
Questo film mi è stato raccontato prima ancora di essere visto, e questo, col senno di poi, dice già moltissimo. Ero bambino, troppo piccolo per intercettare certi passaggi televisivi notturni, e un mio amico un po’ più grande – uno di quelli che avevano accesso a cose proibite tipo i film della seconda serata, cassette strane e probabilmente sortite sui canali privati – mi parlò di una storia incredibile che aveva visto in TV… Ah! Tutto quello che sto per raccontarvi è Storia Vera.
C’erano delle corse clandestine, delle macchine bellissime, una gang di stronzi, una ragazza stupenda e una macchina nera misteriosa che faceva fuori i cattivi uno alla volta. Alla fine, mi disse, si scopriva che il protagonista… Insomma, il finale spiattellato così, secco, buttato lì, senza alcuna pietà, forse il mio primo incontro con il concetto di “Spoiler”, comunque gli era piaciuto così tanto che sentiva il bisogno fisico di raccontarlo a qualcuno. Quel qualcuno ero io.
Il problema è che non sapeva il titolo, quindi “Il replicante” è rimasto per anni una leggenda orale per me, un film-fantasma tramandato come una storia intorno al fuoco da campeggio, una di quelle cose che ti porti dietro senza sapere da dove arrivino. Quando finalmente, anni dopo, lo noleggiai in VHS, mi accompagnò per tutta la visione una sensazione costante di déjà vu, ogni scena mi sembrava familiare, ogni svolta era insieme nuova e già conosciuta. Un po’ come il fratello del protagonista, che intuisce la verità prima ancora che venga spiegata, per me scoprire “Il replicante” fu davvero una sorpresa doppia: del film e del suo titolo italiano, che riesce nell’impresa rara di essere rivelatore due volte, senza alcuna vergogna.

Quindi eccomi qui, quarant’anni dopo la sua uscita, a festeggiare il compleanno, perché “Il replicante” non è un film che chiede di essere giudicato, chiede di essere ricordato, su questa Bara per forza perché io ho un cerchio ideale da chiudere. Uno di quei B-Movie che arriva, parcheggia tutto storto davanti a casa tua, lascia il motore acceso e ti costringe a salire, non importa se sai già dove andrà a parare, non importa se vedi le cuciture, il cartongesso, il fumo artificiale che invade l’Arizona nemmeno fosse la bassa padana per quantitativo di nebbia. Non importa che ad anticiparlo sia un amico o il titolo italiano, o ancora di più, la traiettoria di una trama di certo non impossibile da intuire, a questo film si vuole bene e tanto basta.
Un titolo naif e trucido in parti uguali fino al midollo, nei dialoghi, nelle acconciature, nel modo in cui prende sul serio cose completamente assurde e tratta come dettagli insignificanti la logica, la fisica e il buon senso. Comunque un B-Movie drittissimo, gli anni ’80 veri e non quelli di plastica che piacciono fin troppo al pubblico moderno, trattandosi di quel decennio in cui tutti gli eroi erano motorizzati, dall’A-Team a Magnum P.I. anche qui i “Ferri” di gran livello non mancano.

La storia è un glorioso pretesto: In una cittadina dell’Arizona illuminata di notte come fosse mezzogiorno, una gang di bulli motorizzati spadroneggia sulle strade, non bulli qualunque, questi sono proprio stronzi professionisti, gente che sfida automobilisti solitari, li costringe a correre e si prende il loro Ferro come bottino. Il capo è Packard Walsh (Nick Cassavetes), faccia da schiaffi da competizione, sorriso da stregatto sotto acido e un ego grande quanto il motore della sua Chevrolet Corvette C3, che non è solo un’auto ma una dichiarazione di guerra su quattro ruote.

Intorno a lui orbitano i suoi scagnozzi, ognuno col proprio Ferro come estensione della personalità, come in una puntata a caso di “M.A.S.K.”, Oggie (Griffin O’Neal) guida una Dodge Daytona Turbo Z che urla anni ‘80 da ogni presa d’aria, Minty (Chris Nash) sfila con una Pontiac Firebird Formula nata per stare sotto i neon, Skank (David Sherrill) e Gutterboy (Jamie Bozian) condividono una Plymouth Barracuda che sembra uscita da un incubo a base di benzina e testosterone, mentre Rughead (il mitico Clint Howard) si presenta con un GMC che pare messo lì solo per ricordarci che anche i camion possono intimidire, in buona sostanza una sfilata motoristica più che una banda criminale, e il film lo sa benissimo.
Poi arriva lo straniero, Charlie Sheen, giovanissimo, con quello sguardo che Oliver Stone (che lo conosce bene) ha definito quieto senza esserlo per davvero, infatti entra in scena senza clamore, come se fosse capitato lì per caso. Non sembra un eroe, non sembra un vendicatore, non sembra nemmeno particolarmente interessato, se non giusto a qualche bella figliola – chiamalo scemo – invece è il centro di gravità di tutto, attorno a lui si addensa un mistero che il film non ha alcuna fretta di spiegare, perché ciò che conta davvero non è il chi ma il come.

Insieme al figlio di Martin arriva lei, la Dodge M4S, il vero cuore pulsante del film, un notevolissimo Ferro nero, basso per graffiare l’asfalto, futuristico, così fuori scala rispetto a tutto il resto da sembrare arrivato da un altro piano di realtà, non è un’auto è un’entità, la materializzazione della vendetta e dell’estetica anni ‘80 portata al suo estremo più arrogante.

Ma sarebbe un errore enorme dimenticarsi delle donne, perché questo film le ama, apertamente e senza pudore, infatti il Big Kay’s Burger è più una passerella che una tavola calda piena di cameriere bellissime, tra cui spicca Sherilyn Fenn, basta guardarla per capire tutto, non serve altro, sensuale, malinconica, è l’elemento umano fisico e carnale opposto al freddo metallo, che in Arizona non sarà freddo per nulla, malgrado la “nebbia” posticcia.

“Il replicante” mescola tutto senza paura, romanticherie adolescenziali, vendetta soprannaturale, bullismo stradale, fantascienza accennata e mai davvero spiegata, la sospensione dell’incredulità viene presa, arrotolata e buttata dal finestrino a cento all’ora e va benissimo così! Siamo in zona B-Movie godibilissimo e non serve davvero altro.
Per certi versi, questa storia di vendetta con venature Horror è una sorta de Il Corvo, con colori, costumi e colonna sonora tamarra del tutto differenze, con le auto al posto della depressione Goth, infatti le sequenze di gara sono rituali di distruzione, non importa quanto siano plausibili, contano il rumore, le scintille, il fuoco che esplode come se il budget fosse stato speso tutto lì. Ogni corsa è un’eliminazione, ogni incidente una punizione spettacolare, la giustizia qui non passa per tribunali o riflessioni morali, ma per la strada, per il metallo che si accartoccia, per i Ferri che diventano bare, non volanti ma rombanti.

Rivederlo a quarant’anni dalla sua uscita, più che ritrovare un vecchio B-Movie, proveniente dall’epoca delle VHS polverose, mi fa ancora intuire perché il mio amico si era esaltato così tanto da volermelo raccontare tutto, cinema che credeva davvero che bastassero una manciata di buone idee, qualche macchina incredibile, donne bellissime e una colonna sonora pompata per costruire un mondo, sapete che vi dico? Aveva ragione, perché è roba da Bara Volante al 100%!
C’è poi un ultimo elemento che contribuisce a rendere Il replicante così irresistibile, il cast, completamente fuori scala: Nick Cassavetes interpreta Packard Walsh come se fosse il frontman di una band punk catapultato per sbaglio in un film di corse clandestine, tutto spigoli, rabbia, ghigni e posture aggressive.

Tra i gregari spicca l’apparizione del secondo miglior Clint di Hollywood, ovvero Clint Howard, basta la sua presenza a fare subito B-Movie, non importa quante battute abbia o quanto resti in scena, è uno di quei volti che sembrano nati per abitare il cinema di genere.
Randy Quaid nei panni dello sceriffo Loomis (occhiolino-occhiolino), sorprendentemente quadrato, tosto, quasi professionale, fa un certo effetto vederlo qui così composto, lui che al cinema ci ha abituato a interpretazioni sopra le righe, personaggi stralunati e, a volte, a comportamenti nella vita reale che definire eccentrici è un eufemismo. In questo film, invece, tiene la barra dritta, come se fosse l’unico adulto in una stanza piena di adolescenti armati di Ferri, se la legge è rappresentata dal più pazzo della famiglia Quaid, buona vendetta a tutti!

Il risultato è che tutti sono talmente sopra le righe che persino Charlie Sheen, attore che non ha mai brillato per moderazione né sullo schermo né fuori, qui sembra quieto come Fonzie, presenza calma, sguardo rilassato, quasi Zen, ed è anche questo contrasto a rendere “Il replicante” quello che è, capace di rendere una gag come il chiamare tutti “Fratello”, una frase d’uscita bella cazzuta, è anche se il finale è facilmente intuibile, o se te lo hanno già raccontato prima ancora di vedere il film, ci si diverte ancora un sacco con questo quarantenne rombante, non poteva mancare questo compleanno su questa Bara, che i film così li ha sempre amati, ed ora… Musica!


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