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In compagnia dei lupi (1984): nonna che occhi grandi che hai

Il cinema, anche quello contemporaneo, è molto interessato ad adattare le fiabe per il grande schermo. Quando qualcuno ancora oggi ciccia fuori con un adattamento in chiave moderna di una vecchia favola, per quanto possa essere creativo e visionario (parolona da cinefili con la pipa e gli occhiali), non arriverà mai dove osava Angela Carter.

Giornalista, scrittrice, femminista e armata di una prosa che ben si adattava ai generi come Horror e Fantasy, Angela Carter nel 1979 pubblicò “La camera di sangue” non con l’intenzione di scrivere nuove versioni delle fiabe classiche, ma per citare le sue stesse parole «estrarre il contenuto latente dai racconti della tradizione», per carità non parlate di “favole per adulti” come fatto nell’edizione americana del libro! Angela Carter odiava quella definizione (storia vera).

Bella coi lupi.

Chi invece amava “La camera di sangue” erano tutte le altre forme dell’intrattenimento e della narrazione, infatti come accaduto per la “Guida Galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, il primissimo adattamento fuori dalla carta stampata del lavoro di Angela Carter fu uno sceneggiato radiofonico del 1980, secondo voi il cinema poteva essere da meno? Ed è a questo punto della storia che entra in scena Neil Jordan.

Irlandese purosangue, un regista che ha zompettato tra i generi come hanno fatto in pochi, passando dal dramma, all’horror, al noir senza troppa difficoltà. Troppo facile citare i suoi film più famosi, oggi vorrei ricordare questo, il suo secondo film da regista, non solo perché si sposa bene con il filone dei film con lupi mannari che ho in corso in questo 2021 di celebrazioni licantrope, ma soprattutto perché è un oggettino ben strano, passato fin troppo sotto silenzio e dimenticato ingiustamente troppo presto.

Angela Carter, la madre della compagnia dei lupi.

Angela Carter ai tempi non aveva mai collaborato con il mondo del cinema e non sapeva da che parte cominciare, in compenso Neil Jordan aveva firmato solo il suo film d’esordio “Angel” del 1982, in ogni caso insieme dopo un incontro a Dublino, i due trovarono un modo, infatti la sceneggiatura del film è firmata a quattro mani da questi due artisti, seguendo parecchio la struttura ad episodi dell’adattamento radiofonico. Le differenze tra sceneggiatura completa e film ultimato, molte delle quali dovute ai budget non proprio da capogiro e dalla tecnologia non ancora all’altezza nel 1984, sono stati ripescati da Angela Carter nel suo libro “The Curious Room” (1996). L’idea di utilizzare nella storia una cornice ambientata in un Inghilterra contemporanea, che introduce l’elemento onirico nella storia, fu una trovata suggerita da Jordan (storia vera).

Questo spiega l’inizio “moderno”, con il pastore tedesco di famiglia impegnato a correre nel bosco, per introdurre papà David Warner e mamma Tusse Silberg, genitori della giovane Rosaleen (Sarah Patterson) che dorme al piano di sopra, dando il via al film Matrioska, fatto di storie dentro ad altre storie, che però sembrano tanto un sogno dentro ad un altro sogno, a ben guardare tutti insieme dentro ad un sogno più grande. Ho reso l’idea oppure vi siete già addormentati? Spero di no, ora comincia il bello.

Le facce giuste: David Warner.

“In compagnia dei lupi” è composto da quattro grandi storie, che parlano di sessualità (soprattutto femminile), violenza, horror, vendetta e più in generale racconti ammonitori, concedetemi la traduzione diretta dell’anglofono “Cautionary Tales”, storie che ti mettono in guardia, considerando il femminismo di Angela Carter, il più delle volte dagli uomini.

Infatti il primo racconto inizia con una fotografia “smarmellata” (cit.) che fa subito atmosfera onirica, con lupi in corsa nel bosco, funghi giganti e un funerale. Considerando che abbiamo già avuto il primo morto, nella zona delle operazioni chi non potrebbe mai mancare? Angela Lansbury! La leggendaria signora in giallo che qui interpreta la nonna di Rosaleen e la narratrice di quasi tutti i racconti dentro il racconto.

Con una nonna così, anche il lupo farebbe meglio ad avere paura!

Il primo ad esempio comincia con il più classico degli ammonimenti, il Tolkeniano “non abbandonare il sentiero”, applicato ad un altro elemento del folklore Inglese, quello secondo cui gli uomini con le sopracciglia unite finiscano a giocare nei Los Angeles Lakers fortemente voluti da LeBron James pronto a sacrificare mezza squadra per averli siano dei lupi mannari. La sorella di Rosaleen è stata uccisa da lupi con il pelo fuori, quindi destinata al paradiso, mentre bisogna guardarsi dagli uomini che il pelo secondo la nonna, lo hanno all’interno, quelli che se ti uccidono ti spediscono all’altra estremità del paradiso, diciamo dalla concorrenza.

Il primo racconto infatti è quello di una pel di carota che si sposa un uomo affascinante con le sopracciglia unite, interpretato da uno degli attori feticcio di Neil Jordan, il bravissimo Stephen Rea. Il marito sembra avere solo pregi, se non fosse che un giorno sparisce per non tornare più. Sigarette da comprare? No direi più che altro luna piena.

L’attore feticcio di Jordan, con le sue strane sopracciglia licantrope.

Al suo ritorno anni dopo, la donna si è sposata con un uomo dalle sopracciglia ben distanti ma davvero tutto, tranne che degno di lode, ed è qui che “The Company of Wolves” si gioca la prima trasformazione in lupo, che lo rende una scelta ideale per i film a tema licantropo che sto trattando balzel balzoni, ma che è chiaro ai tempi fosse un modo per mettersi in scia all’onda lunga della ritrovata licantropia al cinema. “In compagnia dei lupi” si esibisce in alcuni trasformazione da uomini a lupo niente male, tutte piuttosto originali ma soprattutto, inquadrate in primissimo piano, perché lo avevano già fatto prima di lui pietre miliari come L’ululato oppure Un lupo mannaro americano a Londra, anche se l’intento finale del film di Jordan non è solo quello di iscriversi alla competizione, anche perché le trasformazioni nel suo film, sono un elemento aggiuntivo in una trama con obbiettivi diversi. Se vuoi parlare di favole, non puoi non avere anche dei lupi, dopo il 1981 era più alla moda farlo, quindi perché no?

Anche qui e body horror lupesco siamo ben messi, voi che dite?

Il secondo racconto è quello che porta ancora di più il film nella dimensione del sogno, la storia si concentra su un ragazzo e si gioca un’apparizione cinque stelle extra lusso, da parte di un Terence Stamp (non accreditato) nei panni del diavolo. Quando vi dico che questo segmento ci dà dentro con le trovate oniriche non scherzo, il diavolo entra in scena con una anacronistica Rolls-Royce, perché Neil Jordan è stato bravissimo ad assemblare insieme elementi, che non hanno spesso nulla a che spartire uno con l’altro, ma funzionano insieme seguendo i ritmi e le regole dei sogni, dove vale tutto, anche Stamp su una Rolls nel pieno di un bosco.

«Rolls Royce, Rolls Royce. Voglio una vita così, voglio una fine così»

La terza storia ha nuovamente una giovane donna come protagonista, abbandonata dal ricco marito, la ragazza si rivela essere una strega pronta a maledire l’uomo e tutta la sua famiglia, sotto il tendone di Bake Off (o qualcosa del genere) i festosi invitati si trasformano uno dopo l’altro in lupi. L’abilità di Jordan sta nell’inquadrare tutte le trasformazioni da lontano, riflesse negli specchi, rendono tutto ancora più angosciante proprio come in un sogno, o forse dovrei dire un incubo.

L’ultimo racconto riporta ancora l’attenzione su una donna, chiudendo idealmente il cerchio, si tratta di una “lupa” fuggita da un pozzo che potrebbe tranquillamente essere la bocca dell’inferno (o una replica di Bake Off, tanto è uguale), qui la ragazza incontrerà prima il piombo di un cacciatore e poi la misericordia di un prete, ma più che raccontarli tutti questi segmenti onirici, è davvero bello goderseli, perché Neil Jordan spesso utilizza metafore e METAFORONI (scritti così, perché più grossi) facendo quello che il cinema dovrebbe fare, raccontare per immagini.

Cortesie per gli ospiti i licantropi.

Ecco quindi che le lacrime di una donna, in grado di far diventare rossi i petali di una rosa bianca, sono una metafora riuscitissima del manifestarsi della sessualità femminile in tutta la sua forza. Infatti pur avendoli nel titolo, “In compagnia dei lupi” non ha lo stesso obbiettivo dei film di Dante o di Landis, ma sembra più interessato a sfruttarne il lato metaforico dei lupacchiotti, perché parliamoci chiaro, Alan Moore era giunto alla stessa conclusione in un racconto licantropesco sulle pagine di Swamp Thing, per certi versi lupi e licantropi, con la loro connessione ai cicli lunari, si prestano forse meglio ai personaggi femminili, che per fare da metafora alla semplice rabbia di noi maschietti.

Non solo Dante, anche Neil Jordan si gioca la sua “lupa”.

Tutta la sessualità manifesta e palpabile del film di Jordan, esplode nel finale, sono sicuro che chiunque di voi conosca la favola di cappuccetto rosso, qui il regista Irlandese e Angela Carter si giocano un colpo gobbo davvero efficace, ribaltando i ruoli rispetto alla trama classica, con svolte notevoli per il film.

Insomma “In compagnia dei lupi” è uno strano film mannaro, che alla sua uscita incasso subito nelle prime settimane, per poi arenarsi sui quattro milioni al botteghino venendo dimenticato piuttosto presto. Apprezzato da pochi critici, troppo strano per la brama di carne e mutazioni riportata in auge da Dante e Landis, ma comunque abbastanza particolare da stordire quasi chiunque.

Il branco, la compagnia dei lupi si riprende tutto, anche il finale del film.

Eppure questo film meriterebbe una riscoperta, ora che al cinema chiunque tenga la macchina da presa inclinata si becca l’etichetta di genio e che Hollywood è alla costante ricerca di una nuova favola con protagoniste femminili toste da portare in sala, Angela Carter e Neil Jordan avevano già detto tutto nel 1984, secondo me sono ancora loro a capo del branco.

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