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Il Triello (2026): War Machine, We bury the dead, The Bluff e Se solo potessi ti prenderei a calci

Alcune settimane capita di vedere film uno dietro l’altro e alla fine hai la sensazione di aver assistito a una specie di duello western, solo che invece delle pistole ci sono robot alieni, zombie malinconici e pirati, tanto vale dirlo chiaramente… è il momento del Triello. Tre film, tre approcci completamente diversi e, come da tradizione, un vincitore, un sopravvissuto dignitoso e un povero disgraziato che finisce a mangiare la polvere, cominciamo!

IL BUONO – War Machine (2026)

Iniziamo con “War Machine”, diretto da Patrick Hughes, uno che negli anni ha sempre diretto roba in zona film d’azione, anche se spesso condita da commedia, qui il nostro salta la barricata e per Netflix sforna un titolo action fantascientifico ignorante nel senso più affettuoso possibile.

La storia segue l’aspirante ranger 81 (il grossissimo Alan “Reacher” Ritchson), un soldato che nel prologo perde il fratello (Jai Courtney) e si porta questo peso sulle spalle per le otto massacranti settimane di selezione per i ranger presiedute da un veterano fatto a forma di Dennis Quaid (recita sei minuti non consecutivi ma fa sempre piacere ritrovarlo). Giunto all’ultimo turno di selezione, il programma di esercitazione prevede una “simulata” con un infiltrato non previsto: una gigantesca macchina aliena assassina.

Caricarsi film e commilitoni sulle spalle.

La trama, diciamolo subito, è praticamente una variante sul tema Predator: “E se un gruppo di soldati incontrasse un ED209 alieno in mezzo al bosco?”. Fine. Ma il bello è che il film non cerca mai di fingere di essere più intelligente di così. Tutto è basato sulla superiore motivazione del nostro aspirante ranger numero 81, lo spunto è I guerrieri della palude silenziosa ma senza quintali di grande cinema, o più che altro (di parecchio) ridimensionato alla soglia dello streaming, quindi un filmetto tutta azione, in cui l’arco narrativo del protagonista consiste in una superiore motivazione e gli alieni con le loro mega-macchina da guerra sono poco più che un pretesto.

Alan Ritchson questa roba la recita facile, anche se penso che resterà eternamente un divo da piccolo schermo, anche perché diciamolo, esisteva già un altro film Netflix con lo stesso titolo, quindi l’originalità non sta di casa, ma è il classico film che inizi a guardare, dopo venti minuti non hai ancora gettato la spugna, quindi si arriva in scioltezza sui titoli di coda perché vuoi vedere quanta propaganda sono riusciti ad infilarci dentro e soprattutto, se riusciranno a tirare giù quel coso gigante, a volte basta e avanza.

IL DISCRETO LO STATICO – We bury the dead (2026)

La vera notizia è che l’agente di Daisy Ridley è riuscito a trovarle qualcosa da fare, la cattiva è che per recitare la Jedi più amata da, direi nessuno, è dovuta volare fino in Tasmania, bontà sua ha trovato quell’allegrone di Zak Hilditch, che ogni volta sa come imprimere grande brio alle sue storie. Si fa per dire eh?

La protagonista è Ava Newman (Daisy Ridley), una donna che dopo un disastro militare decide di unirsi a una squadra incaricata di recuperare e seppellire i morti… nella speranza di ritrovare suo marito tra i sopravvissuti, problema: i morti non sembrano avere alcuna intenzione di restare tali. Il viaggio in questo mondo dove il confine tra vita e morte è… diciamo piuttosto flessibile si traduce in un titolo che non è quello che vi attendete.

Daisy che aspetta una chiamata dal suo agente.

I non-morti di Hilditch non diffondono il virus, certo caracollano di qua e di là, ma non corrono, non ti inseguono, non vogliono il tuo cervello o divorarti le carni, insomma, non è che facciamo poi granché, somigliano a chiunque di noi dopo il pranzo domenicale a sonnecchiare sul divano, solo più morti, molto più morti. Quindi voi direte, di che minchia parla “We bury the dead” se non è il classico film di zombie?

Hilditch punta molto sui silenzi, sui paesaggi desolati e su personaggi che parlano poco e si portano addosso il peso di quello che è successo, oltre al tema tanto caro della perdita, il film cerca di puntare più che altro sul senso seppellire i morti sì, ma più in senso figurato che fisico: Ava cerca il marito, sperando di poterlo ritrovare vivo anche se è una speranza che ha in parte già seppellito, più che altro di potergli dire quelle cose che in vita non è riuscita a dirle e quindi per trovare quella chiusura che le permetta davvero di andare avanti. Non so se avete presente questa sensazione, mi auguro per voi di no, se sì, la conoscete e potete capire che non è facile da portare al cinema, Hilditch ha saputo farlo e non è poco, poi ditemi voi se può fare al caso vostro o meno una storia così.

IL BRUTYO IL PIATTO IL BLUFF – The Bluff (2026)

Viviamo in un momento storico in cui la pirateria non solo sembra tornata di moda, ma è proprio una presa di posizione, anche politica, e non mi riferisco a chi è tornato a soffiare via la polvere dall’icona di Emule o Napster, per fronteggiare l’avanzate delle tremila piattaforme streaming tutte a pagamento, che offrono ognuna un contenuto e per vederle tutte devi versare loro il sangue, anche perché questo terzo vertice del Triello è un titolo che trovate su Prime Video. Intendo proprio il mondo diviso tra tiranni come se fossimo in un numero di One Piece, quindi perché non rilanciare i grandi film sulla pirateria?

“The Bluff” promette un misto di avventura, tensione e intrighi ambientati tra scogliere, mare e personaggi che dovrebbero avere più segreti di un agente della CIA, sulla carta sembrava interessante, il problema è che sulla carta doveva restarci. Diretto da Frank E. Flowers e prodotto dai fratelli Anthony e Joe Russo (e se volete smettere di leggere qui, vi capirò) è una roba talmente anonima che anche il suo regista ha evidentemente fornito delle generalità farlocche per non dover tener conto di questa sua promessa da marinaio per un eventuale carriera futura.

Tutto giusto, peccato che sia la roba sui pirati meno piratesca di sempre.

Con i Russo di mezzo, non può mancare Priyanka Chopra di cui hanno evidentemente una cotta, chiamali scemi, ma tutto procede con il pilota automatico, malgrado la bellissima attrice ci metta sempre tutta la grinta di cui è capace sono sprofondato nel tedio del mio divano prestissimo e ripetutamente, non è servito nemmeno l’eterno secondo violino Karl Urban o la presenza filologicamente sensata (ma sprecata) di Temuera Morrison a risollevare una roba che è riassunta nel suo titolo, ridatemi Black Sails e nessuno si farà del male, corpo di mille balene!

FUORI MENÙ – Se solo potessi ti prenderei a calci (2026)

A sorpresa… Il fuori menù! Il film che non partecipa ufficialmente al Triello ma che si becca una menzione: Se solo potessi ti prenderei a calci. Un titolo meraviglioso che però non rende l’idea, visto che è in originale è leggermente diverso “If I Had Legs I’d Kick You”, ovvero se avessi le gambe ti prenderei a calci. Quel “se solo potessi” fa pensare ad un impedimento che so, etico? Non avere le gambe invece cambia tutto il senso di un film basato su come si percepisce il mondo in certi momenti della vita.

La canadese che il mondo ha (ri)scoperto: Rose Byrne.

Linda è una psicologa ben oltre una crisi di nervi, siamo ad un passo dall’esaurimento nervoso totale, ad impersonarla è una che è SEMPRE stata bravissima ma che il mondo pare aver scoperto ora, Rose Byrne, che qui riesce nell’impresa di farti restare con un personaggio che ha tutto, non dico per risultare respingente, intendo proprio per farsi odiare, basta la scena del criceto per riassumere tutto.

Quando sei sovrastato dal super lavoro è la tua vita è una merda, ogni cosa che devi fare, anche la più semplice, risulta essere un’agonia, il senso del film è tutto qui, quella bellissima sensazione di stare sprofondato come quel fottutissimo cavallo Artax viene resa molto bene dal film di Mary Bronstein, che però ha l’ardire di essere “Arty”, molto ma molto, ma pesantemente Arty, che poi è il problema di molta roba prodotta dalla A24, quel cercare sempre la scena ad effetto, autoreferenziale, insomma no, proprio no, ben felice solo del fatto che il mondo abbia (ri)scoperto Rose Byrne.

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