean-Claude Mézières e Moebius, trasportate dalla carta al grande schermo da una squadra di scenografi (Dan Weil, Michael Lamont, Jim Morahan, Maggie Gray e Anna Pinnock) e dai costumi tutti matti di Jean-Paul Gaultier, che si saranno pure mangiati buona parte del nutrito budget ma che in questo film vanno dal minimale, le bande termine modello “rotolo di carta igienica” con cui è coperta nei punti tattici Milla, fino al costume di Chris Tucker, che fa di lui il figlio illegittimo dell’Enigmista di Jim Carrey e di Cinzia di Leo Ortolani

… non chiedetemi chi lo ha partorito però, non volete saperlo.

In un tripudio di arancione che sembra dire a Wes Anderson levati, ma levati proprio, sarei quasi tentato di inserire il film tra i Bruttissimi di rete Cassidy (il logo arancione non stonerebbe), perché questo film potrebbe stare a metà tra Dredd e Flash Gordon, non avrei mai preso in considerazione questa idea prima, ma rivedendolo mi sembra la mossa più sensata, vai con un altro po’ di arancione!

Mi sembra giusto ricordare che gli intenti di questa non-rubrica sono sempre gli stessi: parlare di quei film che sono ciambelle riuscite senza il buco, ma con carattere da vendere, capaci di fare a loro modo la storia, non una celebrazione del brutto fine a se stessa, ma un modo per ricordarci che tira più una Milla che una vera sceneggiatura.

Erano ormai, senza esagerare, almeno una quindicina d’anni che non rivedevo il film, naturalmente potrei ancora ridoppiarvi quasi tutti i personaggi togliendo l’audio per quante volte l’ho visto e rivisto in pasaato, ma due cose mi hanno colpito in questo ripasso: lo ricordavo un film molto più ritmato e la trama, siamo davvero alle aste, se l’inizio è fumettistico (per stile e contenuti), con il passare dei minuti la storia di “Le Cinquième élément” si assottiglia sempre più fino a trasformarsi in uno dei quei cartoni del sabato mattina, per prendere in prestito un’espressione dei nostri amici Yankee, il che è straordinario, il Luc Besson prossimo agli ‘anta del 1997, che finalmente ha i soldi e tutta la carta bianca («Multipass!») necessaria per rendere omaggio all’idea del Luc Besson sedicenne che è stato, considerando che io ero poco più giovane allora nel 1997 e sono prossimo agli ‘anta oggi, direi che tutto torna e in parte spiega perché, con la sua trama risicata e un ritmo che ricordavo molto più esplosivo, continuo a trovare questo film uno spasso, forse proprio perché puri così, con 90 milioni di fogli verdi in pugno, pochi cineasti lo sono stati. Non male per un grosso “Tu vuò fà l’americano” in salsa francese.

Sono talmente retrò questi alieni, da sembrare i cugini di Tik-Tok (il robot, non il social dove si balla)

Besson ha definito la sua sceneggiatura a quattro mani con Robert Mark Kamen, quello che verrà eternamente ricordato come l’autore dei film di Karate Kid (e questo spiega molte ingenuità), il film inizia con un prologo in Marocco che deve aver influenzato anche il compositore di fiducia di Besson, Éric Serra che riempie il film di sonorità mediorientali che comunque non stonano affatto con tutta questa atmosfera transalpina, anzi. Per mettere in chiaro che questo è un film degli anni ’90, l’assistente del professore intento a leggere antichi geroglifici («Aziz luce!») è Telespalla Luke Perry, Boom! Vi ho sbloccato un ricordo lo so.

La puntata di Beverly Hills 90210 che forse non avete visto.

Di fatto il gran casino comincia perché Telespalla Luke Perry tira fuori una Lugher e spara ai bonari (e goffissimi) alieni Mondoshawan, ignorando il fatto che un minuto prima il prete abbia cercato di avvelenare i due archeologi, salvati da un brindisi con la grappa Vinaccia di Treviso, in un eterna lotta tra scienza e fede ma anche tra sobrietà e alcool. Il prologo è piuttosto evocativo, porta in scena i fighissimi alieni realizzati con effetti speciali orgogliosamente vecchia maniera (Besson intelligentemente centellina la CGI, infatti il film è invecchiato più che bene) e il tema del loro culto, perché non sarebbe proprio la prima volta nella storia dell’umanità in cui qualche religione è nata sul mito di esseri superiori venuti dalla stelle, portando con loro qualche elemento salvifico, in questo caso le pietre che rappresentano i quattro elementi, acqua, aria, terra e fuoco, che posizionate attorno ad un quinto fantomatico elemento, possono distruggere IL MALE. Insomma Milla Jovovich in questo film è Capitan Planet, con i capelli arancioni invece che verdi.

Ci vuole un grande presidente, oppure un presidente grande quanto Tiny Lister.

Salto in avanti di 500 anni, Padre Vito Cornelius (Ian Holm che invece di essere il traditore come da trascorsi, ci regala un ruolo pop da protettore dei protagonisti), viene chiamato in quanto persona informata sui fatti al cospetto del mega presidente galattico, ed io non smetterò mai di ringraziare Luc Besson per aver affidato il ruolo del presidente del mondo a Tommy Tiny Lister e quello del suo fidato generalissimo a Brion James, le facce brutte (ma mitiche) che piacciono a questa Bara.

“Prova a dire ancora che ho una faccia brutta Cassidy e ti nuclearizzo”

Il presidente deve affrontare la minaccia del PIANETA MALE, uno palla di cattiveria spuntata senza spiegazioni dal nulla, facente funzione di MacGuffin ma allo stesso tempo di METAFORONE minaccioso, il tentativo Yankee di “Decolliamo e nuclearizziamo” non servirà a nulla per fermare quello che in buona sostanza è un asteroide che minaccia la vita sulla Terra, questo forse spiega perché l’unico che può salvarci è quello che prima era un militare, ma ora fa il tassista a New York, vi do degli indizi: è mancino, ha la canottiera, i bicipiti, la faccia da bulldog quando spara e in più oggi è giovedì, fate ciao ciao con la manina a Bruno.

Con le mani, con i piedi, con il Bruno, ciao ciao (quasi-cit.)

Solo l’appartamento di Korben Dallas (Bruce Willis ossigenato e con canottiera, ovviamente arancione vista l’estetica del film) riassume quando Besson qui sappia riempiere lo schermo di trovate che fanno subito futuro, la casetta non è più grande del monolocale di Renato Pozzetto in “Il ragazzo di campagna” (1984) e i vari mobili a scomparsa…. TAAAC! Sono quasi identici, la differenza sono i piccoli tocchi, le quattro sigarette al giorno centellinate a Bruno, tutte più filtro che tabacco, il trucco del cappellino dell’aspirante rapinatore posizionato davanti allo spioncino, un bel set piccolo ma curato, che fa sembrare il film (comunque spendaccione) ancora più costoso di quello che è, da questo punto di vista “The Fifth Element” è uno Space Trucker con i soldi ma usati con giudizio (follie di Jean-Paul Gaultier permettendo), in cui Bruce entra in scena stropicciatissimo come una versione fumettistica di Joe Hallenbeck e finisce a sparare, solo contro tanti come un John McClane con i vestiti stracciati, poi chiedetevi perché Bruno ha accetto al volo la parte, dopo aver letto il copione portato dalla Francia da Besson, il regista lo ha definito la scelta di casting più facile e veloce di tutto il film (storia vera).

“Mi fai ridere Cassidy, ma non mi puoi tenere inchiodato tutti i giovedì”

La scelta più azzeccata invece è stata senza ombra di dubbio quella di Milla Jovovich, “Il quinto elemento” non era il primo film in cui ha recitato l’ex modella, ma beccami gallina se sul grande schermo, ricordate altre entrare in scena di bellezze più folgorante di lei. Posso essere brutale? Mi conoscente sono sincero ma un po’ ruvido a volte, se la trama minimale di “The Fifth Element” ci permette di sospendere l’incredulità quel tanto che basta per godersi il giro in giostra, è proprio grazie al fatto che Milla è di una bellezza stordente, anche perché tutto quello che Korben Dallas decide di fare nella storia, da perdere la patente ad accettare la missione, lo fa per la fi… l’amore, di una che è la perfetta (espressione ripetuta con una gag, circa quaranta volte nel film) donna Bessoniana e parliamo di regista che sul suo raccontare le donne al cinema, ha costruito una carriera, perché meglio di lui, davvero in pochi lo hanno fatto.

Arancione e bretelle, le tendenze della moda per Jean-Paul Gaultier nel 1997.

Tutte le donne nel cinema di Besson rispondono alla lettera V, parafrasano la riga di dialogo di Bruno: «Carina la V, ci sono un sacco di belle parole che iniziano per V. Valorosa. Vulnerabile. Veramente bella», che siano NikitaMathilda o Leeloo, le donne di Besson sono sensuali e dolci, femminili e infantili in parti uguali, fragili e dure come chiodi da bara allo stesso tempo. Seppur nella sua eccezione più fumettistica (o da cartone animato con il proseguire del film) Leeloo non fa eccezione, entra in scena come Eva, creata non da una costola ma da un avanbraccio Mondoshawan, grazie ad una sorta di antesignano della stampante 3D, la macchina che crea le Mille nude (ne prendo otto, grazie!), sotto vetro fugge parlando una lingua tutta sua solo per finire di nuovo sotto vetro, quello del taxi volante di Korben Dallas che Bum, bada bum cotto, anche perché voi cosa fareste? Stareste lì a compilare il CID scrivendo: «Urto con la Milla Jovovich del 1997 in versione volante» o vi innamorereste di una cosi? Non serve che rispondiate, tanto la so già la risposta.

Didascalie che non leggerà mai nessuno presenta: la Milla Jovovich del 1997.

Quando Korben Dallas risponde all’invocazione di aiuto di Leeloo, quello è il momento decisivo del film, quello con cui Besson ci carica tutti a bordo della sua giostra, anche noi, non è un caso che anche questa scena, sia di fatto un omaggio (forse al limite del plagio, Jodorowsky parlava con lingua diritta, cit.) ad un altro classico del fumetto francese, che dopo aver fatto un lungo giro è diventato uno dei segmenti di Heavy Metal, quello che inizia con il tassista che carica a bordo la bellona e finisce a lottare contro il male.

Tana per Luc! Questa era facile, fammene una più difficile la prossima volta.

Una volta risposta all’invocazione di Leeloo, siamo tutti cotti di lei, a partire dal regista, perché capiamolo il vecchio Luc, è francese, c’ha l’innamoramento facile, nella sua vita e nella sua carriera è passato da Anne Parillaud (quindi Nikita), a Maïwenn (ispirazione per la Mathilda di Lèon) per poi far salire a bordo del suo taxi cuoricino Milla. Con la scusa di approfondire la lingua immaginaria di Leeloo, Besson e Milla Jovovich si scambiavano lettere, ufficialmente per migliorare la dimestichezza dell’attrice con la lingua… non fate battutacce! Ufficialmente beh, i due si sono sposati poco dopo, alla faccia della povera Maïwenn, presente sul set e sotterrata sotto il quintale di trucco blu della cantante aliena Lady Plavalaguna, che si merita un paragrafo tutto suo, ma andiamo per gradi.

Con gli occhi adulti del me stesso coetaneo di Besson quando diresse questo film, mi sembra chiaro che tutta la parte del biglietto vincente per salire a bordo della crociera spaziale, non può reggere. Perché il cattivone non raggiunge semplicemente la nave come mezzi propri – come farà puntualmente più avanti nel film – visto che è ricco sfondato invece che incastrarsi nella girandola dei finti Korben Dallas chiamati a ritirare il biglietto? Forse per le stesse motivazioni che muovono il cattivissimo Zorg, che te ne fai di più soldi promessi dal PIANETA MALE, quando hai già tutto e se dovesse finire la vita sulla Terra non potresti comunque spenderli? Ho imparo nella mia vita due cose, la prima è che per godersi “Il quinto elemento” devi restare mentalmente all’età in cui l’ho visto io la prima volta (e quando Besson lo ha scritto), la seconda è che con i grandi capi d’azienda, non vale la pena cercare la logica nelle loro azioni.

Pazzo Gary nella sua “Trilogia del cattivo da fumetto” – Parte 1.

Allo stesso modo, perché Lady Plavalaguna non consegna le pietre a Leeloo prima dell’esibizione, quando avevano tutto il tempo per farlo? Forse era necessario morire nello scambio? Ma poi perché mi chiedo, a meno che non fosse l’inconscio di Besson galoppante, uccidere la sua attuale moglie Maïwenn, perché potesse lasciare campo libero alla nuova arrivata Milla, troppo Sigmund Freud? Probabile, forse Besson voleva solo farle duettare, infatti quando il pezzo “cantato” (tra poco ci arriviamo) da Maïwenn cambia ritmo diventando una tamarrata anni ’90, Milla entra in azione scalciando culi alieni e tirando giù nomi, il primo assaggio di quello che poi avrebbe fatto per il resto della carriera.

Con questa mossa ha anticpato Keanu di un paio d’anni.

L’esibizione musicale di Lady Plavalaguna prima di trasformarsi in un pezzo degli Eiffel 65 (questo spiegherebbe gli alieni blu) inizia come un’aria tratta dall’opera Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, per altro cantata dal soprano albanese Inva Mula (storia vera). La faccia con mascella per terra di Korben Dallas intento a guardarla è in realtà la vera espressione di Bruce, che non solo ha ssntito l’esibizione per la prima volta, ma ha visto anche il trucco completo solo nel momento di girare la scena, anche perché parliamoci chiaro, nel cinema di Besson i maschietti sono sempre dei tonni rispetto alle femminucce, il che mi sembra anche sensato se volete sapere la mia.

I’m blue, da ba dee da ba.

In questa atmosfera che parte come un fumetto francese e presto si trasforma in un cartone animato, è normale che trovi spazio anche un altro dei miei preferiti (in un film pieno di nomi giusti), Gary Oldman si lascia alle spalle il cattivone di Lèon, ma non la sua capacità di andare in maniera convincente sopra le righe, anzi per certi versi potremmo dire che Pazzo Gary qui abbia inaugurato il primo capitolo della sua personale “Trilogia del cattivo da fumetto” (un giorno magari tratteremo anche gli altri capitoli), il suo Zorg si auto annuncia «Jean-Baptiste. Emanuel. Zorg», gioca con le armi e il tasto “Replay”, sembra un Hitler con una scodella della Tupperware in testa ed è quello che ha capito meglio di tutti l’atmosfera da cartone animato del film. Personalmente amo il montaggio fumettoso utilizzato da Besson in molte scene, quello con cui rende più ritmati i momenti “spiegone” e tiene alta la tensione, sovrapponendo le reazioni dei buoni a quelle di Zorg («Siamo salvi» / «Sono fottuto»), l’unico modo per mettere più in chiaro la matrice fumettistica dell’opera, sarebbe stato utilizzare lo split screen, ma con un montaggio così non ne ha nemmeno bisogno.

Lo Zorg ZF-1 per la rubrica dei fanta fucili di Lucius.

Sorvolo sulla scena del decollo inutilmente lunga e pruriginosa, oppure su quanto sia insopportabile la spalla comica di Chris Tucker, con tutti i suoi “actual” e “super actual” sembra uscito dall’Eurovision per abbigliamento, ma in un film dove Ian Holm è costretto a recitare uno svenimento alla vista del quinto elemento in persona (eh vabbè), l’asticella della recitazione da cartone animato è stata alzata ad un livello dove può tenere botta solo Gary Oldman, oppure due corpi da cinema come Milla e Bruce, che nel loro essere sexy e statuari, trovano il modo di spiccare lo stesso ed ora, è il momento di parlare di Bruce.

Con quella canottiera arancione e gli ultimi esperimenti dal parrucchiere che la genetica gli ha concesso, Bruce qui è in perfetto equilibrio tra i suoi ruoli molliconi, quelli comici e quelli d’azione, non mancano le “frasi maschie” alla sua prova («parlo solo due lingue, questa e questa, con qualche sporcatura»), perfetto per mettersi al servizio dell’idea Bessoniana di eroe maschio (figo, ma fondamentalmente un bambinone), che trova il suo apice nel finale in cui quando hai quei due corpi da cinema come Milla e Bruno, e il tuo regista sta usando la sua fantasia adolescenziale da 90 milioni di dollari per farsi la ragazza (non giriamoci attorno), è quasi automatico che tutto termini con un limone duro, perché solo un sedicenne con la passione per le donne, può scrivere un finale, tirato quanto volete, che prevede Leeloo che si deprime per la natura umana e l’ultimo fiammifero rimasto nella scatola, ma che di fatto possiamo riassumere come il potere dell’ammMMMmmore che vincerà sul male. Anche se ci tengo a sottolineare la continuità artistica di Bruno, che nel giro di due film a breve distanza uno dall’altro, salva la Terra dall’asteroide malvagio… Più grande eroe del mondo? Più grande eroe del mondo!

“Vinciamo noi Grace”, “Chi è Grace?”, “No scusa, l’abitudine”

Insomma, non poteva mancare “Il quinto elemento” in questa breve rassegna del giovedì dedicata a Bruno. Visto che nel corso degli anni mi sono prodigato a portare tanti dei suoi film su questa Bara, sono quasi intenzionato a concluderla qui, ma con una certezza: non mancherà mai Bruno, cioè ci mancherà sempre e gli auguriamo una felice e sana pensione, se la merita, ma non mancherà mai su questa Bara di cui è uno degli eroi, perché tanto troverò sempre il modo di farlo tornare ogni volta che ne avrò l’occasione, anzi lancio la palla nel vostro campo, se vi viene in mente qualche titolo per un altro giovedì Bruno, sbizzarritevi nella sezione commenti. Ma non dimenticatevi il Multipass.

P.S. tutti dal Zinefilo per un altro po’ di Bruno del giovedì.

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