
Vedere per capire, l’azione su cui Pier Maria Bocchi nel suo saggio su Michael Mann ribadisce ostinatamente, ci sono film che vanno visti, anche per capire meglio la realtà e il cinema, benvenuti al nuovo capitolo della rubrica… Macho Mann!

A proposito di ripetere ostinatamente, nel mio piccolo dico sempre che più passa il tempo, più sento una predisposizione verso le storie vere, o per lo meno per trovare la fiction e l’intrattenimento (quello ben fatto) all’interno di soggetti basati su fatti reali, trovo più soddisfazione in un film come Il caso Spotlight (facile, è un gran film) piuttosto che in una trama inventata. Ma allo stesso modo ripeto sempre la stessa frase: il cinema non ha il dovere di essere realistico, per quello ci sono i documentari. Motivo per cui mi piacciono anche che so, i mostri giganti che sono la negazione del realismo.
Come vanno a braccetto queste due cose? “Insider” è un ottimo esempio e (anche qui) il fatto che sia un film grandioso aiuta, aiuta parecchio. Dopo aver finalmente portato al cinema la sua storia della vita dirigendo Heat, il nostro Michele Uommo era sulla bocca di tutti, senza aver per forza distrutto i botteghini mondiali, senza essersi portato a casa nessuno premio che conta, ma la rivoluzione non bussa si sa e con Heat il regista di Chicago aveva cambiato lo scenario per sempre. Sarebbe stato facilissimo sbagliare con tutti gli occhi addosso, quindi meglio puntare su un soggetto diverso, ma solo ad una prima occhiata distratta, perché la forma, sempre così importante nel cinema di Mann potrà anche essere quella di un grande film d’inchiesta, ma la sostanza è sempre la stessa per Mann che resta fortemente ancorato al cinema di genere, ma andiamo per gradi.

Il piano originale di Michele Uommo era quello di dirigere un film su un mercante d’armi di Marbella, per cercare informazioni in merito, face la conoscenza di un giornalista che lo aveva intervistato (non senza correre più di un pericolo) ovvero Lowell Bergman, il produttore dello show “60 Minutes” del canale televisivo americano CBS. Seguendo il suo solito metodo di lavoro, il regista di Chicago frequentò parecchio il giornalista, ma la svolta arrivò quando indagando come uno dei suoi sbirri, Mann mise le mani su un articolo di Marie Brenner apparso sulle pagine di Vanity Fair intitolato “L’uomo che sapeva troppo”.
Il pezzo raccontava la vera storia di Jeffrey Wigand, l’uomo che mise a repentaglio la sua vita, quella della sua famiglia e il suo matrimonio pur di svelare il più turpe segreto dell’industria del tabacco. Impiegato come consulente scientifico presso una delle più grandi industrie del settore, Wigand agendo come “whistleblower” (l’equivalente di uno che fa una soffiata alla polizia, proprio come in un film di Mann) fece emergere la verità: le grandi aziende del tabacco manipolavano la nicotina chimicamente in modo che le sigarette creassero maggior dipendenza nei consumatori. Un’inchiesta bomba che ha fatto tremare le industrie e che per Michael Mann era puro materiale da cinema, anzi per il suo cinema.

Michele Uommo non si limita a proporre la sua versione del grande cinema d’inchiesta, quello con cui gli Americani hanno avuto modo di riflettere sul grande schermo sulla loro storia recente, giusto per fare un esempio celeberrimo, titoli come il bellissimo “Tutti gli uomini del presidente” (1976) di Alan J. Pakula, no ancora una volta Michael Mann dimostra di essere fatto di una pasta differente di quella dei suoi colleghi e invece di adagiarsi sul raccontare fatti già coinvolgenti come farebbe qualunque “biopic” che di norma è un formato molto popolare, non solo perché permette a registi e attori di portarsi a casa statuette facili, ma soprattutto perché partendo da uno spunto già noto al pubblico, può edulcorare i fatti, appianare le controversie rifugiandosi dietro al più classico dei «Eh, ma che bravo che è a recitare [INSERIRE-QUI-NOME-DA-PREMIO-OSCAR].
Mann di tutto questo se ne frega, come Lowell Bergman, come uno dei suoi poliziotti, il regista porta in scena con tutta l’onestà intellettuale di cui è capace di fatti nel modo più realistico possibile, agendo al contrario del vostro regista di “biopic” medio, invece di usare il “Tratto da una storia vera” come scudo dietro cui nascondersi, Mann non dimentica nemmeno per un secondo di fare cinema e ve lo dico, “Insider” dura 157 minuti, tutti di puro e bellissimo cinema.

Come dice Pier Maria Bocchi (il suo “Michael Mann creatore di immagini” edito da Minimum Fax è una gran lettura, ve lo consiglio), il cinema di Michele Uommo è tutto basato sul vedere, vedere per capire meglio, ve lo dice uno che vorrebbe stracciare la tessera da giornalista a tutti quegli inviati televisivi che fanno servizi in cui, per parlare di un fatto di cronaca reale, si sentono in dovere di usare come esempio le immagini di un film. Con tutta la mia passione (tanta) per la settima arte, non trovo nulla che mi faccia incazzare di più (ah no, quando fanno i servizi scorrendo i profili Social delle vittime, quello è anche peggio), perché sono convinto che i giornalisti abbiano una responsabilità enorme nei confronti di un pubblico che non ha alcuni bisogno di confondere ancora di più finzione e realtà.
Ci sono cento ragioni per cui “Insider” è un grandissimo film, proverò ad elencarle, ma la prima che mi viene in mente è soggettiva: ogni volta che vedo un servizio alla tv o ne leggo uno su qualche giornale, in cui parte la campagna diffamatoria contro la persona che ha accusato il potente di turno, io penso ad Al Pacino che dice a Russell Crowe «Guarderanno sotto ogni sasso!» (storia vera), anche solo per questo “Insider” è un Classido!

Nel suo non smettere mai ossessivamente di fare del grande cinema, Mann sottolinea l’importanza del ruolo del giornalista da subito e per farlo ci ricorda quanto lo sguardo, l’azione di guardare sia fondamentale nelle sue opere, infatti Mann dimostra tutta la sua stima nei confronti di Lowell Bergman in due modi: facendolo interpretare ad un Al Pacino in stato di grazia e regalandogli un prologo degno dei migliori film d’azione, avete presente quando il mondo è andato (giustamente) giù di testa per “Sicario” (2015) di Denis Villeneuve? Bene, Mann inizia il suo film allo stesso modo, ma lo fa nel 1999 con il suo protagonista bendato, pronto a correre ogni genere di rischio per permettere al suo collega Mike Wallace (un Christopher Plummer vanesio ma risoluto, grande prova la sua) un pericoloso Hezbollah. La lunga scena termina con Pacino che si leva la benda dagli occhi, con puro e semplice linguaggio cinematografico applicato al cinema di genere, Michele Uommo ci comunica che il suo nuovo eroe Manniano sarà pronto a tutto pur di vedere la verità, non permetterà a niente di oscurare la sua vista.

Non fai un grande film della durata di 157 minuti, che percepiti sembrano meno della metà se non hai uno stile e una maestria superiore, Mann apparentemente si discosta nella tipologia di storia da Heat, ma in realtà porta nuovamente in scena lo stesso grandioso stile e grazie ad Al Pacino, ci regala un personaggio diametralmente opposto a quello di Vincent Hanna, i due avranno in comune il naso e il talento di Pacino e per certi versi anche la stessa grintosa volontà nell’andare a fondo nei rispettivi casi, sono entrambi professionisti dediti al loro lavoro come da abitudine degli eroi Manniani, ma Lowell Bergman per certi versi è un Vincent Hanna con più esperienza, uno che è riuscito a conciliare lavoro e vita privata, se il primo si portava il lavoro a casa mettendo a rischio la sua vita coniugale, il secondo con sua moglie trova conforto. Nulla mi toglie dalla testa che, per certi versi, Lowell Bergman sia l’eroe Manniano ideale, quello che è disposto a tutto per la sua professione, anche a rinunciarvi per il bene della sua famiglia, tutta roba che in una “biopic” qualunque risulterebbe mieloso, qui invece si vede tutta la schiena dritta e la testa alta dei personaggi di Michael Mann.

Il Dr. Jeffrey Wigand, per certi versi, anche lui incarna le stesse caratteristiche del tipo eroe Manniano, anche lui è dedito al suo lavoro e alla sua famiglia in parti uguali, per amore delle figlie e della verità mette tutto in pericolo, anche la sua vita e la scelta di affidare il ruolo a Russell Crowe è semplicemente brillante. L’attore neozelandese verrà eternamente ricordato per il suo ruolo da gladiatore o per le battutacce sul suo peso, ma in questo film Wigand dimostra dieci volte il coraggio di Massimo Decimo Meridio, il coraggio di dire la verità anche quando le grandi istruzioni ti minacciano, quando la burocrazia e l’inalterabile Status Quo cercando di imporsi per farti cambiare idea. La prova di Crowe è incredibile, non solo per le sedute di trucco necessarie per “invecchiare” e somigliare di più al suo personaggio, ma anche per la capacità di far patteggiare il pubblico per un personaggio che proprio simpatico non è, anzi, a tratti Wigand risulta anche abbastanza fastidioso, proprio perché Mann delle trovate caramellose da “biopic” se ne frega ed è devoto solo al realismo, quello per cui i personaggi non devono essere per forza tutti buoni buonissimi, esistono anche le zone grigie, ma soprattutto la devozione del regista di Chicago va tutta nei confronti della settima arte.

Con “Insider” Mann non solo riesce a spiegare le dinamiche tipiche del giornalismo, ma ci porta nei corridoi del potere, il dietro le quinte della dirigenza della CBS che per interessi economici costringe Bergman a tagliare il segmento chiave della sua intervista a Wigand per trasmetterlo in prima serata, lasciando così il dottore e la sua famiglia “appeso fuori ad asciugare” come si dice in gergo, in balia della campagna mediatica di diffamazione messa in atto dalle case di produzione del tabacco, ma anche dalla minacce.

“Insider” è un film che ti prende per il bavero e non ti molla per 157 minuti, dedito al cinema di genere Michael Mann gira un film d’inchiesta come se fosse un poliziesco, tiene la macchina da presa attaccata ai volti di Pacino e Crowe, li segue in un’atmosfera da Thriller inquadrandoli alle spalle come se i due fossero minacciati, cosa che per altro è vera soprattutto per il dottor Wigand. Basta guardare la scena del campo da golf in notturna (con la fotografia di Dante Spinotti che ad ogni nuovo lavoro con Mann si supera), un momento di puro thriller dove la minaccia al protagonista e alla sua famiglia è costante, anche nelle successive scena quella del procione e dei rumori in cortile (un esempio di puro thriller da parte di Mann) oppure dei proiettili recapitati per posta e ritrovati dalla signora Wigand.

Mann ci espone all’ingiustizia che Wigand ha dovuto subire con il risultato di coinvolgerci completamente, in soccorso del suo personaggio manda i suoi pretoriani, Al Pacino sembra il poliziotto che vuole proteggere la sua fonte di qualunque film poliziesco, infatti adoro il fatto che il chiarimento sulla fedeltà di Lowell Bergman («Io non brucio le persone!») avvenga tra i due protagonisti sotto una pioggia battente che in una qualunque “biopic” sarebbe un elemento drammatico canonico, ma per Mann l’acqua ha sempre un valore calmante, infatti è dopo quella scena che i due personaggi cementano il loro rapporto di fiducia, non è un caso se l’altra grande sequenza del film, preveda proprio l’acqua, ma andiamo per gradi.

Durante uno dei processi, la trascinante arringa difensiva che per un po’ serve a proteggere Wigand viene recitata dall’attore Bruce McGill, non a caso uno dei prediletti di Mann fin dai tempi di Miami Vice, ma il regista di Chicago ci fa affrontare l’ingiustizia a tutti i livelli, trascinante è anche il modo di Lowell Bergman cerca di far mandare in onda l’intervista integrale scagliandosi contro i colleghi asserviti alle decisioni aziendali palesemente sbagliate (ah come lo capisco!), la conferma che Al Pacino in palla, affidato ad un regista con il carisma necessario per non temere il suo stato di celebrità, può tirare fuori prove incredibile e ammettiamolo, Pacino in vita sue due film decenti li avrebbe anche fatti.

Nel corso della storia i due protagonisti di “Insider” si ritrovano uomini soli come in un pezzo dei Pooh (come mi è venuta questa proprio non lo so…), la loro visione del mondo non coincide con quella di tutti gli altri, gli unici giusti in un modo che va nella direzione sbagliata ed è qui che Michael Mann utilizzando l’arma del cinema allo stato puro, manda a segno la scena madre di “Insider”, quella che se mi puntassero una pistola alla testa e mi facessero la fatidica domanda, indicherei come la migliore di tutta la sua filmografia, senza nemmeno pentirmi negli anni successivi.

Wigand ha perso tutto, matrimonio e famiglia, sta chiuso in una stanza d’albergo e non risponde alle telefonate, con un effetto di “morphing”, Mann modifica il dipinto alle sue spalle (ovviamente un’immagina marittima, non si smentisce mai) mescolando questo elemento irreale (quindi puramente cinematografico) per contaminare la sua storia così aderente alla realtà. Basta quella scena e la musica che va in crescendo per far percepire al pubblico la frustrazione di un personaggio che da quella mancata messa in onda integrale ha perso tutto e si trova ad un passo dal baratro, forse anche da un gesto folle.

Contemporaneamente Lowell Bergman è stato spedito in vacanza forzata dalla CBS e per cercare calma dove si trova? Nella sua casa al mare, avvolto in un “Blu Manniano” che è frutto del lavoro di Dante Spinotti, di fatto la scena prevede due uomini che si parlano al telefono, uno in una stanza d’albergo l’altro camminando sulla spiaggia in cerca di campo per un cellulare che prende poco, un normalissimo dialogo che Mann trasforma nella scena madre del film, più la stanza collassa intorno a Wigand mettendo in chiaro la sua disperazione, più la posta in gioco sale e il cellulare prende sempre meno, mentre Bergman mette i piedi in acqua in cerca di segnale, la tensione sale così come la posta in gioco ed io credo che nessuno abbia mai diretto un normale dialogo in maniera così tesa da farlo sembrare un inseguimento, l’ennesima corsa contro il tempo per gli eroi Manniani che è un crescendo da cui ogni volta che rivedo quella scena, mi risveglio dal trance solo quando Mann fa scemare la tensione, alla fine della sequenza Al Pacino è in acqua fino alle ginocchia senza nemmeno essersene accorto ed è un’immagine che riassume perfettamente noi spettatori, alla fine di questo grandissimo momento di puro cinema.

Qualunque altro regista avrebbe fatto terminare la sua “biopic” classica su questa scena magistrale, Mann proprio come in Heat, ha ancora altri grandi momenti dopo la rapina iniziale, Bergman come un Sonny Crocket qualunque, gioca sporco pur di far trionfare le verità, la sua rete di colleghi giornalisti è indistinguibile dai contanti di uno sbirro in un poliziesco, mettendo in chiaro che agenti di polizia o giornalisti, per Mann è la stessa cosa, entrambi ricoprono un ruolo di enorme responsabilità nella società, infatti quando il servizio viene mandato in onda integralmente, la scena è quasi liberatoria, un momento lirico che strappa i brividi, penso che nessun regista sappia arrivare così sotto pelle al pubblico come Michele Uommo.

Un tipo di cinema che, se mi concedete la battutaccia, crea più dipendenza delle sigarette e che si conclude con un arco narrativo completo per Lowell Bergman, aver affrontato il sistema lo ha cambiato, qualcosa in lui si è rotto come ammette al collega, infatti Mann gli regala un’uscita di scena equivalente all’archetipo del poliziotto che lancia il distintivo sì, ma solo dopo aver fatto trionfare la giustizia anche sopra il sistema che dovrebbe garantirla, quel fermo immagine finale di Bergman che se ne va, cavalcando verso il tramonto avvolto nella giacca è eroico e antieroico allo stesso tempo, un personaggio che non capisce e non accetta più la realtà attorno a lui perché troppo puro, non è un caso se dopo questo film, l’unico altro personaggio di cui Mann avrebbe potuto raccontare la storia, poteva essere solo Muhammad Alì, ma di questo parliamo la prossima settimana, preparate i guantoni soprattutto se siete Chris Rock.
Sepolto in precedenza venerdì 29 aprile 2022


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