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Indiana Jones e il tempio maledetto (1984): un pezzo di cuore (nel vero senso della parola)

Cosa succede
quando mandi a segno un capolavoro della storia del cinema incassando soldoni a
palate? Facile! Metti in cantiere il seguito e il film di oggi è sicuramente
uno dei seguiti più strambi, ma per questo non meno amati della storia del
cinema, tenetevi stretto il vostro canotto, si va in India per il secondo
capitolo della saga di Indiana Jones!

Uscito con il
titolo “Indiana Jones and the Temple of Doom” in modo da mettere in chiaro che
il protagonista del film è lo stesso archeologo con frusta e Fedora de I Predatori dell’arca perduta, “Il
tempio maledetto” è riuscito in una serie di primati non da poco: ha incassato
meno del film precedente, il suo regista ancora oggi non ne parla con gioia,
riesce ad essere allo stesso tempo sanguinario al limite dello splatter e pieno
di momenti comici, inoltre è un prequel, ma a nessuno pare importare davvero
nulla! Insomma: “Indiana Jones e il tempio maledetto” è quello strambo della
cucciolata, ma gli voglio talmente bene che per me si merita l’etichetta dei
Classidy!



Poteva mancare il contributo di Lucius Etruscus a questo film? Giammai! Quindi qui sotto trovate il blogtour pieno di chicche sul “Tempio maledetto”:


Fumetti Etruschi con la parodia italiana di Paperinik!

Archivi di Uruk con la novelization del secondo film

IPMP con la locandina sui giornali dell’epoca


Questo
capitolo della saga di Indy è allo stesso tempo il più horror di tutti e tre
(perché i film di Indy sono tre! TRE! TREEEEE!), ma anche quello con più trovate
comiche e “schifiltose”, se mi passate il termine, quelle che solitamente
piacciono ai bambini, infatti chiunque sia cresciuto con questo film, sono sicuro
che abbia collezionato negli anni una serie di storie e storielle legate alle
visione della pellicola, volete sapere la mia? Probabilmente state gridando
“NOO!!”, ma siccome questa pagina non è interattiva vi beccate la storiella lo
stesso!

Da bambino
avevo tutti e tre i film di Indiana Jones (visto? Sono tre) in VHS
rigorosamente registrati dalla Tv, qualcuno con le pubblicità, altri senza,
complice il diligente lavoro di registrazione di mio padre, che aveva
sapientemente messo in pausa la registrazione al momento dello stacco per la
pubblicità (storia vera, direttamente dall’era del VHS!).



La mia stessa reazione ogni volta che una pubblicità interrompe il film. 
Un pomeriggio
a casa con il mio amico di allora (e ancora di oggi se volessimo dirla tutta),
decidiamo di spararci il film, per quella che per me era la visione numero bah,
millecinquecentomila, chi lo sa, insomma mio padre telecomando alla mano dirige
tutto, mandando avanti veloce la scena della cena nel palazzo del Maharaja,
onde evitare incubi infantili, d’altra parte mio padre mi diceva anche di non
guardare il finale di “Raiders”, ma questa storia ve l’ho già raccontata, no?

“…Il gommone gonfiabile di salvataggio si trova nella tasca sotto la vostra poltrona”.
Risultato:
entrambi decidiamo di mollare lì il film, se mi togli la scena con il cervello
di scimmia semifreddo non è la stessa cosa!

Ok che mi piacciono le scimmie, ma non da mangiare!

Di fatto,
“Indiana Jones e il tempio maledetto” rientra in quei riti di passaggio in
grado di rafforzare la scorza del cinefilo definendole la formazione, da questo
punto di vista somiglia ad un cugino particolarmente sanguinario de I Goonies, guarda caso, anche loro
prodotti da Spielberg.

George Lucas
per il soggetto di questo secondo capitolo, aveva in mente di replicare quanto
già fatto per L’Impero colpisce ancora,
molto più cupo e oscuro del suo predecessore Guerre Stellari, intervistato, ha sempre ammesso che il
divorzio con cui era alle prese nel 1984 ha influito sul suo umore e di
conseguenza sull’andamento della storia. La sceneggiatura, questa volta, non
viene affidata a quel genietto di Lawrence Kasdan (e si nota direi appena
appena…), ma a Willard Huyck e Gloria Katz, che avevano già lavorato con Lucas
per “American Graffiti”, entrambi grandi appassionati dell’India, almeno a
sentir loro, a giudicare dal risultato finale non ci metterei la mano sul
fuoco.



“Questa sarebbe l’India? A me sembra tanto uno stereotipo razzista”.
Sì, perché
parliamoci chiaro: la rappresentazione della popolazione Indiana è al limite (e
forse oltre) dello stereotipo raziale, tanto che l’intenzione originale di
Spielberg, di ricreare Pankot nel forte e palazzo di Amber di Jaipur è stata
osteggiata dal governo Indiano, da sempre molto critico sulla rappresentazione
del Paese nei film… Per fortuna Spielberg non ha insistito, avremmo rischiato
di vedere Indy impegnato in un balletto in stile Bollywood!
Alla fine la
location scelta per girare fù lo Sri Lanka, per la precisione la città di
Kandy, dov’era già stato girato “Il ponte sul fiume Kwai” di David Lean, fu
proprio Spielberg che volle inserire qualche momento più leggero nel film, per
smussare una sceneggiatura piena di bambini rapiti, cuori strappati a mani
nude e sacrifici umani in nome della dea Kali.



Questa tenetela a mente, per il prossimo capitolo torna buona…
Di fatto,
“Temple of Doom” è il primo seguito diretto da Spielberg nella sua carriera,
anche se si tratta di un prequel, perchè I predatori dell’arca perduta è ambientato nel 1936, mentre “Il
tempio maledetto” va in scena un anno prima, nel 1935, ma i due film sono
strettamente legati, perché almeno un paio di scene presenti qui, erano state
originariamente pensate per fare parte di “Raiders”, ma successivamente tagliate
per motivi di budget e minutaggio. Questo per ribadire ancora una volta, che
razza di focina di idee brillanti era “Raiders”.
Una delle
scene in questione era proprio l’inizio ambientato a Shangai nel “Club Obi
Wan”… Se mi dite che non sapevate che si chiamava così non ci credo!



“Non vado più al Club Obi-Wan da… oh… da prima che tu nascessi” (Quasi-cit.)
In un attimo
Spielberg ci prende tutti per mano e ci riporta nel bel mezzo dell’avventura,
tra locali alla moda, la bella bionda un po’ alleata, un po’ piaga nel costato Wilhelmina
“Willie” Scott (Kate Capshaw), la spalla comica tutto fare Short
“Shorty” Round (Jonathan Ke Quan) e una scena d’azione che anche dopo
la visione numero mille milioni m’incolla allo schermo, tra antidoti, pietre,
sventagliate di mitra (Thompson) e tutti gli utilizzi alternativi di un gong
che potete immaginare!
Proprio grazie
al gong, Spielberg porta avanti la tradizione di questa saga di aprire il film
sfumando dal logo della Paramount Picture, su un’immagine che lo ricorda, qui
ritroviamo la sagoma della celebre montagna proprio incisa sull’enorme gong che
apre il film.



Anche questa volta abbiamo fatto contenti i produttori.
Per altro,
tenete gli occhi aperti, perché nella scena iniziale fa un piccolo
cameo anche Dan Aykroyd, lo potete vedere parlare con Indy pochi secondo prima
di salire sull’aereo e sarà anche poco credibile, ma l’atterraggio (o
dovrei dire ammaraggio) con canotto gonfiabile dall’aereo è sempre stata una
delle mie scene preferite del film, funziona perché la dinamica è ben studiata
a tavolino, anche se bisogna dirlo, la sospensione dell’incredulità vola più in
alto del canotto, ma a questo punto da spettatori, siamo tutti di nuovo pronti a
seguire Indy, tanto da fidarci del suo piano di atterraggio alternativo.



“Ciao Dan, vado un pò di fretta, ma grazie di essere passato”.
Un’altra
tradizione sono i nomi di cani presi in prestito per i personaggi, se Indiana
deve il suo nome all’Alaskan Malamute di Lucas, questa volta tocca al cane di
Spielberg, Willie, che dà il nome alla protagonista femminile, mentre Short
Round era il cane dello sceneggiatore Willard Huyck, nome preso di peso da uno
dei personaggi del film di Samuel Fuller “Corea in fiamme” (1951).
Ma se la scena
iniziale è favolosa, un’altra delle mie preferite è l’inseguimento sui
carrelli. Spielberg nella sua carriera qualche inseguimento riuscito lo ha
anche diretto (giusto qualcuno), ma quello sui carrelli della miniera riesce ad
essere spettacolare e a terminare un minuto prima d’iniziare a risultare
noioso, a mio avviso se fosse comparso, come da piani originali né I predatori dell’arca perduta sarebbe
stato di troppo, qui è una di quelle scene che non vedi l’ora di vedere
ogni volta che vai a rivederti il film, garantito al limone!

Frena!! Così finiamo addosso ai lettori del blog!”.

L’altra
tradizione che “Temple of Doom” rispetta è quella degli animali schifosi,
tradizione che s’incastra alla perfezione con l’atmosfera del film, sempre a
metà tra orrore ed allegro disgusto, Kate Capshaw per girarla si è ritrovata
ricoperta da 2000 insetti, quindi possiamo dire che lei conosca davvero il
significato della frase: “Sembra di camminare sui biscotti” (“Noooo, non sono
biscotti!”).



“Non farò mai più colazione in vita mia!!”.
L’idea di
Spielberg era quella di affiancare a Indy una nuova compagna ad ogni
avventura, dopo aver considerato a lungo Sharon Stone per la parte di Willie
Scott, alla fine la scelta ricadde su Kate Capshaw, oh! Non che Kate fosse poi
così esaltata, ancora oggi definisce il suo personaggio più famoso come una
bionda scema che urla tutto il tempo, difficile darle torto visto che è quanto
di più distante dalla Marion Ravenwood del film precedente… O successivo
trattandosi di un prequel.
Lo stesso
Spielberg non è mai stato molto tenero con questo film, non lo ha mai
considerato uno dei suoi preferiti, ma ancora oggi è felice di averlo diretto,
se non altro perché sul set ha conosciuto Kate Capshaw, che ancora oggi è sua
moglie… Bella presa Stevie!



“Già ci vedo, avremmo cinque figli, Sasha, Sawyer, Destry, Theo e Mikaela”.

Jonathan Ke
Quan, invece, è stato scelto da Spielberg per la parte di Short Round quando lo
vide al casting, anche se non si era presentato per la parte, ma per
accompagnare il fratello, Spielberg rimase colpito dal fatto che Jonathan per
tutto il tempo del provino, non fece altro che gesticolare e dire al
fratello cosa fare e cosa non fare. Quindi, se ve lo state chiedendo, il
ragazzino era un cagacazzo anche nella vita, non solo nel film!

“Gliel’ho sempre detto, seguendo i miei consigli avrebbe avuto una carriera più lunga!”.
“Indiana Jones
e il Tempio maledetto” gode di un ottimo ritmo, per ogni scena simpatica (Indy
e Willie che battibeccano) arriva un momento al limite dell’Horror (i suddetti
scarrafoni), oppure in perfetto equilibrio, come le varie portare delle deliziosa
(si fa per dire) cena, anche le scene d’azione risultano comunque condite dalla
giusta dose d’ironia, come lo spettacolare finale sul ponte di corda sospeso,
dove Indy si ritrova a rifare la scena pistola contro scimitarra, ma questa
volta contro DUE tipi armati e lui… Senza pistola! Questo per restare fedeli
alla tradizione che vuole che un sequel si ripeta, ma alzando la posta in
gioco.

“Vieni in India dicevano, ci divertiremo da matti dicevano…”.

Ma la vera
prova di coraggio degna di Indiana Jones durante le bimbo-visioni era
sicuramente il sacrificio umano del culto dei Thug. Ho sempre
considerato la scena fighissima fin da piccolo, l’unica in grado di giocarsela
alla pari con il rito egizio di “Piramide di Paura”, quando ho scoperto, che il
compare di Spielberg, Chris Columbus ha voluto inserire quella scena proprio
per omaggiare “Temple of Doom”, ho capito che nella vita a volte tutto quadra
ed ogni cosa va al suo posto… O per lo meno i sacrifici umani!



“Abbiamo trovato un donatore… Portare il volontario!”.
Harrison Ford
in questo film è in gran forma, perfettamente a suo agio sotto il cappello di
Indy, malgrado l’operazione lampo all’ernia del disco subita nel bel mezzo
delle riprese. Non so voi, ma ogni volta che lo vedo passare al “Lato oscuro”,
reagisco come Shorty e quando finalmente lo vedo ritornare per prendere a
frustate tutti i cattivoni mi esalto ogni volta, non c’è cervello di scimmia
semifreddo che tenga “Indiana Jones e il tempio maledetto” è uno di quei film
formativi che solamente gli anni ’80 potevano sfornare. Non è per fare il
malinconico a tutti i costi, quello che dice “Si stava meglio quando si stava
peggio”, ma non c’è saga Young-Adulta tratta da omonimo romanzo in dodici parti
che possa prepararti ad un sacerdote del culto della Dea Kalì che asporta cuori
a mani nude!



“Te lo dico con il cuore in mano”.
Nel 1984, “Temple
of Doom” non riuscì a superare negli incassi totali Beverly Hills Cop
e Ghostbusters, ma resta il fatto che
dopo trent’anni e qualcosa, a nessuno importa dell’incasso totale, dei commenti
poco entusiasti del regista, del fatto che sia un prequel troppo violento, o in
generale, il più strambo della trilogia (trilogia… Tre film, TRE!). Vuoi vedere
che alla fine è perché poi non è così male e che, in fondo, tutti abbiamo
affrontato con coraggio il tempio maledetto insieme a Indy… Ed ora,
parapappeggiare immotivato!

PA-PA-RAPPA-PA-PA-PAAAAAA!
PA-PA-RAPPA-PA-PA-RA-PAAAA-PAAAA!



“Anche questa volta siamo piaciuti Steve, a proposito, bel cappello”.
Prossima
fermata? La Terra Santa, le Crociate e un’altra reliquia sacra, ci vediamo qui
per Gara 3 della rubrica e ricordate, la X è il punto dove scavare! 
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