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Invito a cena con delitto (1976): siete cordialmente invitati a morire (dal ridere)

Anche quest’anno l’iniziativa Cassidy cover your favorites III mi ha regalato tante
soddisfazioni, mi avete snocciolato una caterva di titoli, qualcuno è già arrivato su questa Bara, altri
arriveranno (quindi occhi aperti), ma al momento di scegliere un titolo, ho avuto
pochi dubbi.

Con la bellezza di tre voti raccolti, e soprattutto per
concedere al sottoscritto la possibilità di rifarsi la bocca dopo la stoppacciosa
cena con delitto di Rian Johnson, il
film selezionato quest’anno è “Invito a cena con delitto”, scelto da Elfoscuro e Sam Simon. Grazie ragazzi!

Se qualcuno decidesse di ignorare il titolo originale del
film di Robert Moore, l’ironico “Murder by Death” a metà tra una freddura e un
disco Heavy Metal, “Invito a cena con delitto” potrebbe occultare le sue tracce
come il più abile degli assassini.
Si perché i brillanti titoli di testa, con le sagome in
carta dei protagonisti del film, disegnate dal mitico Charles Addams (papà della celebre famiglia omonima
nata da una sua striscia a fumetti), ci introducono un cast di tutto rispetto,
probabilmente uno dei più blasonati mai messi insieme in una sola pellicola, ma
lasciatemi l’icona aperta, più avanti torneremo a parlar dei commensali
invitati a cena.

Dedichiarmo un po’ di spazio ai titoli di testa disegnati dal papà della famiglia Addams.

Lo ripeto sempre, fino allo sfinimento, i minuti iniziali di
un film ne determinano tutto l’andamento e ad una prima occhiata “Invito a cena
con delitto” potrebbe essere il vostro classico film giallo, uno di quei film
garbati anche quando ci scappa il morto, in cui attori eleganti e detective
forbiti intrattengono il pubblico fino alla risoluzione (spesso fantasiosa) dell’omicidio.
Una formula rodata insomma, che però finisce presto zampe all’aria quando
vediamo il maggiordomo cieco dell’eccentrico milionario Lionel Twain, cercare
di appiccicare i francobolli sulle lettere di invito a cena, mancandole
completamente in quanto non vedente.

Dopo pochi secondi dai titoli di testa “Murder by Death”
getta la maschera e si rivela per quello che è, una delle più geniali,
divertenti e assurde parodie di un intero genere cinematografico (e letterario).
“Invito a cena con delitto” è uno dei più fieri e riusciti rappresentanti di un
filone ormai andato perduto, perché oggi le parodie (quando raramente vengono ancora
prodotte) sono filmetti a basso costo basati interamente su doppi sensi sessuali
e volgarità assortite che alla lunga, fanno più sbadigliare che ridere.
Ma un tempo le parodie esistevano ed erano anche film spesso
migliori di quelli che prendevano in giro, perché per far ridere bisogna innanzitutto
essere scemi e intelligenti in parti uguali, ma per firmare una parodia ben
fatta, bisogna dimostrare di aver capito molto bene i meccanismi del genere che
allegramente deciderai di sfottere, ecco perché il film di Robert Moore, oltre
ad essere indubbiamente il suo lavoro cinematografico migliore, sta benissimo
accanto ai classici di ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker) oppure di Mel Brooks. Signore, signori… il Classido
è servito!

Robert Moore arrivava da una lunga storia di produzioni
teatrali importanti, e dopo “Murder by Death” ha diretto un film molto simile, nuovamente
con Peter Falk e Eileen Brennan nel cast intitolato “A proposito di
omicidi…” (1978), che nessuno ha mai definito una sorta di spin-off di “Murder
by Death”, quindi non sarà certo io ad interrompere questa tradizione! La sceneggiatura
di questo Rolex è di Neil Simon, a mani basse il suo lavoro migliore, e non
solo per l’altissimo numero di dialoghi.
“Invito a cena con delitto” se pur girato quasi tutto in
interni in una manciata di set, e basato interamente su dialoghi (spesso
geniali) che vedono il notevole cast molto impegnato, non è affatto un soggetto
cinematografico trasferito sul grande schermo, molte delle trovate di questo
film a teatro non potrebbero essere replicate con la stessa efficacia, anzi è
proprio il cinema il veicolo migliore per prendere amorevolmente per i fondelli, tanti celebri detective letterari e il classico formato del “Whodunit”.

“Whocosa? Ma è qualcosa che verrà servito come antipasto?”

Radunati per un fine settimana con mistero da risolvere,
alla villa del milionario Lionel Twain, arrivano uno dopo l’altro tutti i
migliori investigatori del pianeta. Robert Moore è bravissimo a presentarli
tutti come il potenziale protagonista, di fatto il regista ha per le mani
cinque entrate in scena dell’eroe, che risultano tutte bilanciate ed efficaci,
malgrado la differenza di peso specifico tra i nomi coinvolti. Ogni personaggio
(oppure coppia di personaggi) oltre ad essere un volto arci noto è anche la parodia
di un famoso investigatore letterario, vediamoli tutti uno dopo l’altro, provo
a fare anche io come Moore!

Sidney Wang è un’urticante versione, volutamente ben oltre il
cliché delle stereotipo razzista, di Charlie Chan, detective di origini cinesi
nato dalla penna di Earl Derr Biggers. Ad interpretarlo è un maestro del trasformismo
come Peter Sellers (che oltre all’assegno pretese una percentuale corposa sugli
incassi del film. Storia vera), che qui ci da dentro con tutte gli stereotipi
possibili. Il suo Wang si esprime solo per assurdi proverbi uno più micidiale
dell’altro («Conversazione è come televisione durante l’una di miele. Non serve»)
sempre e rigorosamente in un Inglese sgrammaticato e senza articoli, che manda
fuori di testa il ricco Lionel Twain.

Le lezioni di vita, quelle importanti.

Dick e Dora Charleston sono la versione locale di Nick e
Nora Charles, la coppia di protagonisti del romanzo di Dashiell Hammett “L’uomo
ombra” (1933), che ispirarono anche svariati adattamenti cinematografici. Visto
che siamo tutti grandicelli e vaccinati, sono sicuro non vi sarà sfuggito il fatto
che il nome Dick, in inglese si presti a svariate battute che il film sfrutta a
dovere, come quando la signora chiede – scatenando l’imbarazzo generale – «Where is
my Dickie?», salvo poi correggersi con « Oh sorry, where is my husband?», doppio senso che in Italiano è ben reso con l’altrettanto ambiguo «Dove me l’ha
messo? Volevo dire, dov’è mio marito?». Ma sul doppiaggio del film
lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo.

“Caro, siamo troppo altolocati per questa Bara, la trovo troppo popolare”, “Hai ragione casa, mi aspettavo un posto più di classe”

Ad interpretare i due personaggi troviamo due leggende, David
Niven che non credo necessiti di presentazioni, ma oltre ad essere stato uno
007 apocrifo (in “Casino Royale” del 1967) è stato anche l’unico a recitare
accanto a Hercule Poirot (in “Assassinio sul Nilo” del 1978) e l’ispettore Clouseau
in un paio di film della Pantera Rosa.

Dora Charleston invece è interpretata da
LA vecchia, colei che non è mai stata giovane nemmeno qui dove era una signora
piacente sopra i quaranta, Maggie Smith, ben prima di Hook e decisamente prima di “Downton Abbey”.
Il belga, Milo Perrier, con la sua fissa per il cibo e il
cognome da marca di acqua famosa, fa ovviamente il verso a Hercule Poirot. Ad interpretarlo
è James Coco mentre il suo autista dal femore di alluminio («deve far male»,
«Solo quando piove…Aaaarrggh!») è James Cromwell al suo esordio cinematografico. Visto inizi di carriera ben
peggiori bisogna dirlo.

Le faccio portare della birra se preferisce.

Sam Diamante, il detective cresciuto per strada, laureato
all’università della vita e con un buco di pistola nella giacca («Vedesse la
giacca di quell’altro!») è la versione a chilometro zero di Sam Spade, qui
interpretato alla perfezione da Peter Falk, che tutti ricorderete come il
tenente Colombo del piccolo schermo. La traduzione letterale di Sam Diamond
sacrifica il gioco di parole tra “Diamond” e “Spade” che in inglese sono due dei
quattro semi delle carte da gioco, il massimo sarebbe stato giocar con la
pronuncia italiana del cognome Spade, ma qui mi fermo, per questo ci sono i
ragazzi di Doppiaggi Italioti.


Si è anche diplomato con il massimo dei voti.

Conclude il gruppo di investigatori invitati, Jessica
Marbles una versione decisamente più spigliata della Miss Marple creata da Agatha
Christie, qui interpretata da Elsa Lanchester al suo ultimo ruolo, dopo essere
stata ovunque da “La moglie di Frankenstein” (1935) a “Mary
Poppins” (1964).

Chi è il pazzo che può invitare a cena tutti questi geni dell’investigazione,
sfidandoli con un omicidio che avverrà proprio sotto i loro occhi allo scoccare
della mezzanotte, mettendo in palio un milione di dollari (e i diritti di
sfruttamento cinematografici) a chi scoverà l’assassino? Per la parte dell’eccentrico
milionario Lionel Twain, il regista Robert Moore voleva un nome grosso, e ha
avuto uno dei più grosso in assoluto, quello di Truman Capote nella sua unica
sortita cinematografica in carriera. Se ci pensate una scelta molto logica, un
personaggio che arriva dalla letteratura, per lanciare la sua sfida ad altri
personaggi letterari travasati sul grande schermo. Quando dico che per fare una
parodia ci vuole una doppia dose di intelligenza, parlo di cosette come questa.

Consigli preziosi da parte di un grande scrittore.

Se questa orgia di nomi gloriosi non vi dovesse bastare,
sappiate che il maggiordomo cieco chiamato ehm, Jamesignora Bensignore, qui è
interpretato da Sir Alec Guinness, che nei ritagli di tempo sul set di questo
film, leggeva il copione di quello successivo,
l’unico (purtroppo) per cui ancora oggi viene ricordato (storia vera).

Prima che la Forza cominciasse a scorrere potente in lui.

“Murder by Death” presenta i personaggi e poi diventa un fuoco di
fila di battute, giochi di parole e freddure britanniche fino al midollo nella
forma, e totalmente e volutamente non-sense nella sostanza. Non c’è nessuna
volontà di realismo nel film, ogni svolta, colpo di scena e trovata brillante, è
sempre votata alla battuta finale, se sperate in una risoluzione logica e
cartesiana dell’omicidio (ma poi, quale omicidio? Quello del bel fine settimana
come sentenzia Wang) lasciate proprio perdere, se invece siete amanti dell’umorismo
surreale, questo film è una pietra miliare, un fuoco di fila di gag e battute
da mandare a memoria.

I metodi che il regista Robert Moore e lo sceneggiatore di
questo gioiellino, Neil Simon, utilizzano per farci ridere sono più variegati
del numero di armi di cui disponeva Neo in Matrix,
alcune gag sono preparate a lungo, sfruttate in ogni loro possibile,
fino al momento della battuta finale. Ad esempio l’accoppiata tra un
maggiordomo cieco, e una cuoca sordomuta (che comunica con cartelli scritti da qualcun
altro e firmati ACME, nemmeno fosse Willy il coyote) non può che generare da
sola una valanga di freddure divertenti («Ci sono altri domestici in questa
casa?», «Non so dirglielo, io non ne ho visti») ammonticchiati uno sull’altro
fino alla battuta conclusiva, ovvero il momento in cui questa strana coppia dovrà servire una cena invisibile ai commensali («Manca di sale signori»).

Non so voi, ma ho visto film con cast peggiori di questo.

Altre trovate comiche invece, sono assurde e basta, ma
assurde in modo cinematografico, ad esempio che senso ha introdurre un gatto, che
però abbaia come un cane? Oppure un campanello che una volta suonato invece di
suonare urla (ben prima di quello di casa di Dylan Dog), e per altro lo fa con
l’urlo di terrore di Fay Wray, preso direttamente dal film King Kong? Nessuno senso, ma fa ridere proprio per questo, e per
tutte le situazioni assurde che si possono generare.

Alcune delle trovate comiche sono visive (quindi
cinematografiche), come ad esempio mostrare la macchina del ghiaccio secco, che
genera la spettrale nebbia attorno alla villa. Un modo di svelare i trucchi in
un film, ovvero qualcosa di fittizio e che infatti si risolve (ma si risolve davvero?)
con la più vecchia battuta possibile immaginabile, perché accusare il
maggiordomo, è un classico proprio come questo film, ma comunque non è lo
stesso la “pistola fumante” di una pellicola che fa del non senso, una ragione di
vita, infatti si può vedere e rivedere a ripetizione, solo per gustarsi ogni
trovata comica.

“Andiamo via da questa Bara Volante, è un posto davvero troppo assurdo”

Vi ero debitore di un’icona da chiudere sul doppiaggio, lo
faccio ora perché in un film così parlato un adattamento all’altezza è
fondamentale, è quello di “Murder by Death” fa un lavoro molto buono, anche se
vi invito a vedere il film in entrambe le versioni, per poter godere a pieno di
tutte le trovate divertenti sia quelle intraducibili («Where were ya Wang? We
were worried»), ma anche quelle che in Italiano funzionano anche meglio, oppure
risolte brillantemente, come l’impossibile nome del maggiordomo Jamesir
Bensonmum, che diventa Jamesignora Bensignore mantenendo invariato il risultato
comico finale.

“Invito a cena con delitto” è una parodia definitiva su un
intero genere che ha fatto scuola, il suo discendente più famoso, quello che ha
dimostrato di averne capito meglio la lezione è stato sicuramente “Signori il delitto
è servito” (1985), in cui recitava proprio Eileen Brennan, giusto per chiudere
idealmente il cerchio. Se non lo avete mai visto, è altamente consigliato, Rian
Johnson dovrebbe vederlo a rotazione, in stile cura Ludovico.
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