
Partiamo da una cosa semplice: Guy Ritchie è uno di quei registi che, appena lo vedi partire, sai già dove vuole andare a parare. Il problema è che lui ci arriva con un tragitto panoramico. Bello eh? Ma dopo un po’ riconosci anche i cartelli stradali.
In breve tempo Ritchie è passato dai criminali inglesi a personaggi molto competenti nel loro mestiere, che fanno cose al limite del legale con un sacco di soldi in mezzo. Non soldi normali guadagnati in fabbrica ovviamente, no, parliamo di miliardi, perché sotto una certa cifra non viene presa in considerazione nessuna attività.
La protagonista è un’avvocatessa bonissima, perché se nel cast ci recita Eiza González vuol dire che è un film di Ritchie. La nostra vive nella famosa “zona grigia”, che è quel concetto super affascinante per cui nessuno è davvero buono, nessuno è davvero cattivo, ma tutti hanno un completo stirato meglio del tuo e poi ehi, è il titolo del film, raffinato no?

All’avvocatessa sexy Eiza González danno un incarico semplice, proprio una stupidaggine: recuperare un miliardo da uno che non vuole restituirlo, lei lo svolge nel modo più logico possibile, cioè mettendo insieme una squadra di gente che sembra uscita da un catalogo di gente fichissima e pesantemente armata.
Da lì parte il film cioè, però non parte subito, prima tutti i personaggi ci tengono a spiegarti, tutto, per filo e per segno: Spiegano il piano, spiegano perché il piano è intelligente, spiegano cosa succede se il piano fallisce, poi lo spiegano di nuovo, perché non si sa mai. A un certo punto hai la sensazione che il film non voglia davvero raccontarti cosa succede, ma quanto sono bravi quelli che stanno facendo succedere le cose.
Il punto è questo, “In the Grey” sogna di essere un film complicato, di quelli che ti fanno sentire un filo più intelligente solo perché stai guardando gente che parla un sacco, insomma come le riunioni al lavoro, solo che quelle non hanno Eiza González, Jake Gyllenhaal ed Henry Cavill. Poi finalmente, quando è ora di partire con il recupero crediti d’alto bordo, siamo arrivati al terzo atto, che è quello più riuscito, solo che prima di sentir volare le pallottole, volavano un sacco di parole, tante tante tante.

Il cast è composto da tutti i nomi che ormai, a rotazione, troviamo nei film di Ritchie, ci sono momenti che sembrano messi lì per smontare qualche clichè cinematografico, ad esempio il cattivissimo Salazar (Carlos Bardem) con tanto di isola piena di scagnozzi, altrove sarebbe uno spacciatore di droga o un cattivo di James Bond, qui invece è uno squalo dell’alta finanza. Non è chiaro poi se Bronco (Gyllenhaal) e Sid (Cavill) siano solo affiatati e scherzosi oppure amanti, in ogni caso sarebbe una sorta di spallata al tipico Bromance da film d’azione, peccato che tutto questo si perda nel mare di parole dei primi due atti.
Quando “In the grey” smette di fare il furbo e si ricorda che è un film di Guy Ritchie, torna a essere quello che dovrebbe essere: ritmo, azione, gente che si muove bene nello spazio e sa esattamente dove stare quando partono i colpi.

Quando gli esperti di combattimenti di Ritchie entrano in azione, lo fanno in maniera coordinata e mirata, minimizzano le perdite puntando a quelle più drammatiche su schermo, quindi tutto possiamo criticare al regista inglese ma non che non sappia girare, il problema è che ormai, sembra cercare trame-pretesto per arrivare all’azione, che è anche l’unica cosa che gli interessa, il risultato è competente, ma anche prestampato, purtroppo si è perso molto del brio e dell’originalità che faceva di un film di Ritchie qualcosa di per lo meno frizzantino.
Quindi sì, è uno di quei film, non brutto anche se fin troppo verboso ma mai davvero memorabile, quando uscirà sulle piattaforme farà sfaceli perché ha nel cast un sacco di bonazze e bonazzi, ha il ritmo da film che ti guardi spalmato sul divano e nell’ultimo atto funziona molto bene, ma se cercate qualcosa di più originale e meno precotto, dovrete uscire dalla zona grigia.


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