
Guardo un sacco di roba e da buon ossessivo-compulsivo mi dispiace lasciare qualcosa indietro, per fortuna alle mie manie ci pensa il Triello: tre film, in teoria uno buono, uno brutto e l’altro discreto, in pratica, come al solito, ho pasticciato con le categorie per presentarvi tre titoli freschi freschi, iniziamo!
Mother Mary (2026) – IL BUONO BOH!
David Lowery, anche se tende verso l’hipsterismo violento mi è sempre sembrato uno con un’idea di cinema, anche lui alterna titoli alimentari a robe più ricercate, a volte sforna il solido “Old Man & the Gun” (2018) a volte una porcheria come “Peter Pan & Wendy” (2023), nel mezzo una serie di titoli vicino all’Horror che dovrò decidermi a riportare sulla Bara, sono ancora chiusi nelle scatole del trasloco da una piattaforma all’altra, ecco, la sua ultima fatica, “Mother Mary”, non mi fa venire voglia di mettere mano a quelle scatole.
Mother Mary (Anne Hathaway) è la più grande Popstar del mondo, immaginate un incrocio tra Madonna (da cui tutte le star di questa musica discendono), l’estetica sopra le righe di Lady Gaga e le folle oceaniche di Taylor Swift, malgrado il nome la nostra è a capo di un culto laico costituito da milioni di devoti, lei ovviamente, se la vive malissimo.

Per preparare il suo grande ritorno sulle scene, si isola in una vecchia casa con un ancora più vecchia conoscenza, la stilista di successo Sam (Michaela Coel). L’incidente durante il concerto che ha momentaneamente azzoppato la Popstar è lo spunto, tutta la parte iniziale è quella più asciutta a livello di trama, ma anche quella dove Lowery si dimentica di chiudere la gabbia e il suo hipsterismo, scappa, libero di far danni.
Tutta la parte iniziale è il dominio di Jack Antonoff, il padre putativo della maggior parte del Pop contemporaneo, coadiuvato da Charlie XCX che ci riprova con il cinema dopo quella roba virgolettata di “Cime tempestose” (2026), quindi tutta la parte iniziale è caratterizzata da un sacco di musica e Lowery, che pensa di stare dirigendo un videoclip, persino con gli stessi jump-cut di montaggio, vabbè.

La parte fondamentale resta a porta chiuse, Mother Mary sfatta che si ammazza di prove e parla, parla, parla con la stilista, il cui rapporto non è chiarissimo, forse sono ex amanti forse no, chissene importa, perché appena il film sembra imbastire un discorso interessante sulla difficoltà nel gestire la fama, sull’ambiguità del processo creativo ed altri elementi sfiziosi, improvvisamente perde la tramontana scegliendo soluzioni pigre, METAFORONI e finendo per annodarsi sui suoi difetti.
Tra il vestito rosso svolazzante e le sedute spiritiche buttate dentro a sbuffo, speravo fosse una sorta di “Il Diavolo veste Prada” con particolare attenzione su quello con le corna, invece niente, è la prova che Anne Hathaway sparisce per anni, torna, piazza un paio di film e poi scompare nella cortina di fumo dei Ninja, questa volta tra ‘sta cosetta di poco conto e il seguito del suo film più famoso, è riuscita a mandare a segno due sòle mica da ridere. Ciao Anne, ci rivediamo al prossimo giro, anche perché questo film sembra la versione Hipster di roba come Smile 2 o Trap.
Passenger (2026) – IL BRUTTO
André Øvredal è un onestissimo mestierante con l’Horror nel cuore, non potrò mai voler male al regista di The Autopsy of Jane Doe, oppure a quello che, subentrando a mio padre Neil Marshall, ci ha portati sulla Demeter, però “Passenger” mi dispiace, è davvero difficile da difendere nel 2026.
Tyler (Jacob Scipio, quello dell’elmo) e Maddie (Lou Llobell) per fa ‘na vita meno amara, invece di comprarsi una chitarra si sono comprati un Van, l’idea è quella di scappare dalla città e vivere senza radici, il primo è entusiasta la seconda meno, purtroppo i due personaggi sono caratterizzata poco più di così, le loro dinamiche non sono legna secca sotto il fuoco dell’elemento sovrannaturale.

Øvredal, l’uomo con il diametro nel cognome, ha abbastanza mestiere da saper rendere il misterioso passeggero, una figura se non altro visivamente interessante, il vecchio vestito da prete a bordo strada inquieta, ma il film fallisce totalmente quando deve creare regole e mito di quello che, vorrebbe essere un nuovo “Uomo nero” da incubo, ma senza riuscirci minimamente.
Dimenticatevi quindi l’autostoppista o lo sbirro infernale, questo passeggero otterrà solo due effetti su di voi, il primo, farvi piantare una certa canzone in testa (per assonanza con il titolo) e il secondo, farmi immediatamente rivalutare molti degli Horror brutti che avete visto di recente, perché il genere che tutti amiamo, e che è anche quello più in forma di tutti in questo momento storico a livello di incassi e creatività, per decenni si è sostenuto anche di filmetti di poco conto, basato su brividi (o “Salto paura”, come in questo caso) facili, mi auguro che dopo anni di Bara Volante sappiate distinguere tra film di genere sì, ma di valore e film di genere scarsi e basta.
Apex (2026) – IL DISCRE(tamente deludente)
Solo stima per Charlize Theron, una che aveva abbracciato il cinema di genere ben prima di Furiosa e delle sue parti nella Fast Saga, per “Apex” si è preparata prendendo lezioni di arrampicata per fare da sé le sue scene, facilitando di molto la vita al regista Baltasar Kormákur, che per lo meno non ha dovuto inventarsi strambi angoli di inquadratura per non riprendere in viso la sua controfigura.
La trama ruota intorno a Charlize nostra, che interpreta il personaggio di Sasha, durante l’arrampicata della parete dei Troll in Norvegia, per eccesso di zelo perde il marito Tommy nel prologo, perché si sa che i film di arrampicata devono avere una morte motivazionale così, pronti via.
La curiosità è che il vero australiano Eric Bana, ha dovuto inventarsi un accento buffo per la parte di Tommy, altrimenti sarebbe risultato strano il successivo viaggio di Sasha, che invece di prendersi del tempo per mandare giù il brutto rospo del lutto, vai in solitaria in un’esplorazione che NON va fatta in solitaria, glielo dicono tutti, anche il Ranger Smith australiano, letteralmente – Insieme a Tommy – l’unico essere umano decente del film, visto che una bella bionda tutta sola, diventa bersaglio per i ruvidi omaccioni locali, dei buzzurri dell’australe tipo che la nostra Sasha sistema a dovere, per dare corda all’unico con la faccia da bravo ragazzo, Ben (Taron Egerton) da qui in poi avete già capito come procede il film, senza sorprese.

“Apex” non è un brutto film, è banale, Baltasar Kormákur ha diretto un altro film in alta montagna che era ben peggio del libro da cui era tratto, ma anche il sottovalutato “Cani sciolti” (2013), eppure qui fa il compitino, con una storia che dura poco in termini di minutaggio, ma comunque troppo per sopportazione.
Solo stima per Charlize Theron ma il suo personaggio è un’idiota, fa solo cose senza senso finché non capisce che potrebbe lasciarci le penne, solo che per capirlo, deve trovarsi davanti Ben, che non solo è pazzo, ma anche un altro vizietto che non vi rivelo, perché è l’unica svolta di “Apex” e per di più, è una trovata sottolinea-concetti sì, ma con il pennarellone a punta grossa.
Se vivessimo in un’altra epoca cinematografica, meno barbarica, “Apex” sarebbe stato un film cazzuto diretto da John Boorman, invece viviamo in questo momento storico un po’ così, e ci tocca la netxflizata didascalica che tiene botta solo perché Charlize Theron, come Vasquez, è troppo troppa, solo stima, ma basta fare roba con Netflix eh?


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