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Il Triello (2026): Dust Bunny, Rental Family e Missione Shelter

Tre film, Freschi freschi, due nelle nostre sale, uno purtroppo no, o non ancora, torna il Triello e anche oggi ve lo dico, ho pasticciato con le solite etichette, perché oggi non abbiamo il solito film buono, brutto e discreto, ma tre tutto sommato con dei numeri, per altro, scrivendone mi sono reso conto che questo Triello ha un tema di fondo comune… Venite a scoprire quale!

IL FILM NASCOSTO (SOTTO IL LETTO) – Dust Bunny (2025)

Non si parla mai abbastanza di Bryan Fuller, anzi, non se ne parla proprio, la sua gavetta in televisione è iniziata in un’altra epoca del piccolo schermo, da allora è diventato un po’ l’eroe delle serie di culto terminate prima del tempo. Non ho mai visto “Pushing Daisies”, ma fan di quella serie, sento il vostro dolore perché ancora rimpiango Hannibal, gioiellino ucciso prima del necessario e mai vendicato.

Da allora? Ha mandato a fanculo i produttori di American Gods e ha riservato lo stesso trattamento a Star Trek Discovery, posso dirlo? Ha fatto benissimo in entrambi i casi. Da allora ruota sempre intorno a qualche titolo Horror, realizzato o meno e nel mezzo, lo scorso dicembre ha pensato bene di esordire con il suo primo film, che non è un Horror… O quasi, si intitola “Dust Bunny” e vi riassumo la sinossi, tanto breve che pure uno come me, privo del dono della sintesi, può riassumervi: una ragazzina assume il killer della porta accanto per uccidere il mostro che vive sotto il suo letto che ha divorato i suoi genitori. Io non so voi, ma un film così io lo vedrei ieri, cosa che in effetti ho fatto.

Anche i mostri sotto il letto fanno gli incubi e sognano Mads.

“Dust Bunny” è come Balto, non è film di mostri per ragazzi ma nemmeno film di gangster per adulti, sa solo quello che non è. Uscito sotto natale nei cinema americani, rappresenta un mezzo suicido, perché non è tratto da un libro o fumetto, non è un remake di nulla né tantomeno risulta essere legato a nessuno grande nome o marchio, è una roba rarissima, un soggetto originale, scritto pensate un po’ dallo stesso Fuller, che a suo modo è una sorta di Ryan Murphy sì, ma giusto, quindi lavora sempre con gli stessi attori, nello specifico Mads Mikkelsen, ovvero il suo Hannibal Lecter televisivo. La vita e il cinema a volte sono bellissimi e molto semplici!

Il suo esordio al cinema inizia con un batuffolo di polvere che svolazza e accorpandone altri, crea il coniglio della polvere del titolo, un mostro sotto il letto di Aurora (la bravissima Sophie Sloan), una bimba che si ritrova a giocare al pavimento di lava perché chi mette piede sulle sue piastrelle, come hanno fatto i suoi genitori, diventa la merenda per il mostro. In cerca di una soluzione, vede il suo vicino di casa senza nome, il sicario che vive nell’appartamento 5B (il nostro Mads) combattere un drago in un vicolo di Chinatown e decide di assoldarlo… Ah, vi ho detto che per i primi trenta minuti o giù di lì non ci sono dialoghi? Tranquilli, da qui in poi il film migliora ulteriormente!

Il gigante danese e la bambina.

Mads ha una sorta di socia/manager fatta a forma di Sigourney Weaver, perché sì, in questo film recita anche Sigourney Weaver! Bryan Fuller si diverte ad inquadrare entrambi più volte nel corso del film, in prossimità di lampadari o luci al neon tonde, come se sulla testa avessero un’aureola, trovata che mi piace sempre. Tutta la prima parte del film è in equilibrio, finché “Dust Bunny” è raccontato dal punto di vista della piccola protagonista, funziona benissimo perché i “mostri” che combatte il sicario che vive nell’appartamento 5B, potrebbero tranquillamente essere i suoi “colleghi” o il lavoro che si porta a casa, quando poi il film apre a questa opzione, inizia vagamente a girare a vuoto, prima di un’altra svolta che lo rimette in pista, perché il mostro c’è, e si vede.

«Devi capire che noi siamo veterani della Bara, possiamo vestirci come vogliamo»

Ritratto in comoda e sensata CGI (necessaria visto che viene fuori dal fottuto pavimento, quasi-cit.) la creatura porta lo scompiglio, anche in un film che nel secondo atto, sembra diventare Lèon, ma come lo avrebbe diretto Wes Anderson, quindi senza il rapporto torbido tra il sicario adulto e la giovane protagonista, ma con un sacco di simmetrie centrali, basta dire che quando ho visto spuntare David Dastmalchian con i baffi, ho seriamente pensato che fosse David Dastmalchian impegnato ad impersonare Jason Schwartzman. Però con i baffi.

“Dust Bunny” non sa se rivolgersi al pubblico degli adulti o se abbracciare in pieno il film per ragazzi, il fatto che si sia beccato dei «Bravò!» da uno come Mike Garris dovrebbe già darvi un’idea dell’operazione, che resta bizzarra, sbalestrata, eppure ipnotica e coraggiosa nel suo andare contro corrente, non ha ancora una data di distribuzione in sala, dove probabilmente andrei a vederlo io e gli altre sette orfani di “Hannibal”, ma è talmente una roba da Bara Volante che dovevo segnalarvelo per forza.

L’ORIENTALE – Rental Family (2026)

Con “Rental Family”, la regista Hikari sceglie la sottrazione, un’idea tanto semplice che se fosse venuta ad un americano, avrebbe generato una commedia degli equivoci, che invece per nostra fortuna si traduce in un film di buoni sentimenti certo, ma non caramelloso, anzi, molto brillante.

L’attore americano Phillip Vandarploeug (Brendan Fraser) vive in Giappone, si è trasferito perché tempo prima uno spot televisivo gli aveva regalato molta fama, vi lascio scoprire di che si tratta, visto che è esilarante. L’unico lavoro che trova però è offerto dall’agenzia che dà il titolo al film, Philip deve impersonare ruoli familiari diversi, ti serve il fidanzato da presentare ai tuoi per non dirgli che hai già una compagna nella vita? Ecco Phil! Ti serve un padre per tua figlia, mezza giapponese e mezza americana? Ecco il “gaijin di rappresentanza” pronto a legare con la piccola hāfu di nome Mia (Shannon Mahina Gorman) e senza volerlo mi sono reso conto di aver messo su un Triello a tema: un adulto e una bambina protagonisti.

Il gigante americano (in Giappone) e la bambina.

Al centro della trama ovviamente c’è Brendan Fraser, che in linea con i suoi ultimi ruoli, ci regala questo yankee spaesato che attraverso le persone che interpreta, è costretto a scavarsi dentro per riempire qualche vuoto, perché funziona il film? Perché Hikari non condanna né assolve, non cerca nemmeno la lacrima facile, ma mette su un parallelo non so quanto voluto ma riuscitissimo.

Pur non essendolo, il personaggio di Brendan Fraser agisce come un terapista, in quanto attore calato in una parte, deve tenere una giusta distanza con i suoi pazienti/clienti, quando non ci riesce e il legame si crea – perché ehi, siamo comunque esseri umani – la terapia inizia a funzionare in due direzioni, quindi un lavoro, iniziato come la recitazione, ovvero fingere di essere qualcun altro, diventa etico, quasi terapeutico, soprattutto per Phillip, sembra quasi inutile confermarlo, ma Brendan Fraser sugli scudi, ennesima ottima prova per lui, si spera di vederlo e rivederlo più spesso al cinema, non solo a rifare “La mummia”.

IL NERBORUTO – Missione Shelter (2026)

Ric Roman Waugh ha la sfortuna di essere il regista-schiavo che cerca ancora invano di creare un’idea di eroe d’azione attorno a Gerard Butler, compito ingrato. Ma prima di ricadere in questa brutta abitudine, era stato il primo che aveva tentato timidamente di far uscire The Rock dalla sua zona di sicurezza con “Snitch” (2013), oggi prova a fare lo stesso con Jason Statham, anche se sono necessari dei distinguo.

“Shelter”, da noi in uno strambo paese a forma di scarpa uscito come “Missione Shelter”, interrompe la doppietta di film fotocopia diretti da David Ayer con il nostro Giasone, mi riferisco a The Beekeeper e A Working Man che vi riassumo: nessuno stronzeggia con Jason Statham anche se lui fa lavori umili di facciata, visto che è un tosto super agente.

Se facessi il guardiano del faro su un’isola, solo con il mio cane, anche io difenderei la mia privacy con ogni mezzo!

In “Missione Shelter” Giasone fa un lavoro umile, vive come guardiano del faro solo su una spiaggia insieme al suo cane, insomma, fa il mio lavoro dei sogni. E’ un ex agente cazzutissimo con cui non si stronzeggia e quindi sì, non è questo il film che vi farà pensare che Jason abbia deciso di dare una svolta alla sua carriera, proprio no. Ma ci sarà un motivo se “Shelter” fa parte di questo Triello no?

Con “Missione Shelter”, Ric Roman Waugh prova a togliere l’armatura al suo protagonista senza privarlo della forza, il risultato è un Action che parte come un esercizio di isolamento e finisce per diventare un confronto frontale con la colpa visto che Mason (Giasone con la barba) vive da eremita fino al giorno in cui una ragazzina sopravvive a una tempesta e approda sulle sue coste, da qui inizia una fuga e una lotta per la sopravvivenza contro chi vuole riprendersi Bodhi Rae Breathnach.

Il gigante inglese e la bambina.

Lei l’avete vista in “Hamnet” di Chloé Zhao, qui si conferma bravissima anche in questa ennesima situazione alla Lèon (senza parti problematiche), in cui a tener banco è proprio la chimica tra l’omone d’azione e la ragazzetta, un rapporto che si sviluppa in corsa, tra un inseguimento lungo e articolato in un bosco, che mette alla prova gli ammortizzatori di Audi e Volvo coinvolte.

“Shelter” non inventa nulla, svolge bene il suo compito e ha il pregio di non cercare l’adrenalina facile, preferendo invece il piano a lungo termine di sporcare l’eroismo, metterlo alla prova e costringerlo a passare attraverso il dubbio, sono certo che il pubblico generico non noterà la minima differenza, ma sono altrettanto sicuro che qui ho Bariste e Baristi perfettamente in grado di percepire tutte le sfumature di un film d’azione con Jason Statham, che fa un lavoro umile, ma è un cazzuto super agente con cui non si stronzeggia, ormai siete sommelier dell’azione.

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