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Il Traditore (2019): “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, sui giornali, o al cinema. Però parlatene”

Torna Quinto Moro il collaboratore di giustizia di fiducia della Bara Volante, vi lascio alla sua confessione mentre vi auguro buona lettura!

Non sono arrivati ancora i testimoni né i giudici. In effetti mi sento un po’ un intruso, guardo così pochi film italiani che trovarmi a parlarne bene mi fa sentire un po’ come un pentito. E mi fa venire un po’ di cadenza, di parlata popolare, ché cianciare di morti ammazzati, boss e pentiti, diventiamo tutti un po’ più sporchi, a cominciare dalla lingua. Perciò pigliatevi ‘sto commento parlato alla come viene.

“Ssssh! Parla piano, che i mafiosi ci sentono”
Lo confesso Signor Giudice, mi richiede sforzo guardare i film italiani. Non è razzismo, né pregiudizio. Anzi, ritratto Signor Giudice, un po’ di pregiudizio sì che c’è, ma non è colpa mia se m’hanno educato quelle commedie pecorecce degli anni ’80 e ’90 a guardare il cinema nostrano con sospetto. Io su quelle mi sono formato un (dis)gusto, ero ignorante e ignorante sono restato finché sono cresciuto, scoprendo i piezz’e novanta: i Leone, i Fellini, i Corbucci e le leve nuove dei Tornatore e dei Salvatores da grande. Che se poi questi dei gran nomi da boss, Signò, un motivo ci dev’esse. Io comunque testimonio e giuro che “Il traditore” di Marco Bellocchio mi è piaciuto perché è fatto, come diciamo al paese mio, “come si spetta”.
Pronti via, c’è questo contatore che corre, ma quanto corre ‘sto contatore! Veloce come i morti ammazzati nella “seconda guerra di mafia” degli anni ’80. E non si chiama guerra per scherzo, con 600 morti tra l’81 e l’83. È quella guerra che non t’insegnano a scuola, non ne parlano né i professori né i politici né i giornalisti alla tivù. Stiamo qua tutti gli anni a dire l’anniversario dell’11 settembre, l’anniversario delle stragi di Londra e Parigi perché c’erano i maniaci religiosi stranieri, ma gli anniversari dei massacri di casa nostra, quelli ce li scordiamo. ‘So cose nostre, malavita, che vuol dire vita messa male Signò, e ci siamo abituati un po’ tutti, e quello cui siamo abituati, notizia non ne fa.
“Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità… finché mi conviene…”
Ma mi sto dilungando troppo, Lei vuol sapere innanzitutto com’è che mi trovavo sul luogo del fatto. Sì, io ci vado a vedere i film italiani, quando penso che le storie m’interessano. Non è solo per la mafia, che l’Italia non è tutta mafia e stiamo pure d’accordo. Ma tra dire che non è tutta mafia e che di mafia non ce n’è, è un altro paio di maniche. Perché pare che siccome st’Italia non è tutta mafia si fa peccato a parlarne per quella mafia che c’è. E comunque, non è colpa mia se i film di mafia sono quelli che ci vengono più bene, o quelli di cronaca, di storia vera ‘nsomma. Ché le commedie non fanno ridere, e i drammi ‘so sempre chiagnoni.
Marco Bellocchio a quasi 80 anni il bell’occhio sulla scena ce l’ha ora più che mai, senza mezza cataratta, ché tutte le inquadrature stanno al posto giusto e il film ha un ritmo invidiabile, con momenti intensi e picchi di tensione. La fotografia è come quella d’un documentario che sembra ti stai guardando la scena come se succede adesso, coi volti tutti segnati dalle rughe del dramma e dello sfinimento di ‘sta vite’mmierd, e quell’ombre tutte accigliate dei figli e’mignotta che ammazzano a destra e a manca.

Ai tempi di “cosa loro” c’erano scudi più potenti di quello di Capitan America.

Quello di Buscetta è stato un nome macchiato d’infamia per trent’anni, ma se chiedi oggi a un ventenne forse non l’ha mai sentito, e chissà che non è questo il successo vero della mafia, di seppellire non solo i morti suoi e nostri, ma pure la memoria dei pentiti, lasciando gloria e mito ai boss sanguinari. Restano a galla un po’ Falcone e un po’ Borsellino, ma chissà per quanto ancora, int’a sta Gomorra d’incazzati cronici, che coi mafiosi non s’incazza mai davvero mentre sputa sui magistrati che siccome non li ha eletti nessuno, come si permettono a fare il loro lavoro?

“Signor Giudice, deve decidere chi deve morire prima, se io o Lei”, “Buscetta, la penna è più potente del tritolo”

Nei primi dieci minuti del film c’è tutta la mattanza degli anni ’80, l’ascesa sanguinaria dei corleonesi e della “belva” Riina. E c’è Don Masino Buscetta che tra festeggiamenti e strette di mano se ne scappa in Sudamerica, perché Palermo gli diventa troppo stretta, salvo poi tornare perché gli scannano mezza famiglia.


Oh, poi ‘sto film ci fa pure mancare qualcosa: c’è poco Falcone e zero Borsellino, e si ferma alla superficie della risonanza mediatica di testimonianze e processi. Ma ci sta, questo film è tutto per Don Masino, è “la sua verità”, filtrata dal suo punto di vista. La “cosa bella” – in tutta ‘sta sozzura di “cosa nostra” – è portarci dentro alle angosce di Buscetta, con uno sguardo intimo fin dentro i suoi incubi: lo spettro dei figli morti ammazzati, tutti i parenti e i picciotti, amici veri e falsi che lo perseguitano. Sono gli attacchi di panico e questa angosce a scandire gli anni da collaboratore di giustizia (pentito mai), mentre attraverso lui assistiamo alla distruzione della mafia mitizzata: quella che il pentito venerava e difendeva viene smantellata pezzo per pezzo non solo dalle sue testimonianze, ma anche dalla scoperta di tradimenti e omicidi che vengono a galla col moltiplicarsi dei pentiti.

“Sorridi, sei su Screzi a parte”

Lo spazio concesso a Falcone è poco ma importante, perché se pure Fausto Russo Alesi a Falcone non ci somiglia come Ennio Fantastichini o Michele Placido, il carisma del Giudice lo incarna tutto quando s’incazza e sbugiarda il mito della “mafia buona”. Vedere l’auto di Falcone che vola e si schianta è un colpo al cuore, mentre gli sputi dei mafiosi alla tv con le immagini della strage è come stare a prendersi quegli sputi in faccia uno ad uno.

Le scene tra Falcone e Buscetta sono poche, e forse non ci raccontano abbastanza quel rapporto complesso che nacque nell’Istruttoria del Maxi Processo, ma questo è il film sul pentito e non sul Giudice. Anche se fa strano che il superpentito abbia avuto la distribuzione al cinema e la passerella a Cannes, mentre ai Giudici morti ammazzati restano le miniserie tv nazionalpopolari, che pure fanno cultura, ma che forse non hanno lo stesso peso d’un film nell’economia del tempo che passa.

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola” (cit. Giovanni Falcone)

Pierfranceso Favino ha reso alla grande tanto l’uomo quanto il “personaggio” Buscetta, l’atteggiamento in bilico tra fierezza e strafottenza, e il peso delle sconfitte che porta. Ha lavorato bene sull’accento e non sembra mai una caricatura di siciliano, replicando la parlata del vero Buscetta. Il ruolo gli calza a pennello con quella faccia tirata e stanca da sciupafemmine in disgrazia. La scelta discutibile è mantenere la linea di autoassoluzione di Buscetta, il film non lo assolve e non lo condanna, anche se il colpo di coda del finale è un tocco di classe. In generale il film non osa, anzi, glissa veloce come sul Processo Andreotti, ma così rispecchia anche la realtà storica dell’impatto mediatico che i processi con Buscetta testimone ebbero all’epoca (almeno a mia memoria). Perché da star del Maxi Processo, dopo i Giudici fatti saltare in aria e senza che gli si desse più tanta corda, le sue testimonianze sono diventate sempre meno rilevanti, la sua figura sempre più indistinta.

“Pri-ci-so!” (cit.)

Il film segue il “mito” di Buscetta, come lui stesso ammette nel racconto, attraverso le epoche della sua vita con un uso dei flashback non sempre brillante e a volte gratuito (giusto per fare folklore, come quando ce lo mostra amatore carcerario). Eppure la storia appassiona, come sanno sempre fare le storie di mafia, con le loro faide, lotte intestine e drammi famigliari, i lutti e i tradimenti. Ottima la ricostruzione del maxi processo con le decine di detenuti nelle gabbie che trasformano il tutto in un circo fatto di follie, scherni e insulti. E Buscetta che si misura coi suoi avversari ex compari è l’elemento più interessante della sua parabola: un uomo di mafia, a cui la mafia stessa ha tolto tanto, quasi tutto, e che tramite la legge riguadagna un nuovo tipo di dignità ed una diversa forma di vendetta (anche se lui, non la riteneva tale).

“Quinto Moro? Non lo conosco, però troppo parla, è ora di far scendere quella bara volante a terra. Sotto terra.”

“Il traditore” non ci racconta tutto del “boss dei due mondi” come Buscetta era chiamato, anzi decide proprio di non mostrare il suo lato criminale seguendo l’ostinato visione “romantica” della mafia contrapposta alla brutalità dei corleonesi di Riina.

Le scene del processo sono state ricostruite con precisione documentaristica, e sono il vero climax della pellicola, con apici di tensione e incredibili verosimiglianze (la voce del giudice che interroga è praticamente identica a quella dei filmati storici!).

Favino a parte, è tutto il cast a dare ottima prova di sé, in particolare Fabrizio Ferracane che incarna alla perfezione l’aura sinistra di Pippo Calò, e Luigi Lo Cascio un po’ sopra le righe ma sempre efficace.

È uno di quei film da vedere per coscienza storica e consapevolezza del nostro non-così-bel-paese. Come diceva Borsellino di mafia se ne dovrebbe parlare, perché “se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”. Ma se per negare il consenso devi conoscere e ricordare, per darlo è sufficiente tacere e ignorare.

P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito il film!
Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.

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