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Indiana Jones e l’ultima crociata (1989): voi questa la chiamate archeologia?

Purtroppo, anche le cose belle finiscono, infatti mi ritrovo qui oggi a parlare dell’ULTIMO (lo dice anche il titolo) film della saga di Indiana Jones, che ricordiamo è composta da tre film, TRE! “L’Ultima crociata” è un film fantastico, no sul serio, voi non avete idea di quante volte abbia visto questo film.

Dopo lo strambo (e fighissimo) seguito/prequel Il tempio maledetto, questo terzo film recupera volutamente le atmosfere del primo: abbiamo un altro manufatto biblico da recuperare, non l’Arca dell’alleanza, ma il Sacro Graal e anche se l’umorismo è ancora più marcato, questo film ha un ritmo indemoniato e alcuni dei migliori inseguimenti della saga. Non mi sono stupito più di tanto quando ho scoperto che lo stesso Spielberg lo considera il suo capitolo preferito della trilogia, penso di averlo visto anche più volte di “Raiders” e siccome I predatori dell’arca perduta lo conosco a memoria, fate un poi voi quante volte mi sono macinato questo Classido!

Anche oggi il grande Lucius Etruscus contribuisce alla festa completando il Blogtour, cliccate come se non ci fosse un domani!

Gli Archivi di Uruk con la novelization del terzo film
Fumetti Etruschi con un eroe tutto italiano. Indiana Pipps
IPMP con le locandine italiane dell’epoca

George Lucas aveva per la testa un’idea per un terzo film su Indy ambientato in una casa stregata, Spielberg di case stregate non ne voleva più sapere, sicuramente non dopo il casino di “dirigo io no dirigi tu” che lo vide protagonista per Poltergeist (lo ha diretto Spielberg, ho le prove!), quindi voleva qualcosa di diverso, Lucas saltò su con l’idea del Sacro Graal, Spielberg accettò di buon grado, ma aggiunse un dettaglio, questa volta i Jones saranno due: padre e figlio.

La scena di apertura de “l’ultima crociata” è già mitica, vediamo un tipo con giacca di pelle e Fedora, che sembra il nostro, salvo poi scoprire che Jones, non ancora Indiana, è solo un ragazzo in forza ai locali Boy Scout. L’idea venne a Spielberg, che da giovane era proprio un lupetto, chissà perché ci avrei scommesso.

«Verrà fuori una gran scena, parola di lupetto!»

Nella bozza originale, il personaggio accreditato solo con il nome di “Fedora” (l’attore Richard Young), avrebbe dovuto essere Abner Ravenwood, il padre di Marion Ravenwood e mentore di Indy, ma Spielberg modificò tutto per rendere più credibile la lunga sequenza (ovviamente di inseguimento) che determina la nascita di molte delle caratteristiche peculiari del nostro archeologo preferito.

La sua fobia per i serpenti, il già citato Fedora e la frusta, un’intuizione di Spielberg che ho sempre trovato geniale, è quella di integrare la celebre cicatrice sul mento di Harrison Ford nella genesi del personaggio. Ford si è procurato il ricordino durante un incidente stradale nel 1964 (anche se lui dichiara sempre di essersela fatta facendo a pugni… Storia vera), nel film scopriamo che Indy si è guadagnato la cicatrice utilizzando per la prima volta la frusta. Sarà una cosa di poco conto, ma è il tipo di cura per il dettaglio che fa capire quanto ad un autore abbia a cuore il suo personaggio… E quanto sia pericolo giocare con la frusta. Don’t try this at home!

«Woa fermi tutti, quello si che è un bel cappello»
 

Nella parte del giovane Indy troviamo River Phoenix (poranima…), che per la parte non si è rivisto tutti i film della saga no, ha preferito studiare i movimenti di Harrison Ford, in modo da poterli replicare nel modo più simile possibile, al netto del risultato: bella pensata biondo!

Fiume Fenice si rifiutò di interpretarlo di nuovo nella serie televisiva “The Young Indiana Jones Chronicles” (1982) proprio perché venendo dalla sit-com, era stufo di essere solo una star televisiva, purtroppo sapete com’è andata a finire la sua breve storia, ma ai tempi tutto questo io non lo sapevo e mi sono goduto comunque Sean Patrick Flanery nei panni di Indy nelle tre stagioni di “Le avventure del giovane Indiana Jones”, non tutti gli episodi erano propriamente pesche e crema, ma mi piaceva l’idea originale dell’anziano Indiana (con occhialoni da vista e benda) che ricordava i suoi esordi.

«Nonno raccontaci ancora del balzo dalla testa del leone»

La ricerca del Sacro Grall per Indy, passa attraverso il libretto di suo padre il Prof. Henry Jones (Senior). Ora, parliamoci fuori dai denti che tanto siam grandi: Harrison Ford è uno che calamita l’attenzione quando appare sullo schermo, oltre ad Indy in carriera ha almeno altri due ruoli da storia del cinema (se mi chiedete quali vi tolgo il saluto a vita!) ed è sempre stato uno stracciamutande che levati, ma levati proprio. Come si fa a trovare uno che possa guardare dall’alto verso il basso un tipo del genere, l’unica era far venire giù l’unico bipede al mondo più figo di Ford. Chi poteva essere papà se non 007 in persona?

Posso avere delle cornamuse che intonano “Scotland the brave” qui? Come no? Ma come problemi di Budget? Almeno posso avere il tema di “giù la testa” quando fa Sean sean-sean sean? Nemmeno quello!? Azzo siamo messi così male qui sopra? Vabbè, faccio da solo! Signore, signori, il suo nome è Connery, Sean Connery!

«Alla fine sempre di questo Scozzese avete bisogno»

La scelta di casting ammettiamolo, è geniale e anche coerente con quello su cui Steven Spielberg ha sempre scherzato, quando diceva che Indiana Jones a livello di ispirazioni e idee iniziali, è il figlio di James Bond. Per qualche minuto Spielberg ha accarezzato l’idea di chiamare Jon Pertwee (il terzo Doctor Who), oppure Gregory Peck, ma Sean Connery era la sua opzione numero uno, due e mille.

Quando Sean Connery chiama Indy “Junior”, oppure lo sbeffeggia per il suo soprannome (“Si chiamava il tuo cane “Indiana”…” , “Ho un sacco di bellissimi ricordi di quel cane!” se divento irritante con i dialoghi mandati a memoria ditemelo, ok?) è perfettamente credibile proprio in virtù di un curriculum che lo rende credibilissimo quando fa intendere di essere andato a segno con la bella Dott.ssa Elsa Schneider (Alison Doody), ma anche quando si tratta di avventura. D’altra parte, lui già combatteva la regina d’Inghilterra quando Indy doveva ancora conquistarsi la sua prima medaglia di Boy Scout.

«…In fondo ho solo allenato immortali, combattuto la Spectre e Al Capone»
 
“L’ultima crociata” è un’avventura che cambia location di continuo (“Ah! … Adoro Venezia”) alla ricerca di una reliquia sacra (“… dieci! La X è il punto dove scavare” Ok dai va bene la smetto!), in questo somiglia molto di più a I predatori dell’arca perduta. Per continuare le tradizioni, questa volta, la bella di turno è la Dott.ssa Elsa Schneider, che si piazza a metà tra le precedenti compagna di Indy, è bionda come Willie Scott, ma tiene il passo del protagonista quasi come faceva Marion Ravenwood, lo schema viene rotto dal suo improvviso (ma non imprevedibile) cambio di bandiera. D’altra parte con due Jones nello stesso film non c’è spazio per i battibecchi con la protagonista femminile, risultato: malgrado Alison Doody faccia un ottimo lavoro, il suo personaggio spesso serve solo ad assecondare le svolte della trama (viaggetto a Venezia, svolta a Berlino per recuperare il libro e via così).
Come mi sento quelle (rare) volte in cui sbarco a Venezia.

Continua anche la tradizione degli animali schifosi, dopo serpenti e insetti, questa volta tocca ai ratti nelle catacombe sotto Venezia, ma “L’ultima crociata” è una serie di scene madri una via l’altra. Prendete l’inseguimento sui motoscafi nella laguna, da solo potrebbe essere uno dei momenti chiave di qualunque altro film, senza sfigurare in nessun film d’azione e va in salendo sempre di pari passo con l’ironia, durante il ehm… Salvataggio nel castello Brunwald, tutta l’anima comica del film viene fuori e i due Jones (Junior e Senior) sembrano veramente i fratelli Marx…. “Se lo mandavo ai fratelli Marx era meglio!”. No, sul serio, qualcuno mi fermi!

Il logo della Paramount, più montagnoso che mai.
 
Tutta la parte in Germania mi fa impazzire, la scena dello Zeppelin è fantastica, così come la fuga sul biplano, un’idea che Lucas e Spielberg volevano già utilizzare in “Raiders”, ma poi hanno tagliato per motivi di minutaggio e budget. La scena in questione è stata girata interamente in un caldissimo set, Ford e Connery tra giacche e cappelli erano belli imbacuccati, quindi per non sudare copiosamente durante le riprese, hanno girato la loro gag dell’aereo (“Mi dispiace, ci hanno centrato”) senza pantaloni… Storia vera!
«Senti che bell’aria fresca figliolo? Ecco perché uso sempre il Kilt»

Anche se la mia scena di papà Jones preferita è quella che viene dopo: “Improvvisamente mi sono ricordato il mio Carlo Magno: Lasciate che i miei eserciti siano le rocce, gli alberi e i pennuti del cielo.”

Nessuno ha mai utilizzato un ombrello con così tanto stile.
 
Nella porzione di film ambientata nella Berlino in piena celebrazione per il Führer (“Quegli imbecilli, che marciano con il passo dell’oca come lei, dovrebbero leggerli i libri invece di bruciarli!”) c’è un piccolo errore storico, quando Hitler firma il libretto, lo fa con la mano destra, mentre nella realtà era mancino, ma questi sono dettagli che notano solo quelli fissati con i documentari di History Channel o i cagaminchia come il sottoscritto.
«A chi doFere fare dedica zu libretten?»
 
Sull’inseguimento del carro armato non voglio nemmeno dirvi nulla, è un piccolo gioiello di coreografia applicata agli stunt e, anche qui, Harrison Ford ha continuato la tradizione degli infortuni rimediati sul set, portandosi a casa un bel po’ di lividi. Io, invece, ogni volta che rivedo la scena, mi aggrappo ai braccioli della sedia per esultare come un cretino quando Indy si ricongiunge ai suoi, rigorosamente dopo aver recuperato il Fedora… Le gioie della vita!
Solo io mentre guardo questa scena mormoro tutto il tempo: “Solo l’uomo penitente potrà passare”?
 
In questo crescendo “Indiana Jones and the Last Crusade” trova il suo apice nelle prove del tempio, a quel punto siamo talmente coinvolti con la coppia di protagonisti, che viene voglia di gridare ad Indy di sbrigarsi e, non so voi, ma io ad ogni visione (TUTTE!) mi ripeto “Solo l’uomo penitente potrà passare, il penitente, l’uomo penitente…”. Sono sicuro che fate così anche voi, perché le tre prove finali per quanto mi riguarda sono la quinta essenza del film di avventura come lo vorrei sempre vedere al cinema.
«Mi scusi signore? É da molto tempo che aspetta?»
Il mitico cavaliere del Graal, poi, è entrato dritto sparato nella cultura popolare. Ricordo un episodio di “How i met your mother” (intitolato “Knight Vision”) in cui viene omaggiato spudoratamente. Se la scena dell’apertura dell’Arca dell’Alleanza, chiedeva idealmente allo spettatore di fare come Indy e Marion e non guardare, qui Spielberg vuole il nostro pieno coinvolgimento. Sfido chiunque a non commentare, dire la sua, o puntare il dito quando prima Donovan (Buuuuu!) e poi Indy (Vai mito!!) fanno la loro scelta, anche se Harrison Ford era facilitato a riconoscere la coppa di un falegname, visto che nella sua vita Ford ha fatto anche quello come mestiere (storia vera!).
«Campa giù Indy, tutta salute, cent’anni di immortalità!»
Se Il tempio maledetto è uno dei pochi prequel di cui nessuno si è mai lamentato, “Indiana Jones e l’ultima crociata” è uno dei pochi “numeri tre” di una saga che non delude, non solo ritroviamo un vecchio amico in grande forma, ma facciamo anche la conoscenza del suo papà, la dimostrazione del detto che sotto una quercia non nasce un pero.
«No, io sono tuo padre! Indy»
Lo ammetto candidamente: un po’ mi dispiace di non avere altri film di Indiana Jones di cui parlare, ma Spielberg ne ha diretti solo tre, perché i film di Indy sono tre, TRE, T-R-E! A volte ci penso, “L’Ultima Crociata” potrebbe anche essere il miglior terzo capitolo di sempre, in ogni caso, questa mini rassegna termina qui, come dite? Teschi di cristallo? No, non so, mai sentito, non frequento, ho pochi soprammobili a casa, odio spolverare…
Per quanto mi riguarda, tutti i bei film dovrebbero finire così.
Ah! Quasi dimenticavo un dettaglio conclusivo molto importante… PA-PA-RAPPA-PA-PA-PAAAAAA! PA-PA-RAPPA-PA-PA-RA-PAAAA-PAAAA!
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