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Il ritorno di Mary Poppins (2018): Il risveglio del Supercalifragilistichespiralidoso

Ormai dovreste saperlo che da anni ho abbracciato la
filosofia di Francis Ford Coppola, per cui andare al cinema è come votare e la
preferenza espressa al botteghino si traduce nei prossimi film che vedremo al
cinema, quindi mettiamoci l’anima in pace: il successo economico di quella cosa
inguardabile nota ai più come La bella e la bestia, ha aperto il vaso di Pandora, la Disney è pronta ad invadere il
mercato con gli adattamenti e i seguiti dei suoi classici, non si scappa.


Non credo ci sia nulla di più classico dell’originale “Mary
Poppins” (1964), film che abbiamo visto tutti e che fa parte dell’immaginario
collettivo, per un puro caso (ma questo dice anche di quanto io sia spesso
fuori dal mondo) me lo sono riguardato qualche mese fa, dopo anni ed anni che
non lo rivedevo, proprio il giorno in cui la Disney ha messo online il trailer
di questo seguito (storia vera), quindi posso dire di essere fresco fresco di
ripasso.

Le premesse non erano buonissime, perché ammetto che di queste
operazioni di revival della nostalgia, sento il bisogno come di un calcio sui
denti, senza girarci troppo attorno: l’unico motivo di interesse per il film è Emily
Blunt, perché oltre ad essere molto brava (parere oggettivo) è anche un bel
vedere (parere soggettivo), inoltre le riconosco la capacità di riuscire sempre
a recitare molto bene, anche nei film più sbagliati, forse l’unico scivolone resta
Into the woods che, guarda caso, era
diretto da Rob Marshall, regista di questo film. Bene, ma non benissimo, ecco.

Stupida sexy Emilia Canna! (quasi-cit.)

A ben guardare Into the woods è stato l’ultimo tentativo da parte della Disney di portare in
scena qualcosa di nuovo (anche se era tratto da un musical) prima di calare la
maschera e capire che la malinconia paga di più, quindi dopo “Saving Mr. Banks”
(2013) perché non puntare al bersaglio grosso e far tornare proprio Mary
Poppins? D’altra parte ci sono fior fiori di romanzi da cui pescare, come “Mary
Poppins ritorna” (1935) scritto da P. L. Travers già pronti, vedi mai che ci
scappa fuori un nuovo filone di film da sfornare a cadenza puntuale.

Ammettiamolo: per via della sua natura Mary Poppins è un
personaggio congelato nel tempo, che potrebbe tornare in azione sempre uguale a
sé stessa in eterno, per assurdo, potrebbe piombare svolazzando in casa di
qualunque famiglia dell’anno 2019 e costringere tutti a farsi assecondare con
l’impeccabile perfezione che ha sempre contraddistinto il personaggio, ma
sapete come funziona il cinema di oggi, no? Visto che siamo tutti schiavi della
malinconia, tanto vale giocare sul sicuro, d’altra parte andare al cinema è
come votare e in questa zona grigia che rende tutti degli eterni Peter Pan non
è importante che un film sia bello per fare successo e soldi, l’importante è
che faccia leva sui ricordi (ogni riferimento a fatti, persone o Bohemian Rhapsody è puramente voluto) e
nel regno degli uomini accecati dalla malinconia, l’uomo con un occhio solo
(perché l’altro è impegnato a fare strizzatine d’occhio) regna, chissà se ci
riprenderemo mai dal passaggio dell’uragano GIEI GIEI Abrams.

“Coordinate impostate su casa di Abrams ammiraglio”, “Fuoco a volontà!”.

Quando mandi a segno il più grosso incasso della storia del
cinema, facendo un remake non dichiarato
e beccandoti pure dei “Bravò!”, vuol dire che hai le spalle abbastanza larghe
da poter sopportare gli sproloqui di un pazzo come me che alle strizzatine d’occhio
di GIEI GIEI continua a preferire le profetiche parole di Francis Ford, la mia
è un’inutile crociata solitaria, ma spero che sia chiaro a tutti che Il risveglio della Forza ha creato il
precedente ed ora è il modello su cui verranno plasmati tutti i seguiti. Benvenuti
nel peggiore dei mondi (cinematografici) possibili.

In una Londra dove la crisi economica impera ed è anche
difficile non notare l’aria di Brexit che tira, Mary Poppins (Emilia Canna)
torna svolazzando ad aiutare i Banks, Jane (Emily Mortimer) e Michael (Ben
Whishaw) non sono più i bambini che si strabiliavano per le magie della “Super
Tata”, sono cresciuti, hanno dimenticato la magia, in pratica sono il Robin
Williams di “Hook” (1991), anche perché hanno problemi ben più pratici, tipo un
mutuo, dei debiti e poco tempo per trovare le vecchie carte di papà Banks che potrebbero
risolvere tutti i guai economici della famiglia, ma devono essere consegnate al
viscido direttore di banca William Weatherall Wilkins (Colin Firth) entro
venerdì sera a mezzanotte. Ma solo io quelle due volte nella vita che devo
andare in banca, devo prendermi una giornata di permesso perché quella chiude
alle 13.51 non un minuto di più? Vabbè…

“Ma io non posso permettermi una governante”, “Paga Disney”, “Venga! Buongiorno benvenuta!”.

Nella parte iniziale, questo film le prova proprio tutte per
assicurare al pubblico che nulla è cambiato, Jack il lampionaio (Lin-Manuel
Miranda) eredita il ruolo che fu di Dick Van Dyke (tenetemi l’icona aperta su
di lui che più avanti ci torniamo) di “Spazzacamino 2.0”, anche se, in realtà, Dick
Van Dyke nel primo film, faceva lo spazzacamino, il madonnaro, il
polistrumentista di strada, insomma cento lavori per guadagnare una miseria, anticipando,
di fatto, qualunque neo laureato italiano dell’anno 2019.

“Ah tutti quegli anni di studio, sono valsi davvero a qualcosa”.

David Warner è chiamato ad impersonare l’ammiraglio Boom,
ancora lì a sparare cannonate ad ogni giro di orologio come se dalla nostra
infanzia non fosse cambiato nulla e la prima parte del film ci mette un’infinità a carburare, seguendo la lezione GIEI GIEIana del remake travestito da
seguito: rifare tutte le scene uguali, cambiando la storia quel tanto che basta
e poi continuare a far interagire nuovi personaggi (il più delle volte figli
dei vecchi protagonisti) con qualche vecchia gloria, insomma si chiama “Il
ritorno di Mary Poppins”, ma il suo titolo corretto avrebbe dovuto essere “Mary
Poppins: Il risveglio del supercalifragilistichespiralidoso”… Wow! Sono riuscito
a scriverlo giusto al primo colpo! (Storia vera).

Lo schema del primo film viene seguito fedelmente: facevamo
la conoscenza di un parente di Mary Poppins, lo Zio Albert di Ed Wynn con le
sue barzellette su una gamba di legno di nome Smith e il suo svolazzare
ridanciano sul soffitto, qui tocca alla cugina Topsy, una Meryl Streep conciata
come… Vi ricordate quando Robin Hood nella versione della Disney si conciava
da zingara per fregare re Riccardo?
Ecco, uguale, solo che sfoggia un accento russo che più che la cugina di Mary
Poppins, la fa sembrare quella di Ivan Drago.

“Previsioni del futuro! Amuleti!” (cit.)

A proposito di stereotipi raziali, non aiuta nemmeno il cane
a cartoni animati Sheamus, come facilmente intuibile dal nome, un setter
Irlandese che parla come Sheamus (McFly) in Ritorno al futuro parte III, ecco
manca solo Jar Jar Binks e poi la rimpatriata sarebbe anche completa!

“Ehi ma tu non sei Sheamus Mcfly, però gli somigli, soprattutto con quel cazzo di cappello!” (Cit.)

Voi (magari) ci ridete, ma l’ombra di Episodio I qui si allunga, perché se il film inizia con una critica alle banche, nel finale
fa un’inversione ad “U” lasciando i segni di sgommata sull’asfalto, quando continuando
a seguire il modello imposto da Il risveglio della Forza, un vecchio personaggio del cast arriva a togliere le
castagne dal fuoco ai protagonisti, con una spiegazione burocratica degna delle
rotte commerciali e degli accordi della federazione dei mercanti degni di La minaccia fantasma, tutta roba molto
appassionante per i bambini, eh?

Sì, perché nel finale Dick Van Dyke (ora posso chiudere quell’icona
lasciata aperta su di lui) torna a riprendere idealmente il suo ruolo di
vecchissimo proprietario di banca canterino, in una scena che se mi concedete l’anglicismo,
è puro “Fan service” che, però, mi ha fatto riflettere su un dettaglio non da
poco: Dick Van Dyke non ha più bisogno di truccarsi per impersonare l’anziano,
è diventato semplicemente vecchio, anche se è più in gamba adesso di quando il
vecchio lo faceva per finta! Dove si firma per arrivare alla sua età come lui?
Oppure, Dick dopo aver anticipato i trentenni di uno strambo Paese a forma di
scarpa, sta cercando di mandarci un altro messaggio? Ovvero che per sperare di
poter vedere la pensione, tocca a tutti diventare molto, ma molto longevi?

Dick esulta, per aver vinto il primo match contro Padre Tempo.

Detto questo, l’entrata in scena del vecchio Van Dyke dà un
calcio al secchio del latte ad un film che da un certo punto in poi, riesce
finalmente a prendere il volo, perché l’essenza del primo “Mary Poppins” era
che la bella Julie Andrews non arrivava a salvare i bambini, ma accorreva in
soccorso proprio del Signor Banks, quello che più di tutti giovava dell’arrivo
della super tata volante. Ecco, appena “Mary Poppins Returns” si orienta verso
la direzione giusta, l’arrivo di un personaggio dal capitolo precedente a
risolvere tutto, ci fa capire che GIEI GIEI Abrams ha fatto più danni della
grandine.

Sì, perché nel film precedente, Mary Poppins utilizzava la
sua innata perfezione e parecchie canzoni, per tirare i fili giusti e lasciare
che i protagonisti arrivassero da soli alle giuste conclusioni, qui, invece,
prima che la storia richieda la stampella di un vecchio personaggio per
continuare a camminare, la nostra Super Tata deve fare davvero di tutto, anche
far tornare indietro il tempo, come faceva il Superman di Richard Donner ed ora che ci penso i due indossano
anche gli stessi colori (blu e rosso) e questo forse spiega il perché del
titolo altisonante quasi da film di supereroi: Mary Poppins Returns!

Fischiettate il tema di John Williams ed è fatta (non quello di “Lo Squalo” eh?).

A questo “Ritorno”, riconosco in pieno di non essere una
vergognosa fotocopia come già accaduto per il pessimo La bella e la bestia, nella parte centrale (quando il film riesce a
liberarsi della zavorra concentrandosi sui personaggi) riesce davvero a
ricreare l’atmosfera dei classici della Disney, prima di perdersi di nuovo nel
freddo e fin troppo studiato a tavolino schema imposto da Il risveglio della Forza, peccato che a non tenere il passo siano
le canzoni che in un film così, dovrebbero fare la parte del leone.

Purtroppo, non so dirvi se in lingua originale i pezzi “suonino”
meglio, ma posso assicurarvi che nella versione doppiata, ogni brano è un
mortorio che riesce ad appiattire anche bei momenti in cui attori e animazione
convivono, tipo la scena della ceramica che per quanto ricalcata anche lei da
una delle più celebri del film precedente, funziona molto bene. Non sono un
fanatico dei momenti canterini nei film (anzi!), ma trovo assurdo che non un
solo pezzo di questa colonna sonora mi sia rimasto in testa,
arrivato ai titoli di coda, non ero già più in grado di canticchiarvi nemmeno
una delle canzoni (storia vera) e da questo punto di vista “Il ritorno di Mary
Poppins” è una nave che fa acqua da tutte le parti.

“E questo bambini si chiama, farsi gli acidi”.

Dove, invece, il film vince, in una sfida che sembrava impossibile,
è proprio nella sua protagonista, di donne belle come Julie Andrews al
cinema ne abbiamo viste davvero poche, Emily Blunt qui, con la naturalezza di
chi non ha fatto altro nella vita, risulta impeccabile come il ruolo richiede,
si destreggia tra canto e ballo come faceva la Andrews e in quanto a bellezza
ed eleganza non è venuta qui a far ballare la scimmia, al massimo un paio di
setter irlandesi. Riuscire a risultare magnetici e un filo odiosi, come solo un
personaggio totalmente impeccabile come Mary Poppins può essere, è già
difficile di suo, non far rimpiangere nemmeno per un secondo Julie Andrews è
qualcosa per pochissime: tanto di cappello ad Emilia Canna!

Ultima cosa prima di volare via io a mia volta: Angela
Lansbury con i suoi trascorsi da signora in giallo che ovunque vada qualcuno ci
lascia le penne, nei panni della signora dei palloncini, riesce ad essere
rassicurante più o meno come Pennywise che spunta da un tombino!

“Lo vuoi un palloncino?”.
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