
Pensavamo sarebbe stato eternamente tra noi, ma visto che la morte tardava, Chuck Norris è andata a sollecitarla con un calcio volante a girare, per questo, considerate il post di oggi, non solo la festa per i primi quarant’anni di un classico dei palinsesti della mia infanzia, ma anche un omaggio ad un mito, che ha deciso che era giunto il momento di volare lassù, per chiedere la rivincita al Maestro Bruce Lee.
Nel 1986 Chuck Norris era ormai una presenza consolidata nel cinema d’azione. La Cannon Pictures, guidata da Menahem Golan e Yoram Globus, aveva individuato nel suo volto, nella sua fisicità e nella sua barba un marchio di fabbrica in grado di garantire attenzione e incassi. Norris aveva un contratto pluriennale con la casa di produzione, che prevedeva la realizzazione di più film costruiti intorno alla sua immagine di eroe granitico. Ogni progetto Cannon era pensato per massimizzare questo marchio, sfruttando la fama dell’attore senza tentare deviazioni dal modello consolidato: il primo titolo scelto fu il mio Chuck Norris del cuore, Delta Force.
Ora, se siete della mia leva, le parole “Il tempio di fuoco” (come hanno deciso di rendere in italiano l’originale “Firewalker”, non Texas ma Indiana Jones Ranger) vi ricorderanno due cose, questo film che passava continuamente su Italia 1, nel tentativo di racimolare qualche soldino dai passaggi televisivi, è un gioco da tavolo famoso, dal titolo molto simile, che veniva pubblicizzato a bomba sui canali del biscione.
“Il tempio di fuoco” prova a prendere una strada diversa rispetto agli altri titoli Cannon dell’epoca, Invece di guerre, vendette personali o missioni militari, la narrazione si concentra su una caccia al tesoro tra mappe, giungle e antiche reliquie, con un tono che vorrebbe essere leggero e avventuroso. Inserirlo in un contesto da Indiana Jones dimostra la volontà della produzione di correre dietro al filone dei soldi scoperto da Spielberg, infatti la regia venne affidata a J. Lee Thompson, solidissimo professionista che in passato aveva firmato l’originale Il promontorio della paura o “I cannoni da Navarone” (1961), un paio di film del Pianeta delle Scimmie per poi dedicarsi anima e cuore alle tamarrate (prodotte proprio dalla Cannon) con Charles Bronson qui invece? Palesemente un pesce fuor d’acqua alle prese con il tono comico e avventuroso del film.

Max Donigan, il personaggio di Norris, non è mai pensato per sorprendere, rimane lo stesso eroe granitico, trasferito in un contesto che richiederebbe elasticità e leggerezza. La dinamica con Louis Gossett Jr., potenzialmente un elemento di complementarità, non funziona davvero: le scene tra i due non trovano intesa, e le battute comiche restano suonano meglio grazie al doppiaggio italiano. Ci va bene che Louis Gossett Jr. e Chuck Norris sono due miti, quindi è fighissimi vederli interagire insieme, in questo “Buddy Movie” con poche scene d’azione – nel senso classico e alla Norris del termine – ma riuscite.
La produzione stessa mostra i limiti tipici della Cannon, budget ridotto rispetto ad altri titoli, tempi stretti di realizzazione e sceneggiatura costruita a tavolino con tutti gli elementi “vincenti” del cinema d’avventura, ma senza una vera capacità di amalgamarli. Il film infatti inizia con una fuga nel deserto della coppia di avventurieri Max Donigan (Don Chuck Castoro, qui più Don che mai, un attimo e ci arriviamo) e Leo Porter (Louis Gossett Jr.), abbandonati nel deserto trovano il modo di salvarsi sbertucciando il loro avversario («… Si ma tu resti pelato.»)

Patricia Goodwin, la bionda Melody Anderson, ha messo le mani, non si sa come perché la trama si guarda bene dal raccontarcelo, su una mappa che prevede “Ciclopi giganti”, il tempo di fuoco del titolo e altre trovate colorite, per raggiungere le ricchezze, si infila nel bar più malfamato del pianeta e trova gli unici due “Hal Solo” della situazione, che invece di rapinarla, ucciderla e rubarle la mappa (non per forza in quest’ordine), in quanto adorabili canaglie la aiutano. Segue corteggiamento tra biondi, con il nero ridotto a poco più che spalle comica, insomma l’applicazione della formula “Allan Quatermain e le miniere di re Salomone” (1985), che se la memoria non mi inganna, vado a controllare, era diretto da… Ah ecco! J. Lee Thompson e prodotto, pensate un po’, dalla Cannon, tutto come da programma no?

Il riscontro al botteghino conferma le difficoltà, nonostante il protagonista di richiamo e la struttura tipica del cinema Cannon, “Il tempio di fuoco” non incassò come previsto. Troppo grosso lo scarto di tono rispetto agli altri film di Chuck Norris, e prima picconata sulla facciata della casa di produzione dei cugini Menahem Golan e Yoram Globus, che sarebbe purtroppo per noi finita zampe all’aria a causa di una bancarotta iniziata con questo tipo di insuccessi al botteghino, ragione per cui, come dicevo, “Il tempio di fuoco” era fisso nei palinsesti di Italia 1.
Uno degli elementi più curiosi della produzione è il cast di supporto, che cerca di conferire maggiore spessore alla vicenda, Melody Anderson, nota per il ruolo di Dale Arden in Flash Gordon (1980), porta il minimo sindacale di bionda di bell’aspetto, mentre John Rhys-Davies, già visto nei panni di spalla dell’eroe nei film di Indiana Jones, fa quello, ricordarci che il modello sarebbe proprio il filone rilanciato da Spielberg.
Menzione speciale per il “Ciclope”, ovvero Sonny Landham, che si preparava a partire per ValVerde e la giungla di Predator, quindi una presenza d’azione in un film in cui Horris si esibisce solo nell’immancabile rissa da bar, solo che lo fa alla grande.

La scena di suo è un classico, solo che Norris era al massimo della sua chucknorristudine, quindi il pugno in faccia dato in favore di macchina da presa è diventato mitico, così come il suo calcio volante, una tecnica marziale ripresa quasi in primo piano, che avremmo ritrovato in altri film di menare, ma che è stata sfoggiata su schermo la prima volta dal nostro Chuck, poco lo so, ma per anni nei passaggi tv, ce lo siamo fatto bastare.
Le scene ambientate nella giungla e le rovine esotiche sono l’unico elemento che riesce a suggerire un senso di avventura, anche se spesso sottoutilizzato. La ricerca del tesoro e i momenti di interazione con la spalla comica restano episodici e poco incisivi, ma mostrano una volontà di diversificazione che, seppur mal gestita, segnala una produzione disposta a sperimentare, almeno in parte.
Anche perché l’unica altra scena memorabile del film consiste nel nostro trio, travestiti da donne e uomini di chiesa, quindi se fa strano vedere sorella Melody Anderson, fa ancora più strano – ma nemmeno troppo – vedere Don Chuck… la canzone parte in automatico!

Il film mette in evidenza un punto fondamentale della carriera di Norris: funziona benissimo quando resta nel suo territorio naturale, ma ogni spostamento richiede attenzione e misura, quando la produzione prova a inserirlo in un contesto leggero o più complesso, il meccanismo rischia di rompersi, “Il tempio di fuoco” mostra esattamente questo, il fatto che Norris fosse uno di quei corpi annessa a monolitica faccia e monumentale barba, che funzionava così, per la sua presenza sempre identica, il più inamovibile degli “hard bodies” del cinema d’azione americano degli anni ’80.
Rivisto oggi, il film resta interessante non per la qualità o l’azione, ma per ciò che rivela, l’equilibrio delicato tra produzione industriale e mito personale, quello del nostro barbuto eroe, immutabile e riconoscibile, perché sempre identico, e così sarà in eterno, perché Chuck Norris non è morto, è andato in cielo a spiegare agli angeli come essere davvero iconici. A calci se necessario.


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