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Il Triello (2026): Mother of Flies, Mercy e Song Sung Blue

Tre film, tre idee di sopravvivenza. Una sola certezza: qui alla Bara Volante ci sarà sempre un Triello per parlare di un film buono, uno brutto e l’altro discreto, oggi menù variegato come il gelato all’amarena, cominciamo!

IL BUONO (E STRANO) – Mother of Flies (2026)

Eccoli qui! Sono tornati papà John, mamma Toby e la loro figliola Zelda, il nuovo film della famiglia Adams ormai è un appuntamento fisso, dopo il giocoso e vagamente cazzone (nel senso migliore del termine) Hell Hole, i nostri tornano sul tema della mortalità, questa volta affrontato dal punto di vista dei figli, quindi con Zelda Adams in prima linea, per un film che denota un’enorme crescita anche stilistica dai tempi di Hellbender.

“Mother of Flies” è uno di quei film che non sembrano girati tanto per essere guardati, quanto per essere attraversati, firmato dal collettivo familiare Adams, è un horror rurale che usa il genere come involucro fragile per raccontare qualcosa di molto più intimo come il corpo che si rompe, la fede che diventa ultima risorsa, l’amore genitoriale che scivola lentamente nel sacrificio.

Ok avere il sonno pesante e dormire ovunque, ma qui si esagera!

Zelda Adams interpreta Mickey, giovane donna affetta da una malattia terminale, accompagnata dal padre in un viaggio verso una possibile guarigione che ha più il sapore di un rituale che di una cura. L’incontro con una figura femminile enigmatica, quasi una divinità boschiva, apre la porta a un mondo dove la medicina non serve più e restano solo simboli, insetti, terra, sangue e preghiere senza Dio.

Il film è lento, ostinato, spesso volutamente sgradevole, insomma è cinema Indie al 100%, quello in grado di mettere in fuga lo spettatore che vuole percepire più i soldi spesi in una produzione che le idee. “Mother of Flies” non ha voglia ho bisogno di spiegare tutto in maniera cartesiana, funziona proprio perché l’orrore non arriva dall’esterno ma nasce dall’interno, dal corpo che fallisce e dalla mente che cerca disperatamente un senso.

Il terzo ideale capitolo di una trilogia sulla morte, questa volta dal punto di vista della figlia.

Qui la stranezza non è un vezzo indie, ma una necessità espressiva, “Mother of Flies” lo trovate su Shudder ed è la prova che gli Adams di film in film stanno migliorando e crescendo, niente vezzi o pose, la famiglia preferita della Bara è una solida realtà.

IL DISCRETO – Mercy (2026)

“Mercy” prende un’idea potente, la giustizia affidata a un’intelligenza artificiale e l’imputato costretto a dimostrare la propria innocenza contro il tempo, poi la trasforma in un thriller futuribile con un discreto tasso di azione, ma tutto “da remoto”. Timur Bekmambetov dirige con il mestiere tipico di chi per quindici minuti sembrava una promessa, poi mai davvero mantenuta, puntando tutto sul ritmo, montaggio nervoso e una messa in scena per lo meno diligente.

Chris Pratt interpreta un uomo incastrato in un sistema giudiziario che non ammette ambiguità: o sei colpevole o non sei abbastanza convincente. Rebecca Ferguson fa da contrappeso emotivo, portando una gravità che il film, da solo, rischierebbe di perdere. Ora, si parla tanto di intelligenza artificiale, se tutte le I.A. avessero il volto di Rebecca Ferguson, l’umanità sarebbe già stata soggiogata, ma proprio agevolmente, con me nel ruolo del Benedicth Arnold pronto a vendere la sua specie, ma subito, senza pensarci!

Come l’I.A. ha sottomesso l’umanità, svolgimento.

Il problema di “Mercy” non è ciò che racconta, ma quanto poco osa davvero, ogni spunto interessante viene subito tradotto in azione, inseguimento, countdown, con uno spirito da film perfetto per il palinsesto di Italia 1, senza nulla togliere, ma senza particolare inventiva. La paranoia del controllo algoritmico c’è, ma resta sempre a livello di superficie, come un tema da blockbuster che non deve mai disturbare troppo così come lo sviluppo del personaggio di Rebecca Ferguson che risulta il più schematico possibile.

Se non fosse chiaro è un film di primi piani.

Si guarda senza fatica, scorre veloce, intrattiene quanto basta, in patria ha fatto soldi, ma una volta finito, lascia addosso la sensazione di un’occasione parzialmente sprecata, da qui la sua posizione a metà classifica del Triello di oggi.

IL BRUTTO (NOIOSO) – Song Sung Blue (2026)

“Song Sung Blue” racconta l’incontro tra due anime stanche che trovano nella musica e nella condivisione una seconda possibilità, Craig Brewer ha il compito di trasformare in un film una storia che era già stata un bel documentario del 2008 (… mi sembra ormai una tendenza, almeno qui è dichiarato l’intento), con Hugh Jackman e Kate Hudson che fanno il loro mestiere con professionalità, ed è proprio questo il problema.

I basettoni ormai sono una costante per Ugo Uomogiacomo.

Il film è corretto, educato, prevedibile in ogni sua piega, ogni conflitto arriva esattamente quando te lo aspetti, ogni riconciliazione ha il tempo e il tono giusto per non turbare nessuno, il tutto con la musica che accompagna, sottolinea e rassicura. Come dicevo senza volerlo oggi ho messo insieme tre film sulla sopravvivenza, anche se questa è una biopic musicale piena di country, con la storia (vera) di Mike e Claire Sardina, anche noti come Thunder e Lightning, su una cover band di pezzi di Neil Diamond.

Il risultato è un film che non fa arrabbiare ma nemmeno emoziona davvero, una storia che scorre addosso senza lasciare traccia, come una canzone sentita mille volte alla radio mentre stai facendo altro. Gli attori fanno il possibile, ma il materiale non li mette mai in condizione di sorprendere, con il risultato di essere non troppo rilevante.

Sarebbe assurdo se non fosse beh, storia vera.

La parte più interessante per me era una sola, i Thunder e Lightning hanno ottenuto visibilità, quella volta che Eddie Vedder dei Pearl Jam ha deciso di portarli sul palco, assolutamente non per sbeffeggiarli ma per ribadire il loro talento, quindi questa è la prima volta al cinema in cui il cantante del mio gruppo preferito compare in un film recitato da qualcuno, nella fattispecie da John Beckwith che fa un lavoro anche qui, diligente da imitatore, purtroppo non ho trovato poi troppi altri motivi di interesse, anche se va detto che Ugo Uomogiocaomo, ogni volta che può, sfoggia le sue doti canore, anche se al pubblico interessa solo vederlo in calzamaglia gialla, o anche senza quella.

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