
Dopo sei film forse era inevitabile che qualcuno, nella stanza degli sceneggiatori di Insidious, si alzasse in piedi e dicesse: “Ragazzi, abbiamo un problema”. Non il problema dei demoni, dei fantasmi o dell’Altrove, che quelli ormai fanno parte dell’arredamento. Il problema è che, dopo aver passato anni a entrare nell’Altrove, uscirne, rientrarci, spiegare cos’è, spiegare chi ci vive e spiegare perché ogni volta che qualcuno ci entra c’è una porta rossa da qualche parte, forse era arrivato il momento di cambiare qualcosa per prrovare ad essere meno “Insipidus”, come in amicizia chiamo questa saga.
Così eccoci qua con “Insidious – Fuori dall’Altrove”, sesto capitolo della saga e primo diretto e scritto da Jacob Chase, già autore e regista di “Come Play” (2020). James “Pupazzo” Wan (sempre in amicizia) e Leigh Whannell, che avevano dato vita alla baracca nel 2010, questa volta restano produttori, mentre la storia passa nelle mani di Chase e David Leslie Johnson-McGoldrick. Insomma, è sempre Insidious, ma la famiglia che ci ha cresciuto ha finalmente lasciato le chiavi di casa a qualcun altro. Speriamo almeno che abbia pagato le bollette.
La cosa interessante è che Chase prova davvero a fare quello che una saga arrivata al sesto giro dovrebbe fare ogni tanto, ovvero cambiare le regole. Non di tantissimo, perché stiamo pur sempre parlando di Insidious e non di un film di fantascienza in cui improvvisamente l’Altrove si rivela essere un centro commerciale orbitante attorno a Saturno, però abbastanza da dare alla storia una direzione diversa. Perché finora il concetto era abbastanza semplice: c’è un mondo oscuro chiamato Altrove, ci sono delle anime che ci sono rimaste incastrate, ci sono esseri poco raccomandabili che vorrebbero raggiungere il nostro mondo e ci sono persone particolarmente dotate che possono entrarci. In pratica, l’Altrove era una specie di quartiere malfamato dell’universo al quale nessuno dovrebbe mai andare di notte. Il problema è che i protagonisti continuavano ad andarci, un po’ come me, che ho apprezzato il primo tempo del primo capitolo, ma se esce un nuovo Insidious sono in sala. Anni ben spesi a guardare horror e sono diventato il protagonista di un horror.

Questa volta, invece, Gemma, interpretata da Amelia Eve, scopre di avere un potere ancora più scomodo: non soltanto può attraversare l’Altrove, ma può riportare nel nostro mondo ciò che vive dall’altra parte. Ed è una bella idea, perché finalmente qualcuno ha capito che, se continui a raccontare per cinque film la stessa gita nel mondo dei morti, forse la soluzione è smettere di portare i protagonisti nell’Altrove e cominciare a portare l’Altrove dai protagonisti. Un ribaltamento semplice, ma funziona almeno sulla carta. Prima avevamo paura che qualcuno entrasse nella porta sbagliata, adesso dobbiamo avere paura che qualcosa esca dalla porta giusta. Che poi è un po’ quello che ha fatto anche la saga di Nightmare, in maniera a volte riuscita e altre molto criticata.
Gemma è una giovane madre che vive con la figlia nella casa in cui è cresciuta e lavora come igienista dentale, che sembra una scelta professionale assolutamente innocua finché non ti ricordi che stai guardando un film horror. A quel punto pensi immediatamente che prima o poi qualcuno entrerà nello studio dentistico con denti che non dovrebbero appartenere a nessun essere vivente e che la povera Gemma finirà a lavorare con una bocca che sembra uscita da una notte post-peperonata di David Cronenberg, che so essere grande appassionato del piatto. La parte ambientata nello studio dentistico è una delle idee che sfrutta qualcosa di banalmente quotidiano e lo trasforma in materiale da incubo. Va bene l’Altrove, ma puoi mettere il trapano del dentista e, soprattutto, la parcella?

Il film ha anche un’altra sequenza riuscita, quella del fortino costruito con i cuscini, che prende un elemento tipicamente infantile e lo trasforma in uno spazio impossibile. Una buona intuizione perché “Insidious – Out of the Further”, quando funziona davvero, non ha bisogno di spiegarti per venti minuti la genealogia del demone: ti mette davanti a qualcosa che conosci e lo rende sbagliato. Il divano è quello di casa tua, il corridoio è quello di casa tua, la stanza è quella di casa tua, ma improvvisamente le proporzioni non funzionano più e non sai dove accidenti stai andando. Non proprio Backrooms, ma fa il suo dovere.
Quello è l’orrore che preferisco in questa saga, quello in cui il mondo normale diventa leggermente storto. Peccato che poi “Insidious – Fuori dall’Altrove” abbia questa irresistibile passione per spiegare tutto. Perché il vero problema della saga, arrivata ormai al sesto capitolo, non è più l’Altrove, ma il rapporto che “Insidious” ha con l’Altrove. All’inizio era misterioso, inquietante, quasi astratto, un posto che non dovevi capire completamente. Poi sono arrivati i sequel e, uno alla volta, abbiamo cominciato a ricevere spiegazioni, regole, personaggi, demoni, storie personali, collegamenti, porte, chiavi e mappe.
A questo punto, se mi chiedessero di disegnare una piantina dell’Altrove, probabilmente riuscirei a farlo: «Qui abbiamo la zona residenziale, qui il corridoio dei fantasmi, qui c’è il parcheggio, qui invece attenzione perché abita quel tizio con la faccia dipinta». L’Altrove non è più un luogo misterioso, è praticamente un condominio, con la differenza che nell’assemblea condominiale probabilmente partecipa anche un demone che sembra Maul.

Questo nuovo film, pur tentando di cambiare le regole, finisce ancora una volta nella trappola della mitologia, perché l’idea di far uscire le entità nel nostro mondo è buona, ma poi bisogna spiegare perché lo fanno, chi sono, cosa vogliono, come funziona il loro piano, cosa c’entra Gemma e come tutto questo si collega alle regole precedenti, ed è qui che Jacob Chase comincia a inciampare nei propri lacci delle scarpe.
Perché quando un horror comincia a usare più tempo per spiegarti il funzionamento del soprannaturale che per farti paura, siamo già entrati in una zona pericolosa. Il demone dovrebbe comparire e io dovrei pensare «Ohmammasaura!». Non dovrebbe comparire e farmi pensare «Aspetta, quindi questo è collegato a quella cosa che Elise aveva spiegato nel secondo film?».
A proposito di Elise, ovviamente Lin Shaye torna, e questa è una delle cose che “Insidious” continua a fare bene, perché Elise resta uno dei personaggi più simpatici della saga e la presenza di Lin Shaye porta con sé quel piccolo elemento di umanità e ironia che serve a non far sembrare tutto un manuale di demonologia scritto da qualcuno che ha dormito male. Il problema è che “Fuori dall’Altrove” arriva anche dopo La porta rossa, che aveva già dato l’impressione di essere un possibile punto di chiusura. Questo nuovo capitolo deve quindi giustificare la propria esistenza e, almeno, prova a farlo mettendo una famiglia diversa al centro e modificando il rapporto fra il nostro mondo e quello soprannaturale.

Non basta più dire “ecco un’altra famiglia infestata”. Dopo cinque film il pubblico ha già visto case infestate, bambini infestati, adulti infestati, cani infestati, medium, demoni, viaggi astrali e famiglie che avrebbero probabilmente fatto meglio a comprare un camper e andare a vivere in campeggio. No, forse il campeggio meglio di no.
Perché la premessa di partenza potrebbe aprire possibilità molto più cattive. Se davvero le entità dell’Altrove possono attraversare il confine, allora puoi giocare con l’idea di una contaminazione progressiva del mondo reale. Puoi fare in modo che non ci sia più un posto sicuro. Il film lo fa, ma non abbastanza, ma soprattutto non sembra avere sempre il coraggio di fidarsi della propria idea.
Anche perché il trauma familiare torna prepotentemente al centro della storia. Gemma deve fare i conti con la propria infanzia, con la madre e con il rapporto con la figlia, e qui il film prova a costruire una sorta di parallelo fra due generazioni, suggerendo che ciò che è accaduto alla madre potrebbe ripetersi con la figlia, che, se ci pensate, è un elemento non horror, ma che fa comunque davvero paura.

Jacob Chase prova quindi a cambiare la serratura, cambia la famiglia e cambia la direzione del viaggio, ma la casa è sempre quella. “Insidious – Fuori dall’Altrove” finisce per essere un curioso compromesso: abbastanza nuovo da non essere semplicemente una copia dei capitoli precedenti, ma abbastanza vecchio nello spirito da non riuscire davvero a liberarsi della formula.
Solo che, per trasformarla in qualcosa di veramente memorabile, serviva forse il coraggio di andare fino in fondo, perché se mi dici che l’Altrove può invadere il nostro mondo, io voglio vedere il mondo diventare l’Altrove. Non una stanza, non una casa, non un corridoio: tutto. Voglio uscire dal cinema e guardare il parcheggio pensando che quello là potrebbe non essere un tizio che cerca la macchina, ma un’anima dannata. Quello sarebbe stato davvero fuori dall’Altrove. Invece questo è più un “Insidious” che mette un piede fuori dalla porta e poi torna indietro perché si è dimenticato le chiavi.

Non è il peggiore capitolo della saga e almeno prova a dare una sterzata a una formula che rischiava di diventare la fotocopia della fotocopia della fotocopia. Ha qualche buona idea, qualche momento visivamente riuscito e una Lin Shaye che continua a essere uno dei motivi migliori per tornare a visitare questo universo, ma ha anche il solito problema di una saga che, arrivata al sesto capitolo, continua a dover spiegare la propria mitologia invece di lasciarla respirare.
Insomma, l’Altrove è uscito dall’Altrove. Il problema è che Insidious, dopo sei film, non sembra ancora sapere bene dove andare. Esco dall’Altrove e ho molta paura, parafrasando gli Elii, quindi eccoci ancora qua, davanti a una porta rossa. Solo che questa volta, almeno, hanno avuto la decenza di provare ad aprirla dall’altra parte, il risultato resta “Insipidus” lo stesso.


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