
Cosa ci fa questo film per ragazzi, pieno di buoni sentimenti in un postaccio lugubre come la Bara Volante? Se lo conoscete non vi sarà difficile capire perché il titolo di oggi di cui festeggiamo i primi quarant’anni, ha piena cittadinanza su questo feretro specializzato in voli.

Iniziamo dal primo motivo di interesse, “The Boy Who Could Fly” è la terza regia di un mito indiscusso come Nick Castle, ovvero il ripieno dell’originale Michael Myers, che come attore ha spaventato tutti ma come regista si è specializzato proprio in cinema per ragazzi, di cui questo film fa parte, perché è stato anche uno dei primi film a trattare il tema dell’autismo, trama e cominciamo il volo.
Come molti film per ragazzi targati anni ’80, “Il ragazzo che sapeva volare” inizia con un trasloco, quello della giovane Amelia “Milly” Michaelson (Lucy Deakins), da poco orfana di padre, nella nuova casa in provincia comprata da mamma Charlene (Bonnie Bedelia senza la permanente di Trappola di cristallo) e per il suo fratellino Louis (Fred Savage, il bambino degli anni ’80, al suo esordio cinematografico), quest’ultimo in particolare per me, è il film nel film, visto che gioca una partita quasi tutta sua insieme al suo cane Max, ma su di lui torneremo a breve.

Il dirimpettaio dalla finestra della camera di Milly è il ragazzo del titolo, si chiama Eric (Jay Underwood) è passa le sue giornate tra davanzale e tetto della casa, mimando con le braccia le ali di un aereo, a scuola ovviamente è un reietto di cui solo Milly si interessa, scoprendo presto che il ragazzo ha perso i genitori in un disastro aereo e da allora è bloccato nel suo mondo fatto di areoplanini di carta e totale mutismo.
Affrontiamo subito l’elefante nella stanza, e non ho scelto l’animale a caso perché lo stesso Nick Castle non ha mai nascosto che Dumbo è stata una delle sue ispirazioni per questo film, tanto che è anche una delle favole che Milly leggerà a Eric. Quindi questo film, che nasce con l’intento di essere una specie di versione con umani dell’elefantino che non parlava (Dumbo deriva da “Dumb” muto, ma anche beh, un po’ toccato) finisce per diventare una specie di versione a basso costo di E.T. insomma, tutto molto nobile per un piccolo film il cui messaggio risulterà anche naif, ma raccontato con lo spirito giusto: se vuoi e ci credi, nella vita puoi fare tutto, anche volare.

“The Boy Who Could Fly” è stato uno dei primi titoli a trattare il tema dell’autismo, pur non avendo grandi mezzi e retroterra per farlo, nei dialoghi (italiani e originali) la volenterosa Milly spiega che la maestra ha detto che a quelli come Eric fa bene stare con i normali, un modo di esprimersi che a quarant’anni di distanza suona buono solo per una delle canzoni di Checco Zalone. Quindi se lo spunto di partenza è l’autismo, poi il film prende una deriva romantico/fantastica che tiene botta essenzialmente perché Lucy Deakins ha una faccetta pulita e il sorriso giusto per rendere tutto credibile, un’attrice che avremmo rivisto in qualche film accanto a John Candy e poco altro, ora lavora come avvocato (storia vera).
Nick Castle fa un ottimo lavoro, anche se il film non ha proprio un ritmo brioso, essendo tutto basato su un unico grande mistero (Eric sa davvero volare?) il regista e sceneggiatore deve giocarsi le sue carte con molta calma, il finale richiede poi una buona dose di sospensione dell’incredulità che nel 1986 da bambini era più facile abbracciare, resta una storiella dalla morale molto di cuore, con effetti speciali minimali invecchiati non proprio alla grande, che funziona essenzialmente grazie alle facce che lo popolano oltre alla riuscita e sognante colonna sonora firmata da Bruce Broughton.

Mi sembra piuttosto chiaro che a Bonnie Bedelia sia stato chiesto di recitare ogni scena undici metri sopra le righe, non c’è una singola azione nel film che mamma Charlene non affronti esacerbando tutto, dalle lotte con il computer ai ritorni a casa stressata dal lavoro, Bedelia di solito non recita così, quindi penso che sia stata una precisa scelta, anche se fin troppo urlata.
Il migliore del loto per espressioni facciali, è l’unico adulto in casa di Eric, un parente sempre sbronzo di nome Hugo, impersonato da Fred Gwynne che ricorderete sicuramente per la sitcom I mostri oppure per Cimitero vivente.

Ultima ma non meno importante, per scavare un po’ nel lutto ancora troppo fresco di Milly, Nick Castle manda in soccorso la più giusta delle facce giuste, nella parte della dott.ssa Granada compare Louise Fletcher, in una ideale versione buona dell’infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo, non è chiaro come mai Fletcher non sia accreditata nel film, ma solo ringraziata per ultima nei titoli di coda, non credo ci siano stati scazzi sul set, tali per cui l’attrice abbia voluto togliere il suo nome dal film (altrimenti non avrebbe ricevuto ringraziamenti nei titoli di coda), penso che fosse un modo per creare l’effetto sorpresa con la sua entrata in scena non annunciata.

Apriamo il capitolo “film nel film”, il motivo per cui “Il ragazzo che sapeva volare” mi interessava quando lo vedevo passare in replica alla tv da bambino e per cui, mi interessa ancora oggi è proprio il personaggio di Fred Savage, la prova che il famigerato “product placement”, ovvero infilare prodotti dello sponsor pagante nel film, non è qualcosa che è stato inventato negli ultimi anni al cinema, come troppe persone credono, ma è sempre esistito. Qui a pagare deve essere stata la Hasbro per spingere i suoi celeberrimi G.I.Joe, celeberrimi negli Stati Uniti, in uno strambo Paese a forma di scarpa eravamo in dodici ad amarli, ora siamo rimasti in cinque.

Louis il personaggio di Fred Savage ha tutto, il triciclo, l’elemento e soprattutto una collezione di Joe che lèvati, ma lèvati proprio, prende posto nella sua nuova camera e piazza Recondo, Shipwreck e Barbecue sul davanzale, poi nel corso del film sfoggia di tutto, tanto da potersi permettere di fare un funerale militare in cortile a Duke, che se tanto mi dà tanto, sarà stato il Duke della prima serie, uno dei Joe più ambiti, e lui, così, decide di sotterrare.
Quando poi la trama del film cerca di aggiungere trauma a trauma, persino il cane Max deve – per un po’ – farne le spese, quindi nel momento di disillusione generalizzata per i personaggi, Nick Castle ci dà dentro, per far passare il suo messaggio ottimista che si traduce nella disperata corsa in cortile, sotto una pioggia battente, per salvare i G.I.Joe che Louis con il morale sotto i tacchi aveva sotterrato. Voi non potete capire, quella scena mi faceva venire l’angoscia da bambino a pensare a tutti quei bei G.I.Joe con i loro microscopici accessori, sepolti nel fango, e mi ha fatto friggere sulla poltrona ancora di più rivedendola oggi, perché dopo quarant’anni recuperare gli accessori dei Joe e conservali è solo diventato più complicato, ma non ho ancora perso il vizio, quindi se uno dei messaggi del film di Nick Castle era quello di non perdersi di spirito e mantenere vivo il bambino interiore, Nick, missione compiuta. Con me di sicuro.

Ovviamente l’arco narrativo di Louis passa per la prova da superare, fare il giro dell’isolato sul suo triciclo, senza farsi massacrare dai bulletti del quartiere e dal loro doberman di nome Hitler (EH!?), che diventerà un po’ la gag ricorrente per il personaggio e a proposito di trovate sfiziose, occhio che sto per sganciarvi due bombe degne dei G.I.Joe.
La prima: in una scena vediamo il solito Louis giocare ad un videogames collegato al televisore di casa, si tratta della versione, non cabinato ma console di “The last Starfighter”, che altro non è che il gioco al centro del film precedente diretto da Nick Castle, quel gioiellino di Giochi Stellari, prendete fiato, perché arriva la bomba numero due, quella da mille megatoni.

Ad un certo punto del film, Milly e la sua amica guardano la televisione un po’ brille e si imbattono in una sorta di video di EMMETivì con una banda proto-Kiss, che vengono presentati con il nome di… The Coupe de Villes!

Per altro proprio quest’anno il loro unico disco Waiting Out the Eighties verrà ristampato in vinile, chi sono i Coupe de Villes? Li vediamo anche nella tv di Milly, sono Tommy Lee Wallace, John Carpenter e lo stesso Nick Castle, qui supportati da un quarto componente misterioso, per completare la loro Glam-apparizione in stile Kiss.
Il pezzo che si sente per pochi secondi nel film, è uno dei tanti mai pubblicati di un gruppo che si è composto a scuola, che ha suonato chissà dove, spesso alle feste di fine riprese sui set del terzetto di amici e registi, questo nello specifico si intitola Back of the bus, come dire, l’invito alla ragazzina diligente, studiosa e carina della classe, a farsi un giro nelle ultime file dell’autobus della scuola per, vabbè avete capito, e mai nella mia vita avrei immaginato di vedere John Carpenter in versione Glam-Rock “minacciare” una ragazzina dalle ultime file di un autobus, ma ogni giorno passato a parlare di John Carpenter è un giorno ben speso e anche oggi, abbiamo vissuto pienamente!

Michael Myers che dirige un film su un giovanotto altrettanto silente, mentre un altro si aggira in triciclo tra le siepi da cui un tempo spuntava un mascherato Nick Castle, oggetti e persone volanti non identificate, musica Rock, il Maestro e i G.I.Joe, ora rispetto al paragrafo introduttivo di questo post, sapete perché questo compleanno e questo film sono roba da Bara Volante al 100%!


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