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Insuperabili X-Men (1992-1997): gli Uomini-Pareggio animati

Ormai dovreste saperlo che sono un lettore di fumetti di vecchia data, ma prima di attaccare con una (brutta) imitazione di Carradine gioco a carte scoperte: il mio legame con gli Uomini-Pareggio di casa Marvel è lungo e tormentato, quasi come un ciclo di storie di Chris Claremont.

Ci sono pochissime serie mutanti che riesco a leggere, la maggior parte mi viene a noia molto presto per una semplice ragione: vedo questi tipi in calzamaglia di cui conosco nomi e storia ma fatico a sentirli come i miei X-Men, ecco perché ho amato molto il ciclo di storie di Grant Morrison, quello che provava a rompere con il passato smettendo di far agire gli Uomini-Pareggio di Xavier come quello che non sono, super eroi come tutti gli altri.

«Guarda là! Un’altra di quelle premesse infinite di Cassidy!», «Ma chi Sean?»

Eppure vivo un paradosso, per quanto io abbia molto apprezzato la lettura data da Morrison ai personaggi, gli X-Men che sento veramente “miei” sono quelli più assurdi, se vogliamo anche un po’ pacchiani per via dei costumi coloratissimi dei primi anni ’90. Questo mi ha permesso di capire che non è obbligatorio criticare una diversa incarnazione di un personaggio (veeeero cari i miei odiatori da “Infernet”?) solo perché non è quello con cui siamo cresciuti, perché se sono diventato anche un lettore di fumetti di super tutine, il merito è proprio di quegli Uomini-Pareggio lì, quelli dei primi anni ’90.

Ho avuto la fortuna di vivere alcuni mesi in Canada nel 1994, lì ho scoperto quei fumetti dal formato diverso dai vari Bonellidi italiani: poche pagine, grande formato, tanti colori e parecchie pubblicità nel mezzo. Ne comprai un paio a prezzi stracciati nella terra della foglia d’acero, come gli immigrati che “leggevano” Yellowkid, attratto da personaggi e disegni, ma visto che a dieci anni non leggevo l’inglese, giusto quello potevo fare. Tornato in patria, in una sortita in edicola, ipnotizzato (come al solito, abitudine mai persa) davanti alla rastrelliera dei fumetti, mio padre pronunciò la frase fatale: «Scegline uno». Invece del solito Cattivik o Dylan Dog decisi di tutto il mio futuro mettendo le mani su Gli Incredibili X-Men numero 54.

Il vero “X-Men – L’inizio” almeno per me perché è davvero iniziato tutto con questo albo.

Nei giorni successivi io quel fumetto non riuscivo più a metterlo giù, lo leggevo e lo rileggevo in continuazione, era nato un amore che tutt’ora continua, ma provate a biasimarmi: storie e disegni di Jim Lee, chine di Bill Sienkiewicz, trame firmate da Scott Lobdell e ancora, tavole di entrambi i fratellini Kubert figli di papà Joe e di John Romita Junior, anche lui, figlio di cotanto padre, intento a disegnare la profezia di Jean Grey, il messaggio incompleto sul fatto che qualcuno tradirà gli X-Men. Una trama alla Terminator con un guerriero sparato indietro dal futuro come Alfiere, che non sarà l’Uomo-Pareggio più famoso, ma a cui sono particolarmente legato proprio per via di quel fumetto.

«… E nessun altro verrà qui. Siamo solo lui e me» (cit.)

Capite da soli dove sto cercando di andare a parare, quando anche in uno strambo Paese a forma di scarpa, sbarcò la mitica serie animata “Insuperabili X-Men”, di cui avevo visto un paio di episodi in lingua originale colpito dal vocione di Wolverine, ci andai completamente sotto, dovrei avere ancora da qualche parte il mio vecchio diario di scuola degli X-Men, con un disegno di Jim Lee in ogni pagina (storia vera).

Eppure questa serie non è stata la prima dedicata agli Uomini-Pareggio, dopo le apparizioni di Stella di Fuoco e l’Uomo Ghiaccio in “L’Uomo Ragno e i suoi fantastici amici”, alla Marvel hanno nasato che questo X-Tipi avevano più potenziale del previsto, ben più della risposta Marvel al “Quarto Mondo” di Jack Kirby per la Distinta Concorrenza per cui erano nati, un po’ come ripicca di Stan Lee (storia vera). Le storie con la “seconda generazione” di studenti della scuola Xavier vendeva bene grazie alle trame del padre putativo dei personaggi, Chris Claremont, quindi venne messa in produzione una serie, una di quelle che dopo il pilota è diventata niente per dirla alla Mia Wallace.

Intitolata “X-Men – Pryde of X-Men”, un gioco di parole basato sulla presenza nel gruppo dell’eroina preferita di X-Chris, Kitty Pryde, intenta a ricoprire il ruolo del punto di vista dei giovani sul mondo di questo mutanti che rispondevano ai nomi di Wolverine, Tempesta, Ciclope, Colosso e Nightcrawler, quest’ultimo con parecchio più spazio rispetto all’artigliato canadese, che nel pilota, si limita un po’ al ruolo di tappezzeria, trovate l’episodio uscito da noi come “L’audacia degli X-Men” (sigh!) anche QUI.

Pregi? Molti, a partire dalla cura per i personaggi che sembravano usciti direttamente dalle illustrazioni di Dave Cockrum e John Byrne, ben animati grazie al lavoro della giapponese Toei, che all’epoca curava anche i cartoni Marvel dei Transformers e dei G.I. Joe. Difetti? Magneto cattivo da operetta senza vere motivazioni se non quelle del generico cattivo di turno, tutto sommato niente male per un pilota nato dirottando i fondi destinati originariamente per produrre il tredicesimo episodio della fallimentare “RoboCop: The Animated Series” per questo X-sperimento (storia vera).

A causa dei problemi finanziari in cui stagnava la Marvel in quel periodo l’esperimento targato New World Pictures non va oltre il pilota di prova, ma come in una storia di X-Chris, si chiameranno pure X-MEN ma sono quasi sempre i personaggi femminili quelli più tosti che fanno svoltare le trame per Claremont, nella realtà succede la stessa cosa grazie a Margaret Loesch, la produttrice di “Pryde of the X-Men” due anni dopo si ritrova a capo di Fox Children’s Network (la futura Fox Kids) e torna alla carica con gli Uomini-Pareggio ordinando alla Saban Entertainment una stagione da 13 episodi. Quindi se poi i Power Ranger della Saban hanno trovato terreno fertile negli Stati Uniti, un po’ bisogna ringraziare il cartone animato degli Uomini-Pareggio che ha fatto da apripista.

Come il buon vecchio Morph, lui si che conosce il senso della parola sacrificio.

Problema! Responsabile dell’animazione è la sudcoreana AKOM, che in quel momento aveva le mani pienissime, tra gli episodi di “Batman: The Animated Series” e un’altra infilata di cartoni yankee tra cui i Dino Riders, risultato? Le prime puntate di “X-Men” sono animate a tirar via. Per correre ai ripari, le prime, quelle più inguardabili sono state girate nuovamente, anche a costo della continuità della storia, con episodi mandati in onda in anticipo, in grado di creare molti buchi nella trama ma per lo meno non nel palinsesto americano, che a questa serie stava rispondendo bene, molto bene!

I problemi della serie animata dedicata agli Uomini-Pareggio sono essenzialmente due: la sigla italiana e l’animazione, che per quanto migliorata non ha mai spiccato, iniziamo da questo secondo difetto, se paragonata ad altre serie animate dello stesso periodo (che tratteremo a breve su questa Bara), “X-Men” non ha uno stile suo in grado di farla emergere dalla massa, inoltre molte anatomie sono più matte di quelle disegnate da Rob Liefeld, insomma non è l’aspetto generale ad aver reso memorabile questa serie e nemmeno il suo secondo difetto, l’italica sigla.

La state cantando eh? Vi sento da qui che stata cantando la sigla, quella giusta.

Ricordo ancora il trauma di ritrovare questa serie sulla mia tv in italiano, io che arrivavo dalle visioni nella terra di Wolverine del cartone animato, in cui ogni nuova puntata iniziava con questa meraviglia, il tema ta-na-na-naa-na na che per me, ancora oggi è IL tema degli Uomini-Pareggio, eroico, tostissimo, quasi futuristico nei suoi suoni retrò da risultare perfetto. Tanto che persino i capoccia dell’MCU lo hanno capito e pian pianino, stanno provando a farlo tornare.

Immaginatevi la mia reazione quando ho sentito ‘sta roba con il coro dell’Antoniano e del Pupazzo UAN che è la versione italiana. Motivo per cui ho usato il titolo “Insuperabili X-Men” per il post, ma per me questa serie sarà sempre “X-Men” o al massimo il cartone degli Uomini-Pareggio. Per fortuna su Disney+ la trovate per intero senza la sigla “Italiota”, insomma come lo guardavo io da bambino.

Schivati agilmente i difetti, possiamo parlare dei pregi che sono tanti “X-Men” introduce la continuità tipica della Marvel nelle serie animate, quindi rispetto alla solita minaccia della settimana, gli Uomini-Pareggio dovevano affrontare trame che spesso richiedevano un riassunto iniziale, per mettere tutti sulla stessa pagina. Trame in grado di essere suddivise su quattro o cinque episodi che adattavano per il piccolo schermo anche interi cicli a fumetti, pescando tra i più importanti dei personaggi, guarda caso, molti da “Gli Incredibili X-Men” numero 54 o giù di lì, che mi avevano fatto perdere la testa.

Giusto perché sia chiaro che ho una leggerissima preferenza.

In questo cartone animato non manca niente, gli alieni proto-Xenomorfi della Covata, il viaggio indietro nel tempo di Alfiere fino ad arrivare a cicli mitologici come la saga di Fenice Nera, introducendo elementi che nulla mi toglie dalla testa siano stati riferimento anche per altri X-Autori arrivati dopo. L’episodio 1×07, oltre che giocarsi al meglio la claustrofobia di Tempesta, mostrava l’isola-stato di Genosha e la sua economia basata sulla schiavitù dei mutanti prima di quanto raccontato da Morrison, oppure il senatore razzista che si ritrova trasformato in un mutante, deve essere stato materia anche per Bryan Singer, che per i suoi X-Film, ha pescato parecchio da questa serie, non i colori dei costumi, ma gli elementi importanti sì.

“X-Men” malgrado l’animazione ballerina e i colori sgargianti dei pigiami, ha sempre trattato in modo piuttosto serio temi e personaggi, non mi spingo a dire adulto, ma almeno intelligente. Le posizioni estremiste ma motivate facevano di Magneto il perfetto Malcolm X della causa mutante, Jubilee, malgrado il suo idiotissimo potere (le mani che sparano lucine di Natale, bella forza) ereditava il ruolo che Kitty Pryde ricopriva in “Pryde of the X-Men” diventando il nuovo punto di accesso al mondo degli X-Men per il pubblico.

Wolverine che entra in scena con lo stuzzicadenti in bocca (simbolo universale di maranza ignoranza) viveva tutto il suo dramma, tra la faida eterna con il “gemello” Sabertooth, fino al trauma di Arma X in grado di rendere perfettamente omaggio al classico a fumetti omonimo, fino ai suoi drammi amorosi con la rossa Jean Grey, quelli che hanno generato un meme diciamo, famosino, che ancora spopola sul web.

Nel 1992 non lo sapevamo, ma era già materiale da meme.

Ci sono passaggi in cui Bestia cita a memoria il monologo del mercante di Venezia, che in bocca ad un mutante suona doppiamente efficace, elementi quasi adulti in una serie che utilizza le trame per fare riuscita metafora di razzismo, segregazione razziale, AIDS, perché parliamoci chiaro, gli X-Men erano per loro stessa natura inclusivi, quando ancora la questione non era un elemento chiave nei palinsesti e pensate un po’? Milioni di persone nel mondo si sono appassionate a questi personaggi a ai messaggi che sapevano veicolare perché erano fighi, scritti bene, basati su belle storie a fumetti e in grado di intrattenere, oltre che a farsi carico di parlare dei problemi della società, con spunti anche serissimi.

Basta dire che nei primi episodi di questo cartone, un X-Men tira malamente le cuoia, ok tornerà in una forma ancora più sofferente, però per essere un cartone da pomeriggio qui da noi (sabato mattina negli Stati Uniti e Canada, posso confermare), non è affatto poco, anzi.

Il mio X-Men (e Vendicatore) preferito, anche per gli ottimi gusti in fatto di libri.

Se da noi, in uno strambo Paese a forma di scarpa ci siamo limitati a storpiare la sigla riempiendola di cori di “Mutande! Mutande”, in Giappone hanno fatto di peggio, con una sigla semi metallara in odore di Ken il guerriero, molti dei dialoghi e delle caratterizzazioni dei personaggi risultavano più leggere, ma nel Paese del Sol Levante (e forse anche grazie a personaggi come Sole Ardente) da quelle parti sono andati giù di testa per gli Uomini-Pareggio, assorti a stato di icone perfette anche per il mondo dei videogiochi. Quindi dopo i Power Ranger, segnate un’altra tacca alla cintura di “X-Men”, la serie di videogiochi Marvel vs. Capcom non sarebbe mai esistita senza questo cartone animato.

“X-Men” con la sua continuità bella fitta, poteva permettersi anche ospitate da parte di un sacco di personaggi illustri dell’universo Marvel, più che al mitico Longshot e alle sue sortite del Mojoverso, un universo di teledipendenti in grado di anticipare parecchia ossessione per i “Reality-Show”, penso anche alle apparizioni di Capitan America o ancora di più di Ms. Marvel, quella giusta, quella di quando Carol Danvers era ancora scosciatissima e misconosciuta, ma fondamentale per dare spessore (e poteri) ad uno dei personaggi più riusciti della serie, si parliamo di Rogue.

Didascalie che non leggere mai nessuno presenta…

Tanto lo so che l’episodio che avete visto e rivisto più volte resta la puntata 1×10 (“Come the Apocalypse”) per via di quel fotogramma lì, quello che ha colpito l’immaginario di tutti tanto che oggi, con l’annuncio della serie sequel “X-Men ‘97”, tutti su “Infernet” stanno facendo i paragoni, diciamo a posteriori.

Ma superato questo, e le pettinature sempre più cotonate della rubapoteri, Rogue ne esce come un personaggio sfaccettato, ha la tentazione del bel Gambit a portata di mano ma non può nemmeno sfiorarlo senza ucciderlo. Un personaggio tosto e drammatico capace di spiccare anche in una serie così corale, se Bryan Singer ha scelto proprio Rogue al posto della Jubilee (in precedenza Kitty Pryde) di turno, ci sarà un motivo no?

«Quella ciancicatrice lo sa fare questo?»

Insomma, “X-Men” resta un piccolo caso diventato un grande titolo di culto (ho detto culto, smettetela di pensare a Rogue… Degenerati!) che mi sono rivisto con grande piacere, vedremo cosa saprà fare l’annunciato “X-Men ‘97”. Intanto potrò continuare a canticchiarmi la sigla giusta: tana naaa naaa na na! Na na!

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  1. Io ho cominciato a leggere gli X-Men proprio grazie al cartone trasmesso su Italia 1 (Folgorata da Wolverine, ho cominciato la mia collezione proprio con Wolverine 58, datato novembre 1994, non capendo nulla di un albo che conteneva anche la Excalibur di Alan Davis e Alpha Flight al suo declino…) anche se temo che, come al solito, Mer*aset non abbia trasmesso tutte le stagioni e si sia fermata poco prima della Saga di Fenice, ovvero all’inizio della terza o giù di lì.

    • Confermo, si sono piantati lì senza andare avanti… ‘stardi! Il cartone ha iniziato quelli della nostra generazione, per fortuna sostenuti da X-storie di livello, tutto lo zio Logan di Larry Hama era una bomba 😉 Cheers

  2. Attenzione! In questo post hai nominato la mia serie preferita, Batman TAS, di cui mi figlio conosce già a memoria Christmas With the Joker e On Leather Wings… Si, lo so che è vietata ai minori di 12 anni ma io sto accanto a lui e non ha paura… Ok?

    Questi X-Men invece mica li conosco tanto… :–/

    • Li trovi su Disney+ al figliolo che arriva da Batman TAS potrebbero piacere. Mentre invece nel cambio, Batman TAS arriverà qui prossimamente 😉 Cheers

  3. Scusa Cass, ma non riesco a rispondere direttamente ai commenti e quindi devo postare a parte.
    Parlando scherzosamente di X – Pupe, pure io quoto in pieno Rogue.
    Gnocca da paura, se mi passi il termine.
    L’unica che in termini di carrozzeria se la gioca alla pari a parer mio e’ Psylocke (mamma mia…).
    Mi ricordo che il motivetto degli X – Men salta fuori anche in una puntata del cartone di Spider – Man (altra serie di cui sarebbe bello parlare) dove Peter, terrorizzato all’idea di tramutarsi in un ragno gigante, si reca all’istituto di Xavier nel tentativo di trovare un rimedio.
    Peccato che il professore gli risponde
    che il suo scopo non e’ guarire i suoi assistiti da eventuali trasformazioni mostruose, ma insegnargli ad accettarle e a convivere con esse.
    O qualcosa del genere, mi pare.
    Comunque, non proprio la risposta che il buon Peter cercava…

    • Dimostrazione che era tutto un unico universo, Psylocke versione Ninja la mia seconda X-Woman preferita. Cheers!

  4. Aspetto ancora (con trepidazione, aggiungo) il futuro post sulla serie animata di Batman (capolavoro, per inciso. Tra l’altro sto scoprendo un mucchio di puntate che nel passaggio in tv mi ero perso. O forse nemmeno hanno trasmesso, vai a sapere).
    Ma in vista del ritorno in pompa magna di questa gloriosa serie su Disneypiu’ latte con cereali (non vedo l’ora) direi che due parole era doveroso spenderle.
    Anche solo per capire dov’e’ che si era rimasti.
    Non per tornare sullo stesso argomento, ma credo che un certo merito alla serie di Batman bisogna riconoscerlo.
    Ho come l’idea che alla Marvel si stavano mangiando le mani per non averci pensato prima. E per non aver avuto il coraggio.
    E anche noi. Perche’ ammettiamolo, a parte Batman quando mai si e’ preferito un fumetto DC a uno Marvel?
    Per carita’. Hanno sfornato storie memorabili pure loro, ci mancherebbe.
    Oh, visto il risultato, meglio tardi che mai.
    Del resto, il materiale per dare vita a serie animate dal taglio piu’ serio e adulto non e’ che mancasse, dalle parti del grande Stan e compagnia danzante.
    Cosi’, quando ho visto l’annuncio su TV Sorrisi e Schiaffoni quasi non ci credevo.
    Beh, c’e’ poco da aggiungere.
    La serie e’ pazzesca, e ha dalla sua un’incredibile quanto inaspettata fedelta’ al fumetto di riferimento.
    E’ davvero incredibile quanta roba siano riusciti a infilarci dentro.
    Praticamente tutto quello che ha reso immortali gli X – Men agli occhi dei fan.
    Butto un po’ di roba a casaccio:
    Le Sentinelle, gli Shi’Ar, le diverse linee temporali, Fenice, Sinistro, Apocalisse (con una voce azzeccatissima, tra l’altro. Quella di Death Mask di Cancer. Un vero fetente che si presta a doppiare un altro fetentissimo), Cable…
    E una marea di mutanti. Che pur apparendo anche solo come guest – stars, Sono talmente ben caratterizzati che in pochi minuti ti fanno capire alla perfezione il personaggio.
    Un lavoro egregio.
    C’e’ tanto. Tutto. E forse pure troppo.
    Perche’ l’aderenza al fumetto e’ il punto di forza ma anche il suo tallone d’Achille.
    Qual’e’ l’altra caratteristica degli X – Men, oltre a parlare di inclusivita’?
    Lo sviluppare tutta una serie di trame e sottotrame che possono impiegare mesi o addirittura anni, per evolversi.
    E col cartone e’ uguale.
    Ti perdevi un episodio, e a me capitava spesso…e al successivo non ci capivi piu’ niente.
    E la cosa generava un certo nervoso, non lo nego.
    Resta una gran bella serie, comunque.
    L’ho vista anch’io, la sigla jap.
    Beh, si’, fa un po’ l’effetto Tough Boy in stile Kenshiro, ma da quelle parti se allora non facevi le intro cazzute e ultra – fiche non ti filava nessuno.
    Quando poi qui da noi lo hanno ritrasmesso per qualche tempo su K2 o Fox – Kids, mi pare, ricordo che hanno
    rimesso la sigla originale.

    • Una spremuta di tutto il meglio degli Uomini-Pareggio nella loro forma più matta, ma anche quella che preferisco 😉 Cheers

  5. Ricordo con piacere la serie animata, che pure seguivo a spezzoni. I fumetti, invece, mai sopportati: la sensazione di arrivare a film già iniziato è sempre stata presente in tutte le serie Marvel, ma negli X-Men è dove è più evidente, dove anche se riesci per caso a beccare il numero con cui inizia un ciclo di storie comunque ci sono millemila personaggi sconosciuti e riferimenti a eventi precedenti.
    In effetti i videogiochi della serie Marvel vs Capcom derivano da X-Men vs. Street Fighter, che a sua volta deriva da X-Men Children of the Atom. A parte il design dei personaggi, ripreso direttamente dalla serie animata, in quel videogioco tornavano anche gli stessi doppiatori.
    Segnalo anche che il videogioco arcade del 1992 noto semplicemente come X-Men, picchiaduro a scorrimento, ha ottenuto il record per il videogioco da sala con più giocatori in contemporanea, ben sei in cabinati a dir poco enormi per l’epoca.

    • Il cabinato era bellissimo, ci ho giocato la prima volta proprio in Canada, per giocare due monete e non solo una (storia vera). Cheers!

  6. Buongiorno.

    Doverosa premessa: mi affaccio sul viale dei ricordi in modalità “Abe Simpson”, con connessioni temporali illogiche.

    Dopo averla aspettata con il doppiaggio italiano per almeno tre anni (mi divertiva vederla in olandese su Disney + senza capirci nulla e senza motivazione alcuna), finalmente sono riuscito a rivederla.
    Da buon figlio degli anni ’90 ovviamente considero questa, al pari della serie su Spiderman e di quella di Batman dei concorrenti, quelli sempre musoni, un culto fanciullesco di quando andavo in giro per la via con i miei amici.
    Molti episodi li ricordavo distintamente (soprattutto quelli delle prime stagioni), ma ad esempio rivedere l’episodio con quella testa calda dell’Uomo Ghiaccio è stata una piacevole riscoperta.
    Avendola vista da bambino per un episodio (il primo) ho aspettato che partisse quel molesto “Guarda guarda là, c’è un gruppetto di mutanti, li ho visti, però sono ancora assai distanti”, ma poi ho convenuto che l’epicità del tema originale non si batte (bello l'”Effetto Mediaset sulle sigle”, Danny Elfman ringrazia sentitamente); ma del resto da bimbo certe cose non le capisci, la testa dice che è appropriato sentire urlare (perché quello non è cantare ) “MUTANTI!” in una sigla sugli X-Men. Fortuna che almeno il tema di Joe Perry l’hanno lasciato intatto.

    Comunque, tornando alla serie TV, ho apprezzato moltissimo come hanno raccontato le storie dei vari personaggi (anche del perfettino Scott “Sparo raggi dagli occhi” Summers), agli occhi di un bambino li ha resi più “Umani” e rinforzato ancora di più la voglia di parteggiare per loro.

    Poi le varie chicche quali Nimrod, Banshee, l’isola Muir, le Terre Selvagge e tutta quell’iconografia che in un secondo momento ho ritrovato nei fumetti.
    Ultimo argomento e concludo, Wolverine: per distacco, il mio personaggio preferito di tutta la serie, per il tormento interno che vive in ogni episodio nel far convivere lato umano (rappresentato senza costume) e lato animale (con indosso l’uniforme da lavoro) e per l’episodio flashback sugli Alpha Flight.

    Fammi sapere cosa ne pensi.
    Buona giornata

    • Wolverine qui ha un intero arco narrativo dacui anche Singer ha pescato a piene mani, sono molto d’accordo con te 😉 Cheers

  7. Ricordo ancora quando la vidi per la prima volta da bambino. Era tipo il 1994, conoscevo già gli X-Men perché spulciavo gli albi dell’Uomo Ragno, ma non avevo mai letto una loro storia. E me ne innamorai follemente, soprattutto di Rogue XD.

    Ricordo che restai colpito proprio dalla continuità tra episodi e per il tono drammatico, due cose che sebbene non del tutto inedite per chi come noi era già cresciuto con gli anime, risultava comunque come una trovata strana.

    La rividi una decina di anni fa, poco prima dell’uscita di “Giorni di un Futuro Passato” e mi meravigliai di quanto fosse invecchiata bene. Certo, le animazioni sono quello che sono e la sigla italiana può non piacere (ma a me si, gne gne), ma le storie reggono benissimo. E a posteriori, mi accorsi di come la mia sensibilità di essere umano e la mia coscienza sociale fossero davvero state forgiate da questa strana serie sui supertizi perseguitati.

    • Quando le storie erano inclusive per una logica e non perché era un dovere imposto dall’alto. I personaggi poi si prestavano molto, coinvolgimenti come le trame. Cheers!

  8. No dai, la sigla italiana non era così male 🙂 io la trovavo anche orecchiabile (va beh, mai sentita l’originale, va detto) Comunque nonostante non fossi bel target di età e nemmeno una lettrice Marvel il cartone mi piacque assai, le trame orizzontali erano più complesse e drammatiche della media del genere … E poi avevo un debole per Gambit 😉

    • Sul doppiaggio poco da dire, ma la sigla? No la sigla italiana tremenda. Mitico Gambit, avevo anche il pupazzetto, anzi, lo conservo tutt’oggi (storia vera). Cheers!

  9. “storie e disegni di Jim Lee, chine di Bill Sienkiewicz, trame firmate da Scott Lobdell e ancora, tavole di entrambi i fratellini Kubert figli di papà Joe e di John Romita Junior, ”

    SBAM!

    Povero Cassidino, certe sfighe atiestetiche ti son capitate.. 🤡🤡
    Proprio vero: tutte meretriciate che un tempo c’era piú talento, capacità e voglia di osare. Nell’ultimo decennio ho visto far fare e pubblicare tavole a gente che fa sembrare Rob Liefeld periodo ketamina un Buonarroti.

    • Ultimamente la qualità dei disegni è colata a picco, si concentrano tutti troppo sulle copertine variant, meno lavoro pagato meglio per gli artisti (chiamali scemi) poi apri l’albo e beh, non è proprio all’altezza della copertina. Cheers!

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