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Il Triello: il buono, il brutto, il discreto

Una mini-rubrica curata da Quinto Moro per restare aggiornati, quando non c’è abbastanza tempo o carne al fuoco per raccontare tutto. Oggi tocca a tre film usciti nel 2019, sedotti e abbandonati. Forse non li avete visti al cinema. Io sì. C’è quello buono, quello brutto e quello che se l’è cavata.

IL BUONO
Dolor y gloria (2019): Pedro Origins
Viene un’età in cui tutti gli Autori di cinema (gli artisti in genere) si misurano col tempo che passa, il rapporto con l’arte e il successo, con la vecchiaia e la malattia, il successo e l’ispirazione. Almodòvar sa essere ficcante e tagliente, ma riesce a farlo con una naturalezza e noncuranza singolari. Parte con una stoccata all’educazione cattolica, poi si flagella nelle sue depressioni per poi passare divertito alle droghe, affrontare la malinconia del passato e ritrovare un contatto poetico con l’infanzia.

“Giurerei di aver visto una gallina appollaiata sui biscotti. Devo smetterla con la droga…”

Dolori di vecchiaia e glorie di gioventù, ma anche dolori per i rimpianti della giovinezza e la gloria che viene riconosciuta in età avanzata. Almodòvar prende Antonio Banderas e da attore sex symbol lo rivolta come un calzino per farne il suo alter ego: Salvador è un regista omosessuale derelitto e trasandato, alle prese col disfacimento fisico ed emotivo, e Banderas dà una vera prova di maturità mettendoci tutto se stesso.

Almodòvar non la butta sui facili sentimentalismi ma gioca bene con la nostalgia, senza chiudersi in un’autobiografia celebrativa, al contrario. La fotografia accesa e le scenografie coloratissime accompagnano il racconto che scorre lento, le due ore di durata si fanno sentire ma riesce a non essere pesante.
Salvador è un personaggio complesso e non sempre positivo. Il rapporto con l’attore nemico-amico dà una scossa alla vicenda, conflitti vecchi e nuovi scoperchiano ricordi, invidie, gelosie. I flashback sull’infanzia offrono un bell’affresco della Spagna povera, e sono il valore aggiunto che nel finale offre un tocco di classe. Tutta la seconda parte è quella che scorre meglio, quando si scava nei personaggi e i dialoghi dalle frivolezze di tutti i giorni si addentrano in temi più personali.
Facendo i dovuti paragoni di stile e di trama, mi ha fatto pensare a L’uomo che uccise Don Chisciotte di Gilliam, per il rapporto tra un regista e i suoi esordi: film diversissimi ma con un tratto in comune.

IL DISCRETO 
Hotel Artemis (2019): porti sicuri per i John Wick da un altro mondo

Lo ammetto, vedere il trailer con Dave Bautista e Jodie Foster faceva strano, ma mi ha incuriosito abbastanza da vederlo in sala.
Siamo in una seconda epoca d’oro per il cinema d’azione: John Wick ha dimostrato quanto ancora si possa fare col genere action “botte e pallottole”. Hotel Artemis è un film modesto e furbo a seguire la rotta tracciata da altri, tratteggiando il suo sottobosco criminale, con toni e personaggi fumettistici ma non privi di spessore. Girato con un budget modesto (15 milioncini), nonostante i nomi di richiamo è stato comunque un flop commerciale incassandone poco più di 12, perciò dubito vedremo un sequel anche se l’idea sembrava progettata per essere riutilizzata (come lascia intendere anche il finale).

La statura non è tutto: due giganti del cinema a confronto.

In una L.A. devastata dalle rivolte, l’Artemis è un luogo leggendario in cui solo i criminali possono entrare. Girare quasi tutto in interni, il film si basa sulle dinamiche e le storie dei suoi personaggi. Non aspettatevi un’azione sfrenata, la parte action è limitata al finale ed è poca cosa, affidata quasi interamente al personaggio di Sofia Boutella. La bella e letale Sofia ha il physique du rôle per tirare cazzotti e un carisma da femme fatale di tutto rispetto (sogno un multiverso in cui Thanos ingaggia la nostra Sofia per rimettere a posto quella smorfiosa di Brie Larson in tutina da Captain Marvel) [se non le fanno interpretare Elektra mi incateno ai cancelli della Marvel. Nota Cassidiana].

La vera Sophie Fatal

Oltre alla mortale Sofia e i suoi intrighi, il vero (il solo?) motivo d’interesse è Jodie Foster, controcorrente alle attrici che inseguono la giovinezza, Jodie s’invecchia e rinsecchisce per impersonale l’infermiera dell’Artemis. È il suo personaggio ad offrire la parte più interessante della trama. Jodie ci mette tutta la sua intensità, mimica facciale e fisica. Senza di lei sarebbe stato un film dimenticabile, perché tutte le dinamiche tra gli altri personaggi risultano banali e scontate. Poi è sempre bello ritrovare Jeff Goldblum e Zachary Quinto, ma è proprio l’ingresso in scena dei loro personaggi a banalizzare il finale. Ridicola la dinamica della rivolta dentro l’hotel, considerato che finisce in una scazzottata quando prima avevamo visto i cattivoni armati di tutto punto (con tutta la buona volontà, errori di questo tipo non sono perdonabili).
Nel complesso il film scorre, ha una bella fotografia e può contare su un ottimo cast, che lo tiene a galla. Io me lo sono goduto, ma Jodie e Sofia a parte, è poca cosa. La presenza di Bautista ahimè non mantiene quello che promette.

IL BRUTTO
Il Signor Diavolo (2019): c’eravamo tanto Avati

Accusatemi di lesa maestà ma la visione di questa boiata è stata difficile da digerire. M’è sembrata una di quelle robe quasi dilettantesche osannate solo perché l’ha fatta un gran nome. No, non volevo dare del dilettante a Pupi Avati e non conosco la sua filmografia. Ma c’è qualcosa di sbagliato in me (sono posseduto!) o in chi osanna questo film? È tratto da un romanzo dello stesso regista, perciò non ha neanche la scusa d’esserselo fatto rovinare. Sembra girato in fretta e furia, con troppi ciak da buona la prima, che tanto buona non è. Dura 85 minuti, ma è lentissimo e c’è una costante sensazione di assenza di girato. Troppe scene si esauriscono in fretta, spinte da dialoghi mediocri. Sembra un vecchio sceneggiato tv.

“Pregate sorelle, la Bara Volante è infestata da uno spirito blasfemo che ingiuria Nostro Signore Avati”
La cosa più horror è il doppiaggio: molte, se non tutte le scene sono state ridoppiate, si sentono i fruscii del saliscendi del mixer e cambi di tonalità degli attori dentro uno stesso dialogo. Tecnicamente imbarazzante per qualunque cineasta, figurarsi per un veterano.
La qualità della recitazione è discontinua, a volte forzata, ma il vero guaio è la sceneggiatura. Non parlo tanto dell’intreccio ma proprio dei dialoghi e delle battute usate, che suonano stonate, ora banali ora pompose. Si vede e si sente la provenienza da un romanzo, pure troppo se il linguaggio di un bambino anni ’50 è così adulto, da libro stampato, togliendo naturalezza a una recitazione più impegnata a “sembrare” qualcosa piuttosto che esserlo.

Immagino stia tenendo in mano due crocifissi invisibili e voglia emulare una scena de L’Esorcista…
La vicenda ruota intorno all’omicidio di un ragazzino da parte di un suo coetaneo: prima nota stonata se il sospettato pare un bimbo di dieci anni e la vittima quasi un ventenne. Ma il vero fulcro è la faccenda del pregiudizio, dell’influenza politica e morale della Chiesa sulla vita delle piccole e grandi comunità. Certa critica lo definisce “un film molto politico” (certa gente andrebbe presa a romerate da qui all’alba dei morti viventi). “Il signor Diavolo” non riesce a fare una critica sociale e politica efficace, se non in modo forzato. Il pregiudizio nella società ignorante e provinciale è un tema potenzialmente devastante da usare contro la società italiana, ma è stato reso malissimo.
Non metto in dubbio che nel romanzo il tema funzionasse, sprazzi dell’intreccio si vedono, ma nella sceneggiatura vengono fuori ad cazzum: l’oppressione politica della Chiesa, che voleva essere motivo d’inquietudine, finisce per dare solo sbadigli. Le scene che dovrebbero mostrare il pregiudizio religioso risultano patetiche: il calpestamento dell’ostia è il momento clou sì, ma dell’imbarazzo. Per non parlare dei rallenty per sottolineare certi momenti. 
Il bimbo assassino è rovinato tanto dal ridoppiaggio quanto dalla sceneggiatura, che nella seconda metà del film si dimentica di lui per farlo riapparire nel finale senza alcun senso. Non si sente l’aura sinistra dell’innocente che ha compiuto un crimine. La scena del delitto è girata male. La faccenda del ragazzo coi denti da maiale, su cui ruota quasi tutta la seconda parte, è priva di ogni pathos.

Non aprite quello script: “Misericordia! La sceneggiatura si apre! Ma è orribile!”, “Terribile è la parola giusta” (Cit.)
Le angosce su temi religioso-demoniaci sono stravecchie e in declino, per funzionare hanno bisogno di una realizzazione tecnica impeccabile e accattivante (alla The Conjuring per capirci) o risultano ridicole. 
I costumi e gli ambienti sono l’unica cosa apprezzabile, anche il trucco ha il suo perché con personaggi sudaticci ed emaciati, ma non ha senso che lo sia anche il protagonista. Protagonista che poteva anche non esserci, visto che tutta la sua vicenda è inutile, tanto che il finale “ad effetto” mi ha lasciato indifferente.
Ci sono carenze tecniche e logiche per tutti i gusti: la scena della lavanda dei piedi delle suore che l’inquadratura dopo si alzano e vanno via tutte con le scarpe (facciapalmo); la scena della culla insanguinata buttata lì ad cazzum; la pagina sollevata dal fantasma che fa i compiti. Imbarazzo, sbadigli e facciapalmi à gogo.
C’è chi dice che questo film è una rappresentazione del cinema di Pupi Avati. E ‘sticazzi. Aridatece Lucio Fulci. Vivo o morto, redivivo zombi coi vermi che gli colano dall’occhio della cinepresa sporcata da grumi di sangue e pus. Anche così gli verrebbe una roba più guardabile. Aridatecelo. Lui sì che era un Signor Diavolo. 
P.S.
Mille grazie a Quinto Moro per aver recensito i film!
Vi invito tutti a passare a scoprire qualcuno dei suoi lavori, che potete trovate QUI.
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