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Il Triello – il buono, il brutto, il discreto: Mulan, Sto pensando di finirla qui e Ava

Visto che avete gradito il formato inventato da Quinto Moro, oggi anche io userò il Triello per parlarvi di tre film del 2020, uno buono, uno decente ed un altro decisamente brutto. Se volete potete leggere tutto facendo lo sguardo da Clint Eastwood.

IL BUONO
Sto pensando di
finirla qui (2020)
Ci sono registi e sceneggiatori che si guadagnano la fama di fare film in grado di chiedere allo spettatore uno sforzo di neuroni maggiore, come ad esempio Nolan. Poi ci sono registi e sceneggiatori che questi film, che per comodità chiameremo complessi, li fanno per davvero, come Charlie Kaufman.
Nolan sai chi ti saluta tantissimo? ‘Sto Kaufman!

Il genietto Newyorkese dietro a titoli come “Essere John Malkovich” (1999), il bellissimo “Il ladro di orchidee” (2002) e Synecdoche, New York, questa volta adatta per il grande schermo Netflix il romanzo omonimo di Iain Reid e ci regala un titolo che non passa inosservato: Sto pensando di finirla qui.

Lucy (Jessie Buckley) sta per fare un passo importante nella sua storia con il fidanzato Jake (Jesse Plemons), ovvero andare a conoscere i suoi genitori che vivono in una fattoria isolata. Per farlo prendono l’auto e guidano, e mentre guidano parlano del più e del meno, quel tipo di dialoghi che non sembrano il solito chiacchiericcio da personaggi cinematografici, ma suona più simile al modo con cui le persone parlano nella realtà, se non fosse per tutte quelle deviazioni cinematografiche nel discorso, ed è qui che devo partire con l’avviso ai naviganti.

“Sto pensando di finirla qui” parla tra le altre cose di un viaggio, psicologico? Nel tempo? Onirico? Un po’ tutto messo insieme, un film parlato, estremamente parlato, in cui mentre Lucy e Jake chiacchierano apparentemente del niente, mentre i primi venti minuti filano via lisci, ma anche se il film dura la bellezza di 134 minuti, vi assicuro che sembrano la metà, però mettetelo in conto prima di mettervi in viaggio.

I primi venti minuti? Tutti così, per con dialoghi che levati, ma levati proprio.

La bellezza di “I’m Thinking of Ending Things” sta nel suo giocare con i generi cinematografici, dietro a quell’aspetto da ricercato film di nicchia – tutto in formato 4:3, con le bande nere ai lati ad aumentare il senso di claustrofobia dei protagonisti – troverete uno stimolante gioco di specchi in cui non è chiaro niente, ma tutto trova una specie di senso se deciderete di farvi portare per mano da Charlie Kaufman in questa storia, dove dopo 134 minuti mi sono ritrovato a chiedermi: «Ma il protagonista del film è lui oppure lei?» (storia vera).

I genitori di Jake sono una Toni Collette che sembra uscita dritta da Hereditary e un David Thewlis che così fuori non stava dal 1996, e non è un caso se cito due film dalle atmosfere horror, perché “Sto pensando di finirla qui” in più di un momento ti fa pensare che da dietro un angolo spunterà un assassino, oppure un mostro. Il livello di ansia è quella di un horror anche perché ci dovrà essere una spiegazione all’invecchiamento improvviso dei due genitori no?

«Sempre meglio che riempirsi di Botox. Hai visto come diventano? Degli zigomi così!»

“Sto pensando di finirla qui” è un viaggio tra i generi cinematografici dove gli indizi sono pochi, ma il cinema tanto, ad un certo punto nel mare magnum dei dialoghi che sembrano non andare da nessuna parte, i due protagonisti si mettono ad analizzare “Una moglie” (1974) di John Cassavetes, ma non mancano riferimenti a tutti i musical più popolari, anche perché Jake pare davvero conoscerli tutti!

Ma è l’atmosfera a metà tra l’onirico e il grottesco a risultare davvero ipnotica, sarebbe facile citare David Lynch ma non mi sembra il paragone più azzeccato, me ne gioco uno ancora più compromettente, quella capacità di parlare di persone utilizzando un registro così vicino anche a quello del cinema horror, mi ha fatto pensare a Bergman, il che se non fosse chiaro è il complimento massimo.

«Non ci posso credere che ha davvero detto Bergman», «Si sì, lo ha anche scritto»

Nel finale poi Charlie Kaufman inclina così tanto il pavimento sotto i nostri piedini di spettatori, da farci scivolare in luoghi cinematografici impensabili, non voglio rivelarvi niente della trama, meglio sapete più sarà facile appassionarvi alla vicenda, ma in quello stranissimo finale mi sono ritrovato ad affermare: «Ma questa è la scena finale di… » seguito da un titolo di un film popolarissimo, insomma se volete un film che tenga impegnati in modo frizzante i vostri neuroni di spettatori, qualcosa di davvero complesso e in grado di offrire spunti interessanti al pubblico (non come Tenet), gettatevi su questa scommessa di Netflix, che con la sua rete a strascico tira su ogni tipo di film, anche una gioiellino come questo.

Anche se devo essere onesto, alla fine il film non è poi così difficile come potrei averlo dipinto, in buona sostanza è un riuscitissimo modo per mettere in scena la storia dei protagonisti, ma anche le sue possibili varianti, gli “e se…” di una vita, ma non vorrei rivelarvi altro, un film così va visto e scoperto un minuto alla volta, infatti potrei andare avanti con questo commento, ma sto pensando di finirla qui.

IL DISCRETO
Mulan (2020)

Si lo so! Lo so cosa state pensando, come mai Mulan non è “Il brutto”, il film che tutti stanno demolendo e che non merita di esistere. Non sono impazzito giuro, la politica di Disney di far uscire questo film sulla sua piattaforma Disney+, creando un account supplementare VIP, per il modico costo di 22 euro è una porcata, per tutti gli altri poveri come il sottoscritto, ma interessati comunque a vedere il film, sappiate che “Mulan” sarà disponibile su Disney+ a partire da dicembre. Oppure presso quei signori con la benda su un occhio quando volete voi, ma se la Disney vi chiede, non lo avete saputo da me.

Vi sono debitore di una doverosa premessa: ho visto “Mulan”, il film d’animazione del 1998 una sola volta nella mia vita, credo giusto un paio di anni fa, mi aveva colpito moltissimo l’incredibile scena della battaglia nella neve, una vera gioia per gli occhi.

Questa scena qui, anche se nel cartone animato era molto meglio.

Sapete benissimo come la penso sui rifacimenti con attori dei classici Disney, non ne ho apprezzato nemmeno mezzo, però devo provare ad essere intellettualmente onesto, a differenza di porcherie come La bella e la bestia, oppure l’oscena nuova versione di “Il Re Leone”, che sembra un documentario brutto del National Geographics, con animali inespressivi che attaccano a cantare, roba da rivalutazione storica immediata delle scimmie “smascellanti” di “Lancilotto 008”. Almeno questa nuova versione di “Mulan” cerca di modificare la storia, prendendo le distanze dal cartone animato e tentando di dare al tutto, un tocco più epico. Non ci riesce, ma almeno ci ha provato.

Ip Man: Made in China (ringraziate Quinto Moro per questa)

La storia è sempre quella chiaramente, anche perché è tratta da una leggenda Cinese: Mulan la ragazza che si finge uomo per arruolarsi e combattere contro dei generici cattivoni, che in questa versione del film, non sono più gli Unni, perché la Disney non vuole rischiare cause legali con nessuno. Chiamateli scemi, voi vorreste ritrovarvi a discutere con uno degli Unni? Con i loro modi gentili? Anche no, grazie.

“Mulan” tenta la via del Wuxia, gli intenti sono piuttosto chiari, conquistarsi il mercato Cinese perché alla Disney sono tutto tranne che cretini, nei Paesi dove Disney+ non è disponibile, questo film uscirà al cinema, ecco perché nel cast troviamo Jason Scott Lee nei panni del capo dei cattivoni (devo ancora scontare il fatto di aver recitato in “Dragon – la storia di Bruce Lee” del 1993), mentre il comandante sotto cui Mulan si ritrova a servire è il maestro Donnie Yen, che trova il tempo di fare due mosse delle sue anche sotto la pesante armatura.

«Dove vai Jason?», «Vado a scontare le mie colpe per aver interpretato il Maestro Bruce Lee»

Il problema di “Mulan” è che dura 115 minuti, che però sembrano molto di più, per via di alcuni passaggi piuttosto ridondanti come la presenza della strega interpretata da Gong Li, di fatto un riflesso oscuro della stessa Mulan, che però non fa altro che ribadire gli stessi concetti per cui una donna, in un ambiente maschile è vittima di pregiudizi, infatti il personaggio è considerato una strega, perché il medioevo ideologico è sempre dietro l’angolo e questo film pensato a tavolino, deve toccare tutti gli argomenti giusti, quelli elencati dal reparto vendite.

“Mulan” anche se si prende piuttosto sul serio, funziona nel raccontare ancora una volta la storia della ragazza che si finge uomo, la via scelta per farlo è un Wuxia che potremmo definire per tutti, ancora più dei vari La tigre e il dragone. Devo essere onesto, ero partito per smontarlo e demolirlo questo film, invece per parecchie parti del suo minutaggio l’ho seguito senza storcere troppo il naso, aver visto il film del 1998 una sola volta ha aiutato, me ne rendo conto.

La gatta Mulan sul tetto che scotta Wuxia.

Di suo “Mulan” è un film senza particolari guizzi, ma nemmeno così tremendo come sento parlare in giro, non ho nessuna intenzione di ergermi a voce fuori dal coro così, per spiccare immotivatamente tra la folla, credetemi, non mi frega proprio nulla, però vorrei condividere una riflessione con voi: questa versione di Mulan è un brutto film perché è diverso dalla versione del 1998? Perché da quello che mi è sembrato di capire, operazioni a mio avviso davvero orribili (come il già citato “Il re leone del National Geographic”), invece sono state molto apprezzate dal pubblico perché facevano leva sull’effetto che potremmo chiamare “Ma è uguale!” (con ditino puntato verso lo schermo). Ovviamente non ho una risposta, ma sul tavolo io metterei anche questo argomento. Piuttosto, passiamo alle critiche vere al film.

Da qui in poi, le critiche al film: una tonnara!

Quello che ha di criticabile “Mulan” è tutto il contesto, che però sta attorno e fuori dal film: la politica della Disney di venderlo ad un prezzo esagerato su una piattaforma che comunque ha già il suo abbonamento, oppure le polemiche legate alla protagonista Liu Yifei, che nel film fa un lavoro eccellente, caricandosi tutta la storia sulle spalle e risultando credibile sia in panni femminili che maschili, noi lo diamo per scontato, ma questo trucchetto era molto più facile da rendere credibile con l’animazione, piuttosto che con gli attori. L’attrice ha avuto la “colpa” di non aver preso le distanze dalle contestazioni in atto ad Hong Kong, tanto da scatenare un tentativo di boicottaggio del film (storia vera). Ma anche qui, bisogna ragionare a mente fredda, siamo sicuri che gli attori cinesi abbiano davvero la possibilità di esprimersi liberamente riguardo alla politica del loro Paese? Io ho i miei seri dubbi in merito.

Quindi se lo devo analizzare da spettatore, “Mulan” in quanto ennesimo rifacimento di un classico venduto ad un prezzo assurdo, è un’operazione da bocciare, ma analizzando solo il film risulta appena meno peggio di quello che sentirete dire in giro, su questo bisogna essere onesti, anche se non ho proprio capito dove siano stati spesi tutti i 200 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti defunti che questo film è costato.

Nessuna fenice risorgerà da tanta pessima CGI.

Di sicuro non nella CGI veramente imbarazzante, con cui è stata realizzata la fenice che svolazza nel film, eppure oggi, 2020 anno del Covid-19 topo secondo il calendario cinese, forse “Mulan” rischia di andare anche in positivo, Tenet di Nolan, costato lo stesso numero di bigliettoni, non si è ancora pagato la spesa. Anche se il problema più grosso di “Mulan” è un altro, nel suo essere palesemente un film pensato a tavolino – una storia di emancipazione femminile che però faccia fare soldi sul mercato più grosso del pianeta, quello orientale – sacrifica il draghetto Mushu, assente forse giustificato, per realizzarlo con quella CGI pezzente, meglio tenerci la versione animata del 1998! Che poi forse è il commento migliore che potevo fare di tutta l’operazione “Mulan 2020”.

IL BRUTTO
AVA (2020)

Se per caso vi fosse venuto in mente per un istante che “Ava”, con Jessica Chastain, fosse il nuovo Nikita, sono qui per dirvi che non è nemmeno degno di essere la nuova pubblicità dell’omonimo detersivo.

Tate Taylor è un attore che ultimamente si è buttato sulla regia, “The Help” è stato molto apprezzato in generale, ma è il tipo di film che può amare solo mia madre, mentre “Ma” (2019) era una storiella di bullismo che sprecava una bravissima Octavia Spencer. Insomma Tate bene, ma non benissimo, figuriamoci ora che ha deciso di cimentarsi con il genere action.

Jessica, Pistola. Pistola, Jessica. Ora che abbiamo fatto le presentazioni è previsto di vedere un po’ di azione?

Jessica Chastain è la solita spia senza identità il cui passato viene descritto in maniera frammentaria sui titoli di testa del film, tanto è talmente un personaggio visto e stravisto che non serve aggiungere altro. Nella prima scena del film si finge autista per assassinare Ioan Gruffudd, che più passano gli anni più diventa identico a Stefano Accorsi. No, non è un complimento.

I due in auto parlano del più e nel meno, poi parte la scena di seduzione più pallosa di sempre e senza che la fisica di base lo conceda, con un tattico stacco di montaggio, nell’inquadratura successiva una pistola compare nella mano di Jessica Chastain. Siamo a meno di cinque minuti dall’inizio e ho già voglia di spegnere e mettermi a fare qualcosa di più utile, tipo insegnare ai pesci rossi a giocare a pallacanestro.

Il resto sono infinite chiacchiere, arriva l’ex fidanzato (ma ancora cotto) di Jessica Chastain e i due parlano per qualcosa tipo dieci ore, poi arriva il mentore dell’assassina, John Malkovich che deve avere un mutuo gigantesco, visto quanto lavora. Insieme i due personaggi parlano per ore ed ore sul complesso passato della donna, lo stesso che era già stato riassunto nei titoli di testa del film.

«Rata a trent’anni, tasso fisso. Non ne vedo la fine»

Poi arriva il cattivo, Colin Farrell (a proposito di persone dal mutuo gargantuesco) che per mettere in chiaro il suo ruolo di cattivo, qui recita con baffo e capello in stile gioventù Hitleriana, ma l’ultima faccia nota è quella di Geena Davis, nel ruolo della mamma malata della protagonista, che sarà pure malata, ma anche lei parla per ore ed ore!

Il baffo di chi è già pronto ad invadere la Polonia.

Quando poi l’azione comincia risulta davvero imbarazzante, Jessica Chastain si muove come una che sta pensando alla prossima mossettina della coreografia imparata a memoria da fare, nello scontro finale con Colin Farrell poi, si raggiungono vette di imbarazzo: basta guardare i movimenti dei due attori, diventa palese il modo in cui si aspettano, come a dire, ora tu mi devi fare una gomitata, io devo pararla, poi devo darti un calcetto, ma poi mi devi prendere al volo quando salto. Insomma tutto quello che non si dovrebbe mai notare in un film d’azione, almeno uno fatto come si deve.

Poi vorrei capire, cos’è questa novità per cui tutti ad Hollywood si sono messi in testa di poter fare gli eroi d’azione? Sarà colpa di Liam? Di Charlize? Di sicuro Jessica Chastain guarda, lascia proprio perdere, questa roba non fa per te, non diretta da Tate Taylor almeno. Infilare nel film Geena Davis non fa di “Ava” un seguito ideale di Spy, anzi la prossima volta che il film di Renny Harlin passerà in tv (lo fa una volta al mese almeno), provate a dirmi che è brutto, vi costringerò a guardare “Ava” a ripetizione!

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