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Il Triello – il buono, il brutto, il discreto (speciale Horror): Litte Monsters, Antrum e You should have left

Visto che avete gradito il formato inventato da Quinto Moro, oggi anche io userò il
Triello per parlarvi di tre film Horror del 2020, uno buono, uno decente ed un
altro decisamente brutto. Se volete potete leggere tutto facendo lo sguardo da
Clint Eastwood.
IL BUONO

Antrum – Il film
maledetto (2020)
Ci tengo a sottolinearlo, ho visto il film qualche giorno
fa è tutto sommato sto bene. Nel caso non vedeste più aggiornamenti sulla Bara
Volante, è stato un piacere conoscermi ma soprattutto, è stato “Antrum” a fare
quello che (per fortuna pochi) da tempo vorrebbero fare, ovvero zittirmi per
sempre.
Trovo divertentissimo il fatto che molti si siano offesi
quando hanno scoperto che “Antrum” non è vero, perché qualche film lo è per
caso? In un’epoca in cui le notizie false prosperano, un film falso fa ancora
abboccare tanti all’amo come Cavedani in amore.
“Antrum”, il film maledetto che ha provocato incendi nei
film festival dove è stato trasmesso e ha ucciso molti critici che lo avevano
visto in anteprima nei modi più disparati, un po’ come se fosse la VHS di The Ring oppure “La Fin Absolue du Monde”, il film falso di Cigarette Burns di John Carpenter, a cui “Antrum” viene apertamente
paragonato, nella breve introduzione con cui lo trovate su Amazon Prime.

Il famosissimo dottor Storiavera, laureato in Ballelogia.

Già, perché un film proveniente dall’est Europa girato
negli anni ’70 e scomparso da allora, dopo aver ucciso (sempre secondo l’introduzione
tutta rigorosamente senza date), svariate persone è approdato comodo su una
delle più popolari piattaforme di streaming, vabbè anche questo è parte del
gioco della mockumentary di Michael Laicini e David Amito.

Non era meglio scavare nella sabbia al mare ragazzi? No vero?

L’introduzione di “Antrum”, con tanto di conto alla
rovescia prima dell’inizio del film è un modo molto riuscito di sollecitare la
curiosità dello spettatore, convincendolo a partecipare a questo gioco. A suo
modo è un po’ come ripetere: occhio che la pentola scotta! Anche se la pentola
in questione è fredda gelata. Però quando ti avvicinerai come lo farai? Con
spavalderia o con attenzione? Qui è più o meno la stessa cosa.

“Antrum” è la storia di due ragazzi che in un bosco da
qualche parte, scavano un buco per raggiungere l’inferno e mettersi l’anima in
pace, dopo la morte dell’amato Labrador di casa. Nicole Tompkins e Rowan Smyth,
hanno entrambi ruoli più o meno grandi in film contemporanei, quindi è
improbabile che possano essere stati protagonisti di un film perduto degli anni ’70,
anche solo per ragioni puramente anagrafiche, però sono così bravi da tenere
sulle spalle tutta la pellicola, che è un omaggio al cinema di quel decennio
per musiche, finti graffi sulla pellicola ma anche trovate esagerate, come lo
scoiattolo demoniaco (davvero!?) che sembra uno dei peluche mordicchiati
preferiti del mio cane.

Anche il testo nel libro alimenta il gioco di finzione del film.

Il film è diviso in capitoli, tutti annunciati dai vari
capitoli del libro (ovviamente falso) usato dai protagonisti, una sorta di Necronocimon
che scandisce la discesa all’inferno dei due fratellini e la varie fase del
gioco messo su da Michael Laicini e David Amito, che riesce ad essere a tratti
incredibilmente naif ma anche piuttosto sinistro, un classico caso di “non è
vero ma ci credo”, che poi ci chiede solo di fare quello che facciamo sempre con i
film: credere ad una storia che sappiamo essere finta.

Michael Laicini e David Amito mescolano tutti i cliché
del genere horror, dai cannibali, ai demoni all’idolo sacrilego che sembra una
strizzata d’occhio a “The Wicker Man” (1973), il risultato è un horror onesto
nel suo essere volutamente disonesto, peccato forse per il prologo finale, che mostra un po’ troppo i fili che muovono le marionetta, ma che sembra anche una
sorta di “dietro le quinte” alla realizzazione, insomma qui si gioca a carte
scoperte, per chi ha voglia di sedersi al tavolo.

Semplice casualità? Io non credo… o forse sì, boh!

Quindi “Antrum”, con i suoi demoni che compaiono come i
fotogrammi montati ad arte da Tyler Durden, e i suoi messaggi subliminali che
farebbero la gioia di MikiMoz, riesce a tenere abbastanza sulle spine, una
trovata che è più furbetta che davvero intelligente, ma che personalmente mi ha
divertito perché il formato della mockumentary mi ha sempre appassionato e poi,
in un periodo in cui molti loschi figuri, ben più pericolosi dei demoni di
“Antrum”, vivono e prosperano sulle notizie false, ci vuole un film che ci
ricorda che dubitare, a volte è la mossa migliore.

IL DISCRETO

Litte Monsters
(2020)
Lupita Nyong’o,
bellissima in giallo mentre suona all’Ukulele pezzi di Taylor Swift. Chris Hemsworth
Liam Hemsworth Luke Hemsworth Un tale che somiglia ad uno degli
Hemsworth ma costa meno (Alexander England), nei panni di un metallaro ben poco
responsabile. Un bimbo molto simpatico in fissa con “Guerre Stellari”. Alcuni zombie.

“Gna” (cit.)

Più o meno questo è quello che vi serve sapere su “Little
Monsters”, commedia horror ambientata in Australia e diretta da Abe Forsythe.
Ora io non so voi, ma nel paragrafo precedente posso trovare cosette che mi piacciono e
che mi urticano in parti uguali, quindi il rischio con questo film, era molto
alto, ma il risultato finale è un film che porta a casa la pagnotta, non fa nulla
di nuovo nemmeno per errore, ma intrattiene alla grande per 93 minuti. Ho
iniziato a guardarlo con diffidenza, ho finito per divertirmi anche abbastanza,
tutto sommato un successo.

L’idea dell’irresponsabile che si rifiuta di crescere, l’abbiamo già vista in “School of Rock” (2003) e ancora meglio in Shaun of the Dead, il bambinone qui ha
un po’ di entrambi i protagonisti dei film citati, perché Dave pensa solo alla
sua band Heavy Metal, ignorando la fidanzata che infatti lo molla nel peggiore dei
modi. Per rifarsi del colpo subito, Dave sfrutta il nipotino Felix (Diesel La
Torraca, a mani basse il migliore del film), per cercare di infilarsi nelle
mutande della bella insegnante Miss Audrey (Lupita Nyong’o. No scherzavo, è lei
la migliore del film a mani basse). Già l’idea di un Metallaro carico di ormoni, in gita con la scolaresca del nipote, è un generatore di gag che il film
sfrutta finché può farlo, dopodiché terminata la benzina per lo spunto,
arrivano gli zombie.

“MIO AMORE PER TE SCATENATO BERSERKER!” (Cit.)

Gli zombie! I cari vecchi zombie! Che qui non parlano e
non corrono (per fortuna), sono i soliti zombie generati per errore da qualche
casino avvenuto nella locale base militare, perché anche l’esercito Australiano
ogni tanto pianta un bordello e scatena l’apocalisse, mica solo i
pipistrelli cinesi
gli americani!

“Little Monsters” è una Rom-Com che diventa di colpo una
Zomb-Com, dove il nostro irresponsabile protagonista dovrà vedersela con i
piccoli mostri, assediato come richiede ogni buon film di zombie dal 1968 ad oggi, da voraci morti viventi.
Difetti del film? Ad un certo punto ai personaggi scappa di parlare e parlando,
completano a chiacchiere il loro arco narrativo, quindi Dave matura e inizia a capire Taylor Swift,
Miss Audrey non è per forza la “miss perfettina” che sembra, mentre l’odioso
intrattenitore di bambini Josh Gad, sembra la confessione dello stesso Josh Gad,
uno che ormai è diventato il
rappresentante del cinema di Walt Disney.

Avete presente i personaggi che vi fanno tifare per gli zombie? Ecco, Josh Gad.

Peccato perché è molto più divertente al cinema quando
gli eventi accadono (e vengono mostrati), piuttosto che essere raccontati, ecco
perché la confessione del sesso dipendente Josh Gad azzoppa un po’ il ritmo del
film, mentre vedere Lupita Nyong’o tentare di giocarsi la carta “La vita è
bella” (1997), facendo credere ai piccoli alunni che è tutto un grande gioco, un
trucchetto che dura poco e infatti porta l’insegnante sull’orlo di una crisi di
nervi, che Lupita gestisce con una prova di recitazione, che da sola merita la
visione del film: due atti di pellicola a mantenere la calma, rispondendo in
maniera pacata e gentile anche alle richieste più assurde, solo per esplodere a
denti stretti in un singolo momento, facendoci vedere che dietro
all’Ukulele e ai sorrisi, si trova una leonessa, sull’orlo di una crisi di nervi,
forse già matta con il botto, sicuramente più tosta di tutti quelli con lei
nella stessa stanza. Più vedo recitare questa ragazza, più la vorrei vedere in
tutti i film, almeno quando la lasciano libera di dar sfogo al suo talento
(veeeeero GIEI GIEI?).

All’Asilo si sta bene e s’imparan tante cose, la maestra ci vuol bene…

In “Little Monsters” a funzionare poi sono decisamente gli
zombie, che entrano a far parte della storia cambiando di colpo il genere della
pellicola, senza particolari presentazioni, tutti sanno già cosa bisogna fare
davanti ad uno di loro (scappare!) e se non altro, sono realizzati con trucchi
ed effetti speciali artiginali che garantiscono il giusto quantitativo di
sangue.

Di insopportabile forse il protagonista, a bene guardare pur
maturando, Dewey Finn non rinunciava al suo Rock e Shaun non dimenticava le cazzate fatte con gli amici, per questo il
loro arco narrativo era più riuscito di quello di Dave, ma tanto con una Lupita
così, anche il protagonista passa quasi totalmente in secondo piano, messo da
parte anche da Felix, nella sua spassosa interpretazione di Darth Vader, cento
volte migliore anche di Jake Lloyd!

“Trovo insopportabile la tua mancanza di fede” (Cit.)

IL CATTIVO

You should have
left (2020)
David Koepp è l’uomo delle imprese impossibili, come
adattare Michael Crichton e sfornare la sceneggiatura di un capolavoro del cinema, oppure prendere
tutta l’iconografia di Spidey e firmarne un altro. Nel mezzo metteteci gioiellini come “Panic Room” (2002), ma anche
mezzi disastri come “Secret Window” (2004), un film di cui mi è piaciuto solo il
bel post del Zinefilo.

“L’importante è che non ci siano Graboidi in giro…”

Koepp qui ci riprova, questa volta adatta per il grande
schermo il romanzo “Du hättest gehen sollen” (2017), scritto da Daniel Kehlmann, affidando il ruolo del protagonista a Kevin Bacon, riformando così la coppia di
“Echi mortali” (1999), film che ai tempi mi era piaciuto, ma da allora non l’ho
mai più rivisto, dite che sarebbe ora di ripassare?

Gavino Pancetta è Theo, uno che ha cercato di superare la morte
per affogamento (nella vasca da bagno) della precedente moglie, passando
attraverso un periodo nero di notorietà non richiesta. Ora si è rifatto una
vita con la nuova mogliettina Amanda Seyfried, insieme
hanno avuto una bimba di nome Ella (adorabile, se la gioca con il Felix del
film precedente in questa categoria).

Una foto a caso di Amanda Seyfried, anche perché quando vi capiterà di rivederla sulla Bara Volante?

La differenza di età tra Gavino e Amanda è oggetto di una
spassosa gag iniziale, lei attrice impegnata in una scena Hot (solo “sonora”
tranquilli, non serve agitarsi) è forse la prova che Koepp sa davvero come
scrivere personaggi caratterizzandoli con poco o niente, peccato che poi il
film si trasformi nella solita storia: prendiamo in affitto una casa in Galles,
facciamo una vacanza, rilassiamoci!

La casa in questione non è quello che sembra, come il TARDIS del Doctor Who é più grande al suo
interno che fuori, geometrie non cartesiane che sarebbero piaciute a Lovecraft,
per una storia di fantasmi che sarebbe anche interessante e ben recitata
(Gavino Pancetta si carica il film in spalla facendo reparto da solo), ma che
Koepp trova il modo di far scadere nel banale.

“Il muratore che ha tirato su questa parete era sicuramente ubriaco…”

Le apparizioni che compaiono frettolosamente alle spalle
dei personaggi, sono TUTTE sottolineate da un aumento dell’audio, il famigerato
“Salto paura” che ormai non fa più paura a nessuno, al massimo annoia. Ecco
quindi che la storia di un uomo che cerca la sua serenità e si ritrova ad
affrontare (letteralmente) i suoi fantasmi, diventa un “Secret Window 2.0” meno
riuscito, più palloso e malgrado la formula Blumhouse del budget risicato, qui
sono proprio le idee fresche a mancare.

Probabilmente il Covid-19 ha rotto le uova nel paniere a
Jason Blum, anche per via dei nomi coinvolti “You should have left” era nato
come film per la sala, un titolo su cui scommettere che proprio grazie ai suoi
spaventelli e la trama tutto sommato consolidata, poteva essere un successo
sicuro, ma visto nella comodità di casa, mostra tutti i limiti di un’operazione
non all’altezza dei nomi coinvolti, Gavino a parte, lui è una sicurezza, dove
lo metti recita.
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