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Il ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller (1986): restituire gli attributi a Batman

«Era compito degli scrittori della mia generazione, restituire gli attributi a Batman».

Di affermazioni altisonanti e allo stesso tempo lapidarie, tipiche
del suo stile di scrittura, Frank Miller ne ha fatte molte negli anni, ad ogni
nuova intervista in cui gli chiedono qualcosa del suo capolavoro “Il ritorno
del Cavaliere Oscuro” (e state pur certi che lo fanno spesso), lui ne sforna
una nuova, con la sicurezza di chi ha le spalle coperte dall’aver sfornato una
pietra miliare. Ma di tutte le affermazioni di Miller, quella che ho riportato
lassù, è la mia preferita, non si può riassumere l’opera meglio di così.
Nel 1986 sono usciti due capolavori revisionisti del fumetto
americano, che da soli hanno rivoltato il genere come un calzino, regalandogli
credibilità per beh, quasi quindici minuti, forse meno. Se Miller ancora oggi
rilascia dichiarazioni altisonanti, è perché dopo “Il ritorno del cavaliere oscuro”,
nessuno poteva criticargli niente, anzi, gli è stato proprio concesso tutto.

Intenti satirici? Bah più o meno…

Avete presente quando periodicamente le persone si
dimenticano che Clint Eastwood è
repubblicano? Ecco “The Dark Knight Returns” ha fatto calare un’indulgenza
sulla posizione politica di Frank Miller, dettata dalla qualità dell’opera, e
da una incomprensione di fondo. La critica che fa al presidente Ronald Reagan
nella storia, non è quella di un democratico dal senso dell’umorismo pungente,
Miller e il senso dell’umorismo sono due pianeti distanti in due galassie
parallele. No, la critica di Miller è quella di uno di destra, che critica il
governo di essere troppo invasivo, di non avere la schiena abbastanza dritta e
il pugno fin troppo morbido. Ha riassunto bene Roberto Recchioni, sarebbe stato tutto più facile se questo fosse
stato capito subito dai lettori.

Un integralista, che non le manda a dire, geneticamente
sprovvisto di senso dell’umorismo, uno che il nero se lo porta dentro, e non mi
riferisco solo al noir dei romanzi di Mickey Spillane a cui si ispira. Un
personaggio controverso Miller, quasi alla John Milius che per altro è stato condotto alla cinta daziaria di Hollywood per
molto meno di quanto non ha affermato Frank Miller negli anni, eppure ci voleva
davvero uno così per restituire gli attributi a Batman.
Come lo chiamava Neil Gaiman: Frank “Colui che è magro come un chiodo” Miller, più o meno anno 1986.

Si perché gli anni ’70 fumettistici del personaggio sono
stati un buco nero anche di vendite, che in pochi alla DC Comics ricordano con
affetto. Dopo aver fatto faville, rilanciando Daredevil alla Marvel con più di
un omaggio a Will Eisner, Frank Miller era pronto a fare lo stesso con uno dei
suoi personaggi preferiti, un’icona della Distinta Concorrenza e del fumetto
mondiale come l’uomo pipistrello.

Nemmeno trentenne, Miller può fare quello che vuole con il
personaggio, tanto alla Distinta Concorrenza, erano pronti a chiudere la serie
per sempre per via delle vendite ridicole (storia vera), e Miller fa davvero
quello che vuole, il suo piano è raccontare l’ultima storia di Batman, per
farlo ambienta la vicenda in quello che sembra un futuro distopico, invece è un
ucronia dove il presidente americano è il già citato Ron Ron, l’Unione
Sovietica una minaccia nucleare e un Bruce Wayne più vicino ai sessanta che ai
cinquanta, si è ritirato da anni.

“Da qui ci sono sette posizioni di difesa. Tre disarmano con un contatto fisico limitato. Altre tre uccidono. L’ultima… fa male.” (letto dialoghi meno tosti in vita mia)

Il motivo del suo ritiro e della scomparsa dei super eroi, viene
citato solo nel terzo dei quattro capitoli che compongono “Il ritorno del
cavaliere oscuro”, una specie di atto di registrazione dei super eroi, del
tutto simile a quello citato a chiare lettere, nell’altro capolavoro del
fumetto revisionista, uscito sempre nel 1986, “Watchmen” di Alan Moore e Dave
Gibbons.

Tutti gli eroi si sono piegati alla nuova legge, Superman è
diventato il galoppino del presidente americano, che ora può tenere un Dio
Kryptoniano con mantello nel cortile della Casa Bianca, come un cane al
guinzaglio da sguinzagliare contro i suoi nemici. Nella prima scena invece, Bruce
Wayne si gode la sua non tanto serena pensione sfrecciando su un’auto da corsa
rischiando la vita, sarebbe una bella morte, dicono le didascalia che fanno da
voce narrante – mandando in pensione per sempre i vecchi “baloon” del pensiero
– una bella morte, ma non bella abbastanza.

L’idea di serena e tranquilla pensione di Bruce Wayne.

Bruce Wayne è guidato dal suo senso di giustizia, ma anche
da quel “Death Wish” che muoveva anche Paul Kersey, lo spirito del personaggio è proprio quello di un giustiziere della
notte che si muove in un mondo marcio fino al midollo, Gotham City e la società
malata, ci vengono mostrati da Miller con un’impaginazione totalmente funzionale
al racconto.

Una griglia di vignette piccole e fitte, con didascalie
lunghe e piene di testo, che danno davvero tante informazioni al lettore,
facendo sembrare l’opera più lunga del suo effettivo numero di pagine. Qui
Miller inserisce vignette dedicate ai primi piani dei cinici giornalisti
televisivi, onnipresenti, opprimenti, invasivi da morire, una satira alla
televisione che in qualche modo anticipa di un anno, l’uso che ne farà poi Paul
Verhoeven in Robocop, e non è certo
un caso se Miller e stato preso in considerazione per scrivere il secondo film del personaggio, salvo poi
finire a fare a capocciate con la produzione, per via del suo caratterino
tenero.
Nel primo capitolo, Gotham è afflitta da un caldo che non
molla, che cede finalmente ad una pioggia rinfrescante, proprio la notte in cui
Bruce Wayne torna ad indossare il costume e a portare la giustizia nelle strade,
una metafora più chiara di così Miller non poteva proprio inventarsela.

“Grazie al cielo è venuta la pioggia, è servita a ripulire un po’ le strade dalla immondizia che si era ammonticchiata” (Cit.)

Questa griglia di vignette strette, strapiene di
informazioni ti trascinano in un mondo davvero oscuro, in cui i deboli fanno
una brutta fine, come la scena della madre in metropolitana ad esempio. Una
pagina, in una sola pagina Miller ci presenta un personaggio, ci racconta tutto
il suo mondo, ci fa vedere come resiste stoicamente all’attacco di due membri
della gang noti come Mutanti – dei Punk dall’aspetto e dalla parlata minacciosa
– il tutto in dodici vignette. Poi con la tredicesima, l’ultima, ti appioppa un
calcio alla bocca dello stomaco, che quasi ad ogni lettura e rilettura di
questo capolavoro, mi costringe a mettere giù il volume per riprendere fiato
(storia vera).

Se non bastasse tutto il contesto, quella scena ci fa subito
schierare contro i Mutanti e il loro temibile capo, che nella storia
rappresentano gli Scorpio della
situazione, cattivi senza possibilità di appello, per cui di contro Batman, con
i suoi modi ruvidi da interventista, è di fatto un Dirty Harry con mantello e costume in Kevlar, destrorso quanto
volete ma anche l’unica cura possibile. Poi chiedetevi perché con cadenza
puntuale, si parla di un adattamento cinematografico di questo fumetto, con
Clint Eastwood nei panni di Bruce Wayne, non succederà mai, ma è dal 1986 che
se ne parla.

Il Batman di Miller: Nerboruto, tosto e con il ghigno beffardo.

La posizione di Miller è estrema ma chiarissima, in questo
non tanto coraggioso nuovo mondo, ci sono pochi buoni, molti cattivi da
sistemare, ma i peggiori per certi versi sono gli ignavi che non agiscono,
quelli che accettano passivamente la situazione, un po’ come i genitori di
Carrie Kelly, una tredicenne campionessa di ginnastica, che decide di diventare
il nuovo Robin, più o meno con lo stesso spirito di una Cosplayer, indossando
il costume solo perché affascinata da Batman.

Miller trasformando Robin in una ragazzina, spazza via tutti
gli anni di battute e battutacce sul rapporto tra i due personaggi, tanto
criticato dai bacchettoni (e dai censori di fumetti) facendo piazza pulita di
ogni forma di ambiguità con il piglio di beh, uno di destra. Inoltre critica i
genitori di Kelly, dai dialoghi descritti come due liberali che fumano erba
commentando le notizie alle tv, Miller li disprezza così tanto che nemmeno li
disegna, mai mostrati, come gli adulti nelle strisce dei “Peanuts”, concentrandosi
sulla loro figlia, una che agisce quindi già solo per questo, un personaggio
positivo. Persino i Mutanti, e il loro continuo cambiare bandiera, vengono sì
criticati da Frank Miller, ma comunque visti meglio rispetto a chi non fa
nulla. Dannati liberali! Oops scusate, mi sono fatto prendere dal discorso.
Nella griglia ossessiva e opprimente di vignette
piccolissime, Miller si lancia ogni tanto in una “Splash Page”, una vignetta a
tutta pagina che di solito dedica a Batman e Robin liberi di volteggiare in
cielo, conducendo idealmente anche al lettore la possibilità di librarsi sopra
una storia così oscura, prendendo un po’ di respiro.

A mani basse, una delle tavole più famose della storia del fumetto americano.

Miller come disegnatore è uno che abbonda con le chine nere,
e che ama moltissimo le vignette che occupano tutta la pagina (“Sin City”
docet), quindi qui fa una precisa scelta narrativa, e viene coadiuvato dagli
oscuri colori di sua moglie Lynn Varley, e delle chine di uno dei miei
preferiti, Klaus Janson, artista incredibile che ha reso irripetibili i disegni
di Miller, anche se tra i due, pare siano volate scintille durante la
lavorazione. Ma dai? Con Miller? Strano è un animo così gentile!

I momenti epici abbondano, potete scegliere tra i dialoghi
serrati con cui Miller fa parlare (e pensare) Batman, oppure il modo quasi
cinematografico di introdurre le scene, la famigerata scena della collana di
perle di Martha Wayne che va in pezzi nel vicolo dove è stata uccisa,
praticamente una tappa obbligata per ogni storia di Batman, qui ci viene
mostrata in un modo davvero cinematografico.

A volte si nota meglio che fumetto e cinema sono cugini.

Così come lo scontro con Harvey Dent, oppure l’ultima battaglia contro la nemesi numero uno di Batman, il Joker. Con tutto che ci troviamo di fronte
ad un Batman che ha la fibra morale e gli ideali dell’Ispettore Callaghan,
Miller lo rende integerrimo come un personaggio che ti aspetti scritto da lui,
se conoscete la scena sapete di che parlo, ma Batman non uccide, e anche qui
riesce a tener fede alla sua parola, anche se nell’ultimo scontro con Joker,
non sembrano davvero esserci alternative, la soluzione scelta da Miller è la
più potente possibile, ed è anche quella che fa cominciare l’ultimo capitolo
del fumetto, intitolato profeticamente: La caduta del Cavaliere Oscuro.

Il finale è un crescendo incredibile, la trama va di pari
passo con lo scontro tra USA e URSS per l’isola africana di Corto Maltese (nome
scelto da Miller, in omaggio a Hugo Pratt. Storia vera), ma quando si parla di
super potenze opposte in questo fumetto, la mente vola allo scontro definitivo
tra Batman e Superman.
Più che uomo d’acciaio, mascella di vetro.

Per Miller Superman è un essere di luce, elemento da cui Big
Blue trae il suo potere, ma proprio per questo è accecato, incapace di
ribellarsi, un servo che rappresenta quello che oggi definiremmo utilizzando un
termine fin troppo abusato, il “politicamente corretto”, quello che a Frank
Miller fa platealmente schifo.

Batman invece è una creatura delle tenebre, un pipistrello di
nome e di fatto, che proprio per questo, in quel buio può muoversi dritto e
sicuro, il tipo di personaggio risoluto che dice e fa quello che nessuno vuole
dire oppure fare, insomma è Frank Miller puro è semplice, non stiamo a girarci
troppo attorno.Ma lo scontro tra i due è definitivo in più di un senso,
perché risponde in maniera chiama alla domanda da fanatici di fumetti: Chi
vincerebbe se i due si scontrassero?

Miller non ha dubbi, maggiore preparazione, intelletto e
determinazione battono il potere puro di “Azzurrone”, certo Batman ha bisogno
di un piccolo aiuto da un amico, per dirla come in un pezzo famoso dei Beatles,
una vecchia conoscenza verde vestita della Distinta Concorrenza, uno che
somiglia a Batman ma è un pelo più moderato, e dai cui anche il crociato di Gotham
impara qualcosina, in un finale talmente iconico da cui tutti hanno attinto a
piene mani, per i fumetti successivi del personaggio, ma anche al cinema, citofonare
Nolan ma anche Zack Snyder per conferma.
In pellicole che Miller ha apprezzato moltissimo, e visto che ho aperto con una
sua dichiarazione concludo allo stesso modo: «Non ne voglio sapere niente di
questa merda e non ho intenzione di vedere quei film. Facessero il cazzo che
vogliono, io non ne faccio parte».

Cavallo e cavaliere nero, danno scacco matto.

Insomma, potete amare Miller, oppure odiarlo, anzi questa
seconda opzione è la più facile da percorrere visto il suo caratterino tenero,
ma resta il fatto che con una sola storia, è riuscito davvero a ottenere quello
che si era prefissato, restituire gli attributi a Batman, inaugurando la fase
adulta e il successo planetario del personaggio, se di lì a poco Tim Burton ha
potuto dirigere un film sul Cavaliere Oscuro, è solo grazie a questo fumetto,
ma questa, è un’altra storia.

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