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Invaders (1986): il bambino che urlava all’UFO

Una volta, l’insegnante di elettrotecnica delle superiori ci portò in gita al museo della scienza e delle tecnica di Milano, a metà della gita, dopo averci dato il via libera per girare il museo in libertà, mentre tutti, ribadisco tutti, stavano mantenendo un comportamento da museo, quindi senza correre e con un tono di voce adeguato, lui comparve al fondo di un corridoio, dopo due secondi della sua fissità tipica, quella che non ti faceva capire se era ancora tra noi o già trapassato (a giudicare dall’alito, la seconda opzione era la più quotata) si mise ad urlare, senza spiegazioni e con un tono di voce non da museo: «STRAMALEDETTI!», nessuno ha mai capito perché, solo che si rivolgeva a noi, i suoi studenti.

Perché vi ho raccontato questa storia (vera)? Perché mi torna in mente quando, post scuole superiori, vado a rivedermi “Invaders”, uno dei titoli di Tobe Hooper che quest’anno spegne quaranta candeline, in cui questa storiella torna buona, ma prima, passo indietro doveroso.

Un giorno capirò questa ossessione Yankee di sbudellare rane, beh considerando la loro politica estera, vedo una correlazione.

Tutto inizio nel 1978, non la mia gita scolastica, mi riferisco all’acquisto dei diritti per un remake del classico “Gli invasori spaziali” (1953) di William Cameron Menzies, un progetto che rimase in ghiaccio fino agli anni ’80, quando i diritti vennero venduti alla Cannon di Yoram Globus e Menahem Golan, che in quel momento, per le mani avevano un regista fanatico del film originale degli anni’ 50, mi riferisco ovviamente a Tobe Hooper, incastrato in un contratto per tre film, reduce dal primo della tripletta, il glorioso, ma disastroso al botteghino Space Vampires, ma ben felice di lanciarsi nel suo primo remake.

La nuova versione di “Invaders from Mars” venne scritta da un altro che, quando si tratta di fantascienza anni ’50, era un vero nerd, mi riferisco a Dan O’Bannon in coppia con il compare Don Jakoby, anche se poi sul set, ad occuparsi delle riscritture “volanti” fu David Womark per un film che comunque, è stato rimaneggiato parecchio, tra poco ci torneremo.

«Ciao, conosci uno di nome E.T. piccoletto, carino, non violento. No eh? GULP!»

La versione del 1986 contiene parecchi riferimenti al film originale, ad esempio Jimmy Hunt, l’attore che interpretò il giovane David MacLean nel 1953 qui ricompare in una piccola parte, è il capo della polizia, mentre il nome della scuola elementare W.C. Menzies Elementary School è un omaggio al regista. Il resto invece arriva tutto da un altro classico come L’invasione degli ultracorpi, a partire dal nome della cittadina, Santa Mira, dove tutto è ambientato.

Quel megalomane di Menahem Golan, dopo il flop di Space Vampires, come i grandi tiratori dopo un errore nella pallacanestro, ha continuato a tirare, infatti per gli effetti speciali di “Invaders” ha voluto Sua Maestà John Dykstra e per gli effetti protesici e il design della creature, niente popò di meno che il leggendario Stan Winston, questo spiega la riuscita del cervellone a capo degli invasori, un gioiellino di effetti speciali vecchia maniera, che per me valeva doppio. Capitevi, faccio parte della generazione colpita in mezzo gli occhi dall’esplosione delle Tartarughe Ninja nei tardi anni ’80, questo film l’ho scoperto più o meno in quel periodo in qualche passaggio tv, ho sempre pensato che si trattasse del miglior adattamento possibile di Krang.

Il film della Tartarughe Ninja che vorrei

Va detto però che il film, come vi dicevo lassù, ha avuto parecchie difficoltà, la prima, non da poco, Tobe Hooper dopo averlo girato non riusciva a dargli un senso, Menahem Golan cambiava i montatori come calzini, fino a rivolgersi al suo uomo di fiducia, quello che aveva fatto venire dritto da Israele solo per montare un film a cui teneva molto, potreste averne sentito parlare, si trattava di Delta Force. Alain Jakubowicz, cinque figli e centinaia di film montati di cui va orgoglioso, potremmo dire che ha centocinque figli, lui, esperto di commedie romantiche, si ritrova per le mani una roba con cervelli giganti, umani che impazziscono, bambini e alieni.

Hooper, in piena disperazione, tra un po’ scoppia a ridere all’idea di un montatore israeliano, bello pasciuto che lo tira fuori dalle secche, infatti lo fa lavorare fino al giorno del test di prova, immagino andandosene via masticando un sigaro e bevendo una Dr Pepper ben poco convinto, almeno fino al giorno del citato primo test di prova, quando Jakubowicz gli mostra il rullo del primo atto, Hooper seduto al fondo della sala avanza, incredulo che finalmente, quell’enorme casino senza senso stava trovando ritmo e forma, tanto che non solo Jakubowicz ha avuto l’ok a completare il montaggio, ma il regista Texano è andato da Golan a chiedere che per il suo terzo film del contratto con la Cannon, doveva essere quell’israeliano pasciuto a montarlo, e questa è la storia di come Alain Jakubowicz ha montato anche Non aprite quella porta – Parte 2.

Ecco cosa succede se si urla sempre l’UFO all’UFO.

“Invaders” è un film piuttosto semplice, se l’originale cavalcava la paura per la “minaccia rossa”, questo, uscito a metà degli anni ’80, non si preoccupa nemmeno di mimetizzare lo stesso filone, d’altra parte niente terrorizza gli Yankee più di perdere la loro unicità, infatti vanno ad esportare democrazia a destra e a manca da decenni.

David Gardner (Hunter Carson, scelto da Hooper perché conosceva i suoi genitori e lo aveva visto, perfetto in “Paris, Texas”, storia vera) è il classico bambino a cui nessuno crede, non urla al lupo al lupo, al massimo all’UFO all’UFO, anche quando questi si prendono prima suo papà e poi sua mamma, trasformandoli in mezzi decerebrati con un segno tipo puntura dietro al collo e totalmente incapaci di cucinare una colazione decente.

A scuola? Peggio che andar di notte, l’autorità è rappresentata dalla maestra, Mrs. McKeltch, che essendo fatta a forma di Louise Fletcher, potrebbe far preoccupare tutti (anche Jack Nicholson) anche se è comunque meglio di “Ruoppolo”, soprannome del mio vecchio professore, anche quando cerca di caricare David a forza sul pulmino della scuola e gli urla «MALEDETTO!» quando gli sfugge dalle grinfie, così avete capito perché vi ho raccontato quella storiella in apertura.

Cosa può fare una grande attrice? Tutto, anche mangiarsi le rane come Grogu.

“Invaders” ha la struttura fisica di un Horror degli anni ’80 e il cuore naif di un film di fantascienza dei ’50, non differisce di una virgola da quello che potreste attendervi, con tanto di momenti come il giornalista che tenta un primo contatto pacifico e in tutta risposta viene disintegrato, roba che avremmo visto solo dieci anni dopo, guarda caso, in una parodia di un film di fantascienza degli anni ’50.

Ma il vero colpo di genio di “Invaders” è il modo in cui Hooper abbassa il punto di vista ad altezza bambino, lo fa dalla prima inquadratura a girare su sé stessa, che inizia nella cameretta di David e termina con lui disperato che chiama la madre alla finestra, questo è il momento esatto in cui un recensore professionale dovrebbe citare Poltergeist, anche se abbiamo chiarito già anni fa, proprio su queste pagine, come lo abbia diretto Spielberg, andiamo avanti.

L’asso nella manica di “Invaders” arriva poco prima del finale, il risveglio di David nella sua camera fa rivalutare – per qualche minuto – tutto il film come se fosse stato un incubo, la mossa stile “Il mago di Oz” in cui ogni elemento reale, è rientrato nel “sogno” di David trovando spazio: la moneta di rame regalata dal padre diventa l’arma contro gli alieni, che sono degli enormi “Mr. Potato” come quello che David tiene sul comodino, creati da un colpo di genio di Stan Winston (due animatori schiena a schiena per farli muovere dentro il costume), e poi pensateci, in una storia dal punto di vista di un bambino, chi può essere la cattiva se non la Maestra stronza? Di conseguenza l’unica umana a sostegno, è l’infermiere gentile e buona, oltre che bòna, visto che ad impersonala qui è una regina dei film dell’orrore come Karen Black.

Karen Black, madrina del cinema Horror!

Questo trucchetto del sogno dura quello che dura, perché sempre di film dell’orrore si tratta e il finale deve essere quello canonico del genere, questo non cambia il fatto che “Invaders” resta piuttosto mitico, ha parecchie più frecce al suo arco rispetto a quello che si potrebbe pensare, in generale è un titolo su commissione che in teoria, avrebbe dovuto essere più sicuro e meno ambizioso di “Space Vampires”, per me che l’ho scoperto da bambino, con i miei gusti storicamente macabri, gli ho sempre voluto bene, quarant’anni dopo, con quel suo aspetto così anni ’80 e il suo cuore così anni ’50 risulta gustosamente fuori moda, insomma, roba da Bara Volante al 100% non potevo perdere questo compleanno!

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