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Il Triello (speciale Horror): Fantasy Island, The Lodge e Sea Fever

Visto che avete gradito il formato inventato da Quinto
Moro, torna il Triello per parlarvi di tre film del 2020, uno buono, uno
decente ed un altro decisamente brutto, ma per l’occasione tutti e tre horror.
Se volete potete leggere tutto facendo lo sguardo da Clint Eastwood. Da qui in poi vi avviso… Seguono SPOILER!
IL BUONO

The Lodge (2020)
Severin Fiala e Veronika Franz, sono rispettivamente nipote
e zia, su questa Bara li ricordiamo per il loro Goodnight Mommy, un horror a tema familiare, diretto da due che
sono anche parenti nella vita.
La storia era quella di due bambini che non riconoscevano
la madre dopo un’operazione chirurgica al volto, facendo subire alla poveretta
di cotte e di crude nella loro villa isolata dal mondo, in un clima di paranoia
in cui non era chiaro chi mentisse sulla propria identità e chi no.
“The Lodge” (che potremmo tradurre più o meno, “lo chalet”
o “il rifugio di montagna”) è stata una delle tante sceneggiature proposte alla
coppia di registi per esordire negli Stati Uniti, non è difficile capire perché
abbiano scelto proprio questa, di fatto la storia è quasi la stessa di “Goodnight
Mommy”, solo che lo chalet (come Evil Dead) si trova vicino ad un lago (come il campeggio di Crystal Lake) nel mezzo di una nevicata clamorosa (come Shining). Io mi chiedo, cosa potrebbe
andare storto durane una vacanza in famiglia in un posto così? Cosa mi chiedo!?

Un allegro posticino per le vacanze in famiglia.

Prodotto dalla storica e rediviva Hammer Film, “The Lodge”
è un’altra storia di paranoia familiare tra quattro pareti di casa, una
situazione che abbiamo imparato a conoscere bene in questi strambi giorni di
Fase Uno ancora vivi nella memoria.

Grace Marshall (la bella Riley Keough, qui molto brava a
sporcarsi le mani e anche il naso a ben guardare) è una ragazza dal passato
tormentato, nuova fidanzata di papà Richard, che vorrebbe tanto farla conoscere
ai suoi figli, Aidan e Mia, figli del precedente matrimonio dell’uomo con Sara,
una rediviva (più della Hammer!) Alicia Silverstone in un ruolo piccolo in cui
fa un ottimo lavoro, anche se ci ho messo un’ora a riconoscerla (storia vera).

Anche a distanza di anni, ogni volta che la vedo, parte la colonna sonora.

Papà Richard lascia fidanzata, figli e cagnetto nella baita con la promessa di ritornare presto (il furbone…) ed è qui che scatta la
paranoia. Bloccati dalla neve e in balia di strani eventi, il film sembra
scivolare lentamente ma inesorabilmente in zona “The Others” (2001), ma è solo
una delle numerose svolte di una trama che si snoda lenta, scoprendo le carte
poco alla volta.

Sarà tutto uno scherzo organizzato dai ragazzi ai danni
della nuova arrivata? Farle sparire le medicine e spiarla mentre fa la doccia
sono la conferma che qualcosa non va e i confini dello scherzo si sono
sfilacciati troppo? Alla pari di “Goodnight Mommy” (che però avevo trovato più
riuscito), il film va in crescendo di paranoia fino alla (non)rivelazione
finale, che ammettiamolo, non è impossibile da intuire ma poco importa, perché Severin
Fiala e Veronika Franz riescono sempre a distrarti dalla facile soluzione del
mistero, facendoti concentrare sempre sulla nuova svolta, ogni volta più
drammatica e ansiogena.

Una Riley Keough un po’ più sfatta del solito (ma capitela, ha avuto un brutto fine settimana)

Insomma “The Lodge” conferma nipote e zia come due
registi capaci di raccontare la paranoia al cinema, anche se leggerissimamente in fissa
con le storie in cui l’orrore nasce in famiglia, istruzioni per l’uso: se avete
già visto “Goodnight Mommy” potreste rischiare di confondere le due storie,
inoltre per molti passaggi drammatici, il doppiaggio Italiano non aiuta, quindi per “The
Lodge”, se ne avete la possibilità e la voglia, vi suggerisco (come
sempre) la lingua originale, detto questo, vorrei capire perché le case delle
bambole sono sempre più popolari negli horror contemporanei, dopo Ghostland ed
Hereditary, aggiungete anche questo film alla lista di quelli in cui si fa un
utilizzo sinistro di una casa della bambole. Proprio vero che nel 2020 l’orrore
e il senso di angoscia passa per lo stare in casa e in famiglia, Severin Fiala
e Veronika Franz forse lo avevano intuito prima di tutti.

IL DISCRETO
Sea Fever (2020)
L’Irlanda è una fucina di piccoli titoli Horror uno più
gustoso dell’altro, l’ultimo che mi è capitato di vedere è stato questo “Sea
Fever” diretto da Heasa Hardiman, un film dove l’orrore spunta dagli abissi oceanici.

Siobhán (Hermione Corfield… Gli effetti del successo di
Harry Potter cominciano a vedersi) è una ricercatrice esperta di fauna marina,
pronta ad imbarcarsi sulla nave guidata dallo skipper Gerard (Dougray Scott) e
da sua moglie Freya (Connie Nielsen). Piccolo problema, Siobhán da buona
Irlandese ha i capelli rossi e si sa che i marinai sono tra le categorie di
popolazione più scaramantiche di sempre. Ma davvero avere una rossa a bordo
sarà poi tutto questo problema? Cosa potrà accadere mai di male in fondo? Ecco,
di tutto!

Questo razzismo nei confronti delle rosse non lo capirò mai, tzè!

“Sea Fever” non inventa poi davvero nulla di nuovo, si
gioca benissimo tutte le sue carte e procede dritto per la sua strada
attraverso personaggi ben caratterizzati, un approccio scientifico interessante, in grado di giocarsi una mostruosità marina davvero degna di nota.

“Ho una brutta sensazione, temo che Cassidy stia per paragonarci ad un film di Carpenter… Allora saranno dolori!”

La “febbre di mare” (che se ne vaaaaa, dove gli
pareeeeee, dove non… Ehm scusate) è la classica situazione che mi piace tanto
vedere in un film, perché riassume alla perfezione la natura umana: metti tante
persone a stretto contatto in un luogo chiuso, fai scattare la scintilla del
dubbio e stai sicuro che l’umanità mostrerà il suo volto migliore. La paranoia
da creatura che si scatena a bordo della piccola nave è la classica situazione
in stile La Cosa di Carpenter,
applicata al caso dei sei ciechi che cercano di descrivere com’è fatto un
elefante, dopo aver potuto utilizzare solo il tatto per carpire informazioni.

Adorabili bestiole (luminescenti) sottomarine.

Allo stesso modo l’equipaggio della nave, in un clima di
paranoia crescente e informazioni mancanti, penserà di avere a che fare con
alcuni piccoli animaletti marini, con ventose da polpo particolarmente
cresciute forse, anche se presto si troverà davanti una meraviglia subacquea
davvero notevole, almeno se siete appassionati di Horror, se invece siete bloccati su
una nave alle prese con una creatura del genere, forse potreste trovarla un
pochino meno meravigliosa.

Insomma “Sea Fever” non inventa molto, ma utilizza al meglio
ogni elemento della storia, meglio che provare a puntare troppo altro con il
rischio di strafare, come accade al prossimo candidato.
IL BRUTTO
Fantasy Island
(2020)
Quasi me lo immagino Jason Blum nel suo ufficio, che per
caso scopre che qualcuno ha prodotto una commedia Horror ispirata ai Banana Splits: «Qualcuno qui sta facendo
soldi sfruttando i vecchi programmi televisivi degli anni ’80… E quel qualcuno
non sono IO! Trovate tutte le serie televisive, i programmi e i cartoni animati
da sfruttare! Portatemi i miei soldi!».

Vi ricordate il vecchio “Fantasilandia”? Ecco, dimenticatelo.

Il risultato è che i diritti di sfruttamento di “Fantasilandia”, la vecchia serie della ABC andata in onda fino al 1984, con Ricardo Montalbán e
Hervé Villechaize, sono finiti nelle grinfie della Blumhouse, che ha pensato di
trasformare tutto in una stranissima operazione, forse in grado di scontentare
tutti.

Si, perché oltre a frettolose strizzate d’occhio infilate
a forza nella storia, un attimo prima dei titoli di coda (si, sto pensando alla
genesi del nuovo Tattoo e alla ragione del suo nome… Gulp!), questo “Fantasy
Island” non somiglia quasi per nulla ai ricordi di chi ai tempi, guardava “Fantasilandia”
in televisione, inoltre sono piuttosto sicuro che il pubblico più giovane, non
abbia mai nemmeno sentito parlare del ricchissimo signor Roarke e della sua
isola in grado di esaudire i desideri di chi andava a visitarla, con tanto di
morale edulcorata, alla fine di ogni episodio.
Nel film diretto da Jeff Wadlow (già regista del non
proprio irresistibile Obbligo o verità
sempre per la Blumhouse) il nuovo mr. Roarke ha il faccione di Michael Peña che
tenta invano di risultare sinistro, ma quando ci prova sembra sempre una sorta di Doraemon latino americano.

Michael Peña, pacioccoso anche quando fa la parte del malvagio.

Tra gli ospiti dell’isola, giovanotti e giovanotte che dovrebbero
nelle intenzioni, infrangere i soliti stereotipi relativi ai protagonisti degli
horror, ma in realtà sembrano studiati fin troppo a tavolino per rappresentare
tutte le categorie di genere in modo da non escludere nessuno, forse per questo
la protagonista è la bella (e mai davvero artisticamente compita) Maggie Q.

“Qualcuno ha trovato il resto del mio cognome? Mi è rimasta solo la prima lettera”

Ma è proprio il tono di questo “Fantasy Island” ad essere
strambo e sghembo, essendo specializzati in horror alla Blum house, hanno pensato
di trasformare le fantasie di Roarke in incubi ad occhi aperti, ma il risultato
cerca di tenere i piedi in troppe scarpe. Troppo distante dallo spirito della
serie originale, ma nemmeno abbastanza feroce e grondante sangue da risultare
satirico per davvero.

A ben guardarlo “Fantasy Island” è un film che riesce a
tenere abbastanza in tensione, con qualche pennellata di educata emoglobina,
che potrebbe risultare perfetto per un pubblico generico che guarda un horror
ogni tanto e magari, non ha mai nemmeno sentito parlare di “Fantasilandia”. Insomma Giasone Blum questa volta ha provato a sparare nel mucchio grosso del pubblico generico, con
i suoi 50 milioni di dollari raggranellati tra i botteghini di tutto il mondo,
alla fine il vecchio Jason è caduto ancora una volta in piedi, anche se il film
resta uno dei più dimenticabili della Blumhouse.

Michael Rooker, più sconvolto del solito (e il suo solito è già ad un livello molto alto)

Si salva giusto qualche faccia azzeccata, come ad esempio
due pazzi abitanti dell’isola, interpretati in due specialisti in “facce brutte”
come il sicario Devil Face, la cui maschera da diavolo, fa molta meno paura
dello sguardo spiritato del mitico Kim Coates. Oppure il naufrago
rinselvatichito da anni di cattività di Michael Rooker in un ruolo purtroppo
fin troppo breve.

Anche se a distanza di un po’ di tempo dalla visione del
film, posso confermare che l’unica che verrà veramente ricordata per questo
film sarà Charlotte McKinney, la sua Chastity passa tutta la pellicola in
bikini e il film sarà anche brutto, ma lei proprio per nulla credetemi.

A mani basse, Charlotte resta la parte migliore del film.
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