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Il silenzio degli innocenti (1991): gli agnelli hanno smesso di gridare?

I compleanni dei film sono un’ottima occasione per portare grandi titoli su questa Bara. Ogni anno ho l’abitudine di stilare una lista di titoli
che compiono venti, trenta, quaranta o anche più anni, con l’arrivo del 2021 la
scelta è stata molto facile, il primo titolo finito sulla lista è stato “Il
silenzio degli innocenti”. Scritto tre volte. Sottolineato (storia vera).

Se avete avuto la sfortuna di parlare di cinema con me dal
vivo di certo l’avrete notato, per tutti gli altri vi metto in guardia:
lasciato libero di spaziare, sappiate che tempo dieci minuti in qualunque modo,
anche con collegamenti improbabili, troverò il modo di infilare nel discorso un
film a caso di John Carpenter oppure “Il silenzio degli innocenti”. Ne ho quasi
fatto una malattia del film di Jonathan Demme, visto innumerevoli volte lo
considero ancora una pietra miliare e un film fondamentale della mia – parolone
– formazione, insomma questo film finisce nella lista dei Classidy. Tre volte.
Sottolineato.

Come sanno anche i muri delle celle con vetro in plexiglas,
“Il silenzio degli innocenti” è tratto dal romanzo di uno dei miei scrittori
preferiti, il riservatissimo giornalista e romanziere Thomas Harris, che quasi da
solo ha sdoganato la figura dell’assassino seriale nell’immaginario collettivo,
dico quasi, perché l’adattamento cinematografico in tal senso, ha contribuito enormemente ad
influenzare la cultura popolare. L’altra curiosità che conoscono anche le sedie
messa davanti alle celle con vetro in plexiglas, invece sta nel suo titolo, gli
“innocenti” compaiono solo nell’edizione Italiana, un modo piuttosto brillante di
girare intorno ad un vincolo, secondo le leggende urbane imposto per non urtare la sensibilità di una celebre famiglia piuttosto
influente in uno strambo Paese a forma di scarpa, che ha fondato il suo impero
costruendo automobili. Non so quanto di tutto questo sia vero, anche se essendo
di Torino credetemi è molto probabile, inoltre vorrei ricordare il cambio di
titolo di un gran brutto film, tratto da un bel fumetto come The League of Extraordinary Gentlemen,
diventato “La leggenda degli uomini straordinari” per non urtare un certo
partito politico verdastro. Insomma le dinamiche di uno strambo Paese a
forma di scarpa le conosciamo tutti, se invece siete curiosi di conoscere
qualcosa sull’adattamento Italiano dei dialoghi del film, vi rimando alle
pagine di Doppiaggi Italioti… Vola,
vola, vola, vola (cit.)

“Coraggiosa Clarice, me lo farai sapere quando avrai letto il post di Doppiaggi Italioti, vero?”

I diritti del romanzo di Harris facevano gola a molti, tra i
più interessati anche l’attore Gene Hackman, che il film avrebbe voluto dirigerlo, oltre che interpretarlo nei panni di uno tra Lecter o Crawford, pare
che Eugenio rinunciò dopo Mississippi Burning, perché non se la sentiva di calarsi subito in un altro film tanto cupo e violento, dopo
quello di Alan Parker (storia vera).

Anche Jodie Foster era interessata a mettere le mani sui diritti di sfruttamento
del libro, ma per lei il percorso per arrivare a
colloquio con il dottor Lecter è stato più tortuoso, si perché il titolare dei
diritti su qualsiasi lavoro tratto dalle pagine di Thomas Harris era il nostro Dino
De Laurentiis, che svendette tutto alla Orion Pictures deluso
dall’immeritato flop al botteghino di quella bomba di “Manhunter” (1986), ma
pronto a tornare tra i produttori dopo il successo, per i vari seguiti, su cui
preferirei non dire nulla (su uno in particolare) anche se so già che me lo
chiederete, ci vediamo nei commenti per questo.

“Apri grande a papà, apri grande… Arriva l’aeroplanino con la pappa!”

Con i diritti in mano e Ted Tally a fare un lavoro
estremamente competente di adattamento per la sceneggiatura, serviva solo un regista, per un brevissimo periodo uno dei miei film preferiti di sempre ha
rischiato di finire nelle mani di uno dei miei prediletti ovvero Paul Verhoeven, che dovette rinunciare
per via di precedenti impegni lasciando così campo libero a Jonathan Demme
(storia vera). Non so come sarebbe stato il “The Silence of the Lambs” di
Polvéron, ma Clarice Starling sarebbe stata sicuramente bionda e avrebbe
distratto Lecter accavallando le gambe… Chiedo scusa, battutaccia
irresistibile.

Anche se, mio cattivo gusto a parte, per un po’ Clarice
Starling ha rischiato di essere davvero una bionda, Jonathan Demme per il ruolo
avrebbe voluto Michelle Pfeiffer che impegnatissima rifiutò, ed è qui che il tortuoso
percorso fatto da Jodie Foster si ricongiunse con la storia (del cinema). Anche
se molto meno rossa di capelli della sua controparte cartacea, Jodie Foster
colpì il regista per la determinazione con cui affrontò il provino, sbaragliando
la concorrenza. Per il ruolo di Hannibal Lecter invece, Demme ha dovuto sudare
sette camicie (di forza).

All eyez on me her (Jodie “Tupac” Foster e il resto della sua crew)

Robert De Niro, Sean Connery, Derek Jacobi e per un attimo
anche un altro dei miei prediletti, ovvero John Lithgow, sono stati vicini al ruolo, ma fu Sir Anthony Hopkins a guadagnarsi il ruolo per cui verrà
eternamente ricordato nella storia del cinema. Demme lo scelse perché aveva
apprezzato il suo (buon) dottore di “The Elephant Man” (1980) e a proposito di
animali non proprio rassicuranti, pare che quando si vide recapitare a casa il
copione, Hopkins pensò che questo “Il silenzio degli agnelli” fosse un racconto
per bambini (storia vera).

“Come fa il coniglio bambini?”

“Il silenzio degli innocenti” di Thomas Harris è una storia
tanto valida, che sicuramente nelle mani giuste sarebbe stato in ogni caso un
buon film, ma è stata la sacra trilogia composta da Demme, Foster e Hopkins a
trasformarlo in una pietra miliare. Questo film è stato il secondo grande film
nel giro di pochissimi anni, a portare il genere horror (seppur sotto il nome
di copertura di “thriller”) alla notte degli Oscar. Misery non deve morire detiene questo primato, ma grazie alla
scelta oculata da parte della Orion di spostare la data di uscita (per non
ritrovarsi a sfidare il colosso Balla coi Lupi), il capolavoro di Demme è riuscito a diventare uno dei tre film a
portarti a casa tutti i cinque premi Oscar principali (miglior film, miglior
regista, miglior attore, miglior attrice, migliore sceneggiatura non
originale), entrando a far parte di un ristrettissimo club composto da “Accadde
una notte” (1934) e Qualcuno volò sul nido del cuculo, il tutto senza tradire mai la sua natura di film
dell’orrore, perché di questo si tratta, inutile girarci attorno.

Non credo troppo ai premi cinematografici, ma a questi tre avrei dato anche un Nobel (così, per non sbagliare)

Fino al 1991, i grandi serial killer cinematografici erano
bassi, tozzi e sudaticci come Peter Lorre in M – Il mostro di Düsseldorf o al massimo ragazzi della porta accanto
di bell’aspetto come Anthony Perkins, ma rovinati nella mente da una madre
oppressivo, come accadeva in Psycho.
Il dottor Hannibal Lecter invece è un cattivo di un’altra stirpe, uno che vive
serenamente la sua condizione di malvagio e porta avanti una dieta a base di
fegato umano, fave e Chianti perfettamente bilanciata. Un cattivo quasi
affascinante, con una sua etica e per certi versi anche una sua (distorta)
morale, amante della musica, del vino, dell’arte e non insensibile alla
bellezza, nemmeno quella femminile. D’altra parte il diavolo era l’angelo più
bello del paradiso e non è un caso se anche nelle altre incarnazioni del
personaggio, il fascino sia sempre stata una caratteristica di Annibale il
cannibale, a mani basse uno dei cattivi più incredibili di tutta la settima
arte.

Jonathan Demme ha saputo rendere “Il silenzio degli
innocenti” un film sensoriale, come nel classico “L’occhio che uccide” (1960)
di Michael Powell, l’importanza dello sguardo è fondamentale nella storia e
nella narrazione. Demme dà un senso di circolarità ad un film che inizia con
l’entrata in scena in salita della protagonista Clarice Starling, impegnata ad
allenarsi fuori dai boschi di Quantico, e come dico sempre i primi cinque
minuti di un film ne determinano tutto l’andamento, quelli di “The silence of
the lambs” sono da manuale.

Diamoci da fare, questo post sarà tutto in salita… 

Clarice, promettente recluta con qualche problema con le
irruzioni armate (come Jamie Lee Curtis in Blue Steel) viene chiamata
nell’ufficio del dirigente dell’FBI Jack Crawford (Scott Glenn), Jonathan Demme
la segue con la sua macchina da presa, senza sprecare parole già ci racconta
qualcosa del personaggio. Con una scelta visiva efficacissima, vediamo la
piccola Jodie Foster (non propriamente Kareem Abdul-Jabbar per altezza) entrare
in ascensore con agenti maschi del Bureau, tutti con la stessa felpa rossa, pronti a
squadrala dall’alto verso il basso. 

“Lo sapevo che avrei fatto meglio ad usare le scale, gli ascensori in questo film sono scalognati”

Sarà la condizione in cui, per un motivo o per
l’altro, Clarice Starling passerà tutto il film, esaminata da uomini per il suo
aspetto, donna tosta in un mondo dominato da esempi maschili non proprio
invidiabili. Questa inquadratura dall’alto verso il basso tornerà anche quando
Clarice verrà lasciata sola da Crawford con gli sceriffi, al ritrovamento del
cadavere di una delle vittime di Buffalo Bill.

“Ok ragà ora state esagerando, così si capisce che non vedete una donna dal 1987”

Ad inizio film invece è da sola nell’ufficio di Crawford, dove sulle pareti si ritroverà a leggere i ritagli di giornale appesi: «Bill scuoia la quinta». No
Clarice, non sei più nel Kansas, stai per scendere nella tana del bianconiglio
(cannibale).

“Avrei preferito la Regina di cuori, lei si limitava a decapitarli”

Quando le parlano dell’uomo con cui dovrò trattare per
ottenere informazioni necessarie alla cattura di Buffalo Bill, Clarice chiede
«Che cos’è?», Jonathan Demme stacca e la risposta («É un mostro») la sentiamo dalla voce del
viscido Frederick Chilton (Anthony Heald), un altro che prima fa il cascamorto
con la nostra protagonista, poi cerca di spaventarla, con la foto – che noi spettatori non vediamo, ma ci viene raccontata – dell’infermiera a cui Lecter ha
divorato volto e lingua senza che il suo polso superasse mai gli 85 battiti,
perché è sempre lo sguardo, concesso o negato a generare la paura in “Il
silenzio degli innocenti”.

“Esci ‘na foto d’mostro, cacciala!” (cit.)

Jonathan Demme, cresciuto alla scuola di Roger Corman (che
qui compare in un breve cameo nei panni di uno dei dirigenti dell’FBI, storia
vera) il cinema di genere lo conosce bene, “Il silenzio degli innocenti” sarà
anche andato in onda la prima volta in chiaro sui nostri canali, in prima
serata sul rassicurante Canale 5 spacciato per un thriller, ma è un horror a tutti gli
effetti, in cui un protagonista tosta, una di quelle di cui il cinema
contemporaneo è bramoso ma apparentemente incapace di crearne senza inciampare
negli stereotipi, deve utilizzare la sua determinazione, la sua forza e tutto
il suo coraggio per scendere, a volte anche fisicamente, nell’inconscio di
mostri dalla forma maschile.

Per raggiungere la cella di Lecter, Clarice deve camminare
davanti ad una parata di mostri in gabbia, con tanto di disgustose attività
onanistiche (scena che Demme a mio modesto avviso ha ripreso da From Beyond di Stuart Gordon, proprio
perché il cinema di genere Demme lo conosceva bene) che di fatto rendono la
camminata una discesa all’inferno, con l’obbiettivo di incontrare il diavolo in persona,
raffinato nei modi quando vuole, ed interpretato da Sir Anthony Hopkins senza
mai battere le ciglia, per rendere ancora più alieno e sinistro il suo
magnetico sguardo.

Il diavolo, tenuto in una teca di vetro.

Il suo Hannibal Lecter sa essere osceno, ma sempre per
provocare una reazione, ha la freddezza di un entomologo che guarda gli umani
come se fossero insetti posizionati su un vetrino da microscopio, per questo
Jonathan Demme sceglie di inquadrarlo molto spesso in primo, se non in
primissimo piano, come se lo sguardo di Hopkins stesse scavando dentro agli
spettatori, proprio come fa con la povera Clarice, che all’inizio non è mai
perfettamente centrata rispetto alle inquadrature e ai primi piani inflessibili di Demme, ma nel
corso della storia lo diventerà sempre di più, fateci caso, più il suo livello
di coinvolgimento con l’indagine (e con Lecter) aumenta, più Jodie Foster viene
inquadrata sempre più da vicino in primissimo piano, e lo sarà fino alla fine
del film, anche quando cieca nel buio, affronterà Buffalo Bill armato di visore
notturno, in grado di muoversi agilmente nello scantinato di casa, oscuro e
mostruoso quanto la mente dell’assassino.

“… Azzo guardi?”

Si potrebbe analizzare ogni sequenza di questo straordinario
film, sottolineando il modo in cui tutti gli uomini del film, non facciano
altro che fare apprezzamenti su Jodie Foster, che qui recita per la storia del
cinema e che personalmente, ho sempre trovato anche molto bella, mi sia
concesso un parere extra cinematografico. Un personaggio con un irrisolto
paterno che levati, ma levati proprio, che nella mani di un manipolatore come
Lecter potrebbe finire spezzata, invece tira fuori una spina dorsale di
titanio, diventando il personaggio a cui anche noi spettatori finiamo per
aggrapparci in questa discesa all’inferno.

“Un posto davvero brutto questa Bara Volante, non è vero Precious tu che dici?”

La lunga tirata sulla “campagnola ripulita” che sogna di
arrivare all’EFF BIII AIIII (posso recitarvelo quasi tutto questo film, non
sfidatemi, faccio paura quasi quanto Lecter dietro ad un vetro) è stata improvvisata
da Hopkins leggerissimamente calato nel personaggio, molti suoi suggerimenti
hanno reso Lecter uno dei cattivi più memorabili della storia del cinema, ad
esempio la scelta di vestire completamente di bianco, per far risaltare
maggiormente il sangue e perché beh, Hopkins ha il terrore del dentista con il
suo camice dello stesso colore (storia vera). Anche se dubito che mai qualcuno
avrà più avuto il coraggio di visitargli i denti dopo questo film.

Le piccole modifiche rispetto al libro sono del tutto
funzionali alla trama, anche i giochi di parole sono stati modificati in
maniera efficace nella sceneggiatura, il solfito di ferro sostituisce il “Billy
Rubina” del romanzo, ma la cura dei dettagli del film è incredibile e tutta
orientata nel provocare un senso di malessere nello spettatore, ok qui Lecter
non ha sei dita per mano, ma il resto funziona alla grande, come il lepidottero
testa di morto, un elemento da film dell’orrore, che sulla locandina del film
è rappresentato con i corpi di sette donne (strizzando l’occhio alle vittime di
Buffalo Bill), ispirate ad un’opera di Salvador Dalì.

Dalí. Ma dove? Dalí ti ho detto, ma sei cieco?

Si perché la parola che mi viene in mente più spesso
guardando e riguardando “Il silenzio degli innocenti” è proprio malsano, lo dico spesso che un horror più che fare paura (sentimento da sempre
soggettivo) deve essere malsano, lasciandoti addosso quella voglia di correre a
farti una doccia per toglierti quella sensazione di sporco da dosso. “Il
silenzio degli Innocenti” è tutto così, malsano nel fh-fh-fh improvvisato da Hopkins dopo la sua celebre frase sul
fegato con fave e Chianti. Malsano negli intenti del personaggio interpretato
magnificamente da Ted Levine, che nessuno ha mai accusato di transfobia perché
semplicemente fa troppa paura, ed è un maniaco senza possibilità di recupero, persino
le parodie non hanno fatto che rafforzare la potenza del suo personaggio, il
suo balletto è stato replicato in “Clerks 2” (2006) in modo esilarante, ma
questo non cambia il fatto che ogni volta che ascolto “Goodbye Horses”, mi sento
come se fossi sull’ascensore per l’inferno (in discesa).

Ci tengo a dire che buona parte di questo post è stato scritto con questa canzone in cuffia (ma non i pantaloni addosso, storia vera)

A proposito di ascensori poi, “Il silenzio degli innocenti”
eccelle anche in questa categoria statistica, il cinema ha contribuito spesso a
rendere l’ascensore un posto poco confortevole, grazie a molte scene
memorabili, ma questo film girato tutto in spazi angusti (anche della mente
umana), non poteva non utilizzare un ascensore per una delle sue scene madri,
perché di questo si tratta, la fuga di Lecter è una sequenza tiratissima, girata
e montata da Demme come si fa in paradiso. Se riuscite a non farvi distrarre
dalla tensione, sappiate che uno degli agenti della S.W.A.T. è interpretato dal
cantante Chris Isaak, perché Demme, grande appassionato di musica, non ha mai
rinunciato ad essa in nessuno dei suoi film.

“Chiunque esca da quell’ascensore, tu cantagli una canzone. Senza pietà”

Per qualunque altro film, quella sarebbe il climax, il gran finale, “Il silenzio degli innocenti” invece è talmente grande, da
potersi permettere una scena ancora più ansiogena dopo quella fuga, un’evasione
che sottolinea la natura di mostro da film Horror di Hannibal Lecter, non mi
riferisco tanto al trucco in stile Facciadicuoio
oppure a Charles Napier sbudellato (forse al grido di «Voi non siete i good old
boys!»), ma quanto ai piccoli tocchi di cinismo.

“Ma tu non sei uno dei Good Old Boys!?”

“Come? Non ti sembro un bravo ragazzo?”

Dopo l’incredibile duello verbale, quasi l’apice della lunga
seduta di psicoterapia tra Hannibal e Clarice, quella dove ci viene spiegato il
motivo del titolo e l’origine delle motivazioni della volenterosa agente
dell’FBI, sul tavolo vicino ai disegni di Lecter si intravede una rivista
intitolata, in un trionfo di umorismo nero, “Bon Appétit”.

Ma se aguzzate la
vista, uno degli agenti che trascina via Clarire da quell’unico contatto (uno
sfiorarsi di dita) con il mostro dietro le sbarre, è un vero esperto di
divoratori di uomini come George “Amore” Romero.

Questo film aveva bisogno di un po’ di (George) amore.

Ogni elemento di questo horror sotto mentite spoglie è
curatissimo e diventato iconico nei trent’anni dalla sua uscita, anche le
musiche perfette di Howard Shore o la fotografia rugginosa di Tak Fujimoto ci
trascinano con Clarisse giù nella tana del bianconiglio che ha il volto
spaventoso di Sir Anthony Hopkins. 

Come avrete intuito, il film mi piaciucchia abbastanza e
potrei raccontarvelo scena per scena, l’irruzione nella casa di Buffalo Bill è
una lezione di montaggio utilizzato per tenere alta la tensione da parte di
Demme, quando come spettatori arriviamo alla stessa conclusione di Jack
Crawford, ovvero che la protagonista è da sola nella casa nel mostro, tutto il
peso del gran finale finisce sulle spalle di Jodie Foster, che risponde
magnificamente. Mi fa impazzire il modo in cui ogni volta Clarice Starling
pistola alla mano, urla: «Catherine Martin… FBI, lei è salva», anche quando
non è (ancora) vero, una recluta che applica la procedura appena imparata dal
manuale parola per parola, perché deve farlo, perché deve rassicurare l’ostaggio
terrorizzato, quando è lei la prima ad essere terrorizzata, ma malgrado tutto
affronta il mostro usando tutto quello che ha imparato nel corso della storia, oltre
ad una buona dose di coraggio. Non li fanno più i personaggi così!

La sacra trilogia: Ellen Ripley, Sarah Connor, Clarice
Starling.

Come dicevo lassù il film di
Jonathan Demme iniziato con una salita, termina con una discesa, quella di
Lecter, un male evocato per fermarne un altro ora libero di aggirarsi per il
mondo, la cura che risulta peggiore della malattia. Se guardate bene
nell’ultima discesa verso l’orizzonte di Lecter – il personaggio che resta sullo schermo meno di
25 minuti ma ha saputo fare la storia del cinema lo stesso – potrete notare un
uomo con cappello blu interpretato dallo stesso Demme in un cameo Hitchockiano
(Storia vera).

La discesa finale, vedo lo striscione del traguardo di questo post.

“Il silenzio degli innocenti” da trent’anni è un capolavoro
perché ha saputo creare uno dei migliori personaggi femminili mai visti al
cinema, raccontato in maniera diretta, il più delle volte utilizzando le immagini, ma allo
stesso tempo ha creato in media res uno dei più grandi malvagi della settima
arte, uno di quelli che non ha bisogno di una vera origine per perseguitare gli
incubi degli spettatori. Nello stesso film Clarice e Hannibal sono lo Yin e Yang,
Eros e Thanatos, perché noi cerchiamo con lo sguardo quello che desideriamo e
Jonathan Demme ha ribadito l’importanza dello sguardo e di tutti gli altri
sensi in grado di salvarti la vita (come il “click” della pistola che salva Clarice), in
un’opera che è una pietra miliare, credo che non mi stancherò mai di vederlo e
rivederlo, perché per quanto malsano e contorto, “Il silenzio degli innocenti”
resta una grande lezione di cinema, oltre che un compendio sull’orrore della
natura umana. Ma ora di vedo lasciare, vorrei che potessimo parlare più a
lungo, ma sto per avere un vecchio amico per cena stasera.

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