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Il Triello (2026): Heart of the Beast, Gator Face e Nimrods

Tre film, tre modi diversi di affrontare il cinema di genere e soprattutto tre etichette con cui, anche questa volta, ho pasticciato. Da una parte abbiamo il grande ritorno del survival con uomo, natura ostile e cane eroico, dall’altra uno slasher che ha deciso che dei personaggi non ce ne può fregare di meno, perché tanto c’è un pazzo che li vuole ammazzare, e infine, una commedia on the road di e con i Green Day, signore e signori, ecco il Triello.

Heart of the beast (2026) – IL GIÀ VISTO

Un sopravvissuto, il suo cane, un aereo e una terra selvaggia, sto parlando dell’ultimo (già dimenticato) film dell’altro Scott, ovvero Ridley? No, è uscito un altro film quasi identico, si chiama “Heart of the beast”, lo ha diretto l’uomo dalla filmografia indecisa, David Ayer che ritrova Brad Pitt dopo Fury, e la nostra distribuzione gli ha aggiunto il solito sottotitolo inutile.

Non so se sto guardando il nuovo film di Ayer o quello dell’altro Scott.

Come dicevo, Brad Pitt, un ex militare, l’Alaska, la neve, la natura che vuole ammazzarti, una missione di sopravvivenza e un cane. Ora, io non vorrei sembrare quello che arriva al cinema con il taccuino del ragioniere per segnare tutte le cose già viste, però diciamo che “Heart of the Beast” non è esattamente un film che si presenta con un biglietto da visita originale.

David Ayer mette insieme tutti gli ingredienti del survival moderno: l’uomo contro la natura, il passato militare da lasciarsi alle spalle, il percorso fisico che diventa anche un percorso interiore, la solitudine, il gelo e tutta quella bella roba che ci ricorda che Madre Natura, quando decide di girare un film d’azione, non ha bisogno di effetti speciali, il problema è che il film sembra conoscere perfettamente il manuale del genere e seguirlo pagina dopo pagina.

Dove però “Heart of the Beast” riesce a trovare qualcosa di suo è nel rapporto tra Brad Pitt e Odin, il cane, ecco il paradosso: il film si porta dietro una superstar come protagonista (che sgomita per avere spazio soprattutto nel terzo atto), ma è il quadrupede a rubargli progressivamente la scena. Odin funziona malgrado la scelta banale dei flashback giallastri che Ayer gli dedica, anche se la struttura è ripetitiva, il cane salva il padrone, il padrone ricambia e via così. Mettiamola così, l’ultima volta che Pitt ha recitato con un Pitt(bull) almeno non si è fatto fregare la scena come accade spesso qui.

Nello foto, un attore carismatico e capace di calamitare l’attenzione, l’altro è solo Brad Pitt.

Risultato? Un film un po’ paraculo (avete visto come lo hanno venduto? Does the dog die dovrebbe far loro causa) diretto in maniera competente ma svogliata, in cui Odin è il migliore in campo, Brad avrà la sua occasione di fare il figo diretto da Fincher a breve, per ora ho solo voglia di andare a rivedermi The Grey, che sullo stesso tema, aveva ben altro spessore e riuscita.

Gator face (2026) – IL CATTIVO (nel senso che ammazza tutti senza pietà!)

A un certo punto il sior Padraig Reynolds deve essersi fatto una domanda molto semplice: è ancora possibile, nel 2026, girare uno slasher senza raccontarci la vita dei protagonisti? Perché ormai sembra quasi obbligatorio sapere tutto, dove sono nati, con chi hanno litigato, che rapporto hanno con il padre, quale trauma infantile si portano dietro, perché sono finiti in quella casa, perché proprio quel giorno hanno deciso di andare nel bosco e possibilmente anche il gruppo sanguigno.

“Gator Face” ha nella testa e nel cuore tutti gli Slasher che avete visto, sembra un film che ha preso la filmografia di Tobe Hooper, ha provato a riassumerla e ha tirato fuori: coccodrilli, slasher, ragazze in shorts e morti ammazzati male e a quel punto ha detto… Facciamolo!

Tobe Hooper lo abbiamo ripassato prima di fare questo film? Direi di sì.

La trama è presto detta, tre ragazze incappano in Faccia-di-cocco (nessuno lo chiama così nel film, solo io qui) che vuol far loro la pelle, segue il manuale dello Slasher a basso costo realizzato come si deve, con la rossa Amariah Dionne nei panni della Final Girl destinata, anche quando incappa in altri ragazzotti di passaggio, che nell’unico momento in cui tirano il fiato perché hanno guadagnato un minimo vantaggio sull’assassino armato di ascia, invece di lanciarsi nel momento spiegone, hanno giusto il tempo di dirsi: «Tu da dove vieni?» e poi sotto di nuovo a correre per la propria vita!

Date il benvenuto alla nuova maschera Horror: Faccia-di-cocco!

Crepi l’avarizia, ci sono anche dei coccodrilli veri, perché evidentemente a Padraig Reynolds non bastava avere un maniaco omicida, una sorta di energumeno con fisico da Wrestler fatto a forma di Nikolas Kolasinski no, lui ci mette anche una serie di “cocchi”, non riesco nemmeno ad immaginare, addestrati con chissà quanta fatica, che lasciano più vittime a terra (o nelle loro pance) dell’ascia di Faccia-di-cocco. Volete uno Slasher tutto sotto il sole, che incarna tutte le regole del genere ma senza le parti noiose? Sapete cosa fare.

«Biondina, stai per scoprire come fa il coccodrillo»

Nimrods (2026) – IL BRUTTINO

Ho un’età tale per cui, i Green Day mi sono esplosi in faccia in piena adolescenza, anche se sono convinto che Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool, dai palchi di tutto il mondo, guardando le facce sotto, da trent’anni si chiedano come mai i loro fan hanno sempre dai 15 ai 25 anni, più o meno la fascia di pubblico a cui si rivolge il loro Pop-Punk.

Per mia fortuna poi, ho scoperto il Punk quello vero, ma l’influenza dei Green Day è innegabile, hanno fatto da punto d’accesso al genere a tantissime persone e se nel mondo del rock sopravvivi abbastanza, diventi un nome così grosso da meritarti un film tutto tuo. “Nimrods” è la storia degli Analog Dogs (la gag ricorrente: il loro nome sempre pronunciato sbagliato) gruppetto Punk composto da tre amici che sognano di allungare la loro Demo ai Green Day, ma per ritorsione ad uno scherzo fatto al fratello maggiore, si beccano una telefonata finta da Tré Cool, con l’altrettanto finta promessa di essere stati scelti come gruppo d’apertura al concerto dei Green Day a Los Angeles a capodanno. Peccato che sia tutto uno scherzo, che anche se non avete visto il film, già sapete come andrà a finire, nel mezzo, un “Road movie” giovanile, che dura 107 minuti. Quante canzoni dei Green Day potete stipare in 107 minuti? La mia scelta preferita, il loro celebre e melenso pezzo settembrino, per introdurci la data del 31 dicembre. Poche idee ma confuse.

Un film sui Green Day, con i Green Day, facile no?

I Green Day provano a fare la loro versione di Detroit Rock City, detta così, non è una brutta idea, anzi, potenzialmente è proprio una di quelle cose che ti fanno pensare, vediamo dove vogliono andare a parare. Il problema è che “Detroit Rock City” aveva un vantaggio non da poco: i Kiss erano una presenza, quasi una divinità da raggiungere, il film era breve, rimato, pieno di energia e correva verso il suo obiettivo con la stessa velocità dei protagonisti che cercavano disperatamente di arrivare al concerto.

In “Nimrods”, invece, i Green Day sono lì, sono loro stessi e quando arriva il momento del concerto finale possono anche salire sul palco e crogiolarsi tranquillamente nella propria leggenda. Il problema è arrivarci, perché la commedia on the road è bolsa, non è proprio un pezzo Punk-pop, manca il ritmo, manca quella sensazione di corsa continua che dovrebbe essere il motore di questo genere di film e soprattutto c’è un secondo atto che sembra non voler finire mai.

L’età media dei fan dei Green Day che resta stabile da decenni.

Risultato? “Nimrods” arriva al traguardo un po’ con il fiatone, che per una commedia sui Green Day, è probabilmente la cosa meno punk-pop che potesse succedere, imperdibile per i fanatici del gruppo, per quelli come me che li hanno abbandonati nei primi anni 2000 per navigare verso altri lidi sonori, meglio rivedersi ancora una volta Detroit Rock City.

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