
C’è qualcosa di irresistibile nell’idea di un film che ti catapulta nella mente dei suoi protagonisti prima ancora di raccontarti una storia, “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock è proprio questo: un viaggio tra memoria, desiderio e incubi repressi, condito da un tocco di surrealismo, lo so che festeggiare gli ottant’anni di un film, nel 2025, vuol dire oblio di visualizzazioni, ma la Bara è il sito che ha detto no al CEO e sì al Cinema.
Il film, uscito nel 1945, è un perfetto esempio di come Hitchcock sapesse fondere il thriller con un’estetica visiva innovativa – non solo per l’epoca – senza rinunciare a quella suspense che ha reso celebre il regista inglese.

La sinossi è presto raccontata: il Dr. Anthony Edwardes (Gregory Peck), psichiatra di fama, subisce un trauma misterioso che lo lascia in uno stato di amnesia, la protagonista femminile, la psicologa Constance Petersen (Ingrid Bergman), si trova a doverlo aiutare a ricostruire la sua memoria, scoprendo gradualmente che dietro l’amnesia si nasconde un mistero. Hitchcock, fedele al suo amore per la mente umana e per i segreti che custodisce, ci conduce in un labirinto – non proprio intricatissimo – di sospetti, indizi visivi e sogni che sembrano usciti direttamente dalle tavole di Dalí, anche perché, beh, lo sono! Proprio la sequenza onirica, con le linee geometriche e gli oggetti distorti, rimane uno dei momenti più citati di “Spellbound”, un modo per rendere visivamente la psicoanalisi freudiana in maniera evidente.

Gregory Peck e Ingrid Bergman, pur essendo azzeccati nei rispettivi ruoli, sono tra gli attori che meno hanno lavorato con Hitchcock, non sono i “soliti sospetti” del regista – quei volti ricorrenti che molti identificano immediatamente con il suo cinema – eppure in “Io ti salverò” entrambi trovano una chimica sorprendente e naturale, conferendo credibilità ai personaggi senza sovrapporre la propria personalità a quella della storia.
Il film, prodotto dalla Selznick International Picture, porta in scena una cura per i dettagli: dagli arredi agli oggetti di scena, tutto è stato scelto per suggerire uno stato d’animo, un simbolo della mente frammentata dei personaggi. Alfred Hitchcock con la sua regia sembra dipingere ogni scena per renderla spesso il più onirico possibile. Difetti? Un ritmo ben più compassato rispetto agli altri thriller più celebri come “Notorious” o Psycho, un tipo di tensione più sull’introspezione dei personaggi che sull’azione, non è un caso che il mistero si risolva come durante una seduta, a parole.

La colonna sonora di Miklós Rózsa aggiunge ulteriore intensità: i temi musicali evocano tensione, angoscia e mistero, scandendo le emozioni e suggerendo quello che non viene detto a parole perché il film sembra giocare con l’idea della mente come teatro, dove conflitti interiori e traumi si manifestano in immagini e simboli che solo un occhio allenato riesce a cogliere appieno. Hitchcock, maestro del dettaglio, ci insegna che anche la minima sfumatura visiva o sonora può avere un peso psicologico enorme.
Interessante notare come, in quel testo sacro che è “Il cinema secondo Hitchcock”, François Truffaut osi addirittura dire al Maestro che “Io ti salverò” non è particolarmente coinvolgente, ricevendo da Hitchcock, con sorprendente onestà, una conferma. Da allora, tutte le discussioni critiche sul film si sono chiuse: il film ha difetti, momenti troppo espositivi, specialmente nel finale come detto, ma risulta originale di mostrare i sogni al cinema. Hitchcock voleva un modo nuovo di rappresentare i sogni, non più la solita nebbia che confonde i contorni delle immagini o lo schermo tremolante, ma i sogni descritti con tratti definiti e chiari, contorni taglienti e immagini ben fotografate, specialmente nella parti dove ha contribuito Salvador Dalí che rendono memorabili le parti onoriche.

Un piccolo aneddoto produttivo che racconta di quando avesse le idee chiare zio Hitch riguarda la scena della canna della pistola che ruota di mezzo giro e punta direttamente contro lo spettatore. Nel fondamentale “Il cinema secondo Hitchcock”, il regista spiega che per girare quella scena si dovette costruire una gigantesca mano finta da posizionare di fronte alla macchina da presa, perché ottenere lo stesso effetto con una mano vera non sarebbe stato possibile a causa dei limiti del movimento di un braccio umano, per le inquadrature pensate dal regista, si sarebbe stato bisogno di due polsi e un paio di gomiti aggiuntivi.
Il 2025, con quel suo cinque alla fine, lo rende un anno frizzantino, “Io ti salverò” compie ottant’anni, ma qui sulla Bara Volante lo celebreremo come il primo di tre compleanni dedicati a Hitchcock, perché noi dell’algoritmo che vuole solo farci scrivere di roba nuova e che “C’èsunetflix?” (cit.) noi ce ne fottiamo! Ok?

In definitiva, con “Io ti salverò” Hitchcock dimostra ancora una volta la sua straordinaria abilità di costruire mondi sospesi tra realtà e sogno, dove ogni gesto, ogni sguardo, ogni oggetto ha un peso narrativo. Un film che merita di essere ricordato non solo come lavoro “minore” (espressione che patisco) anche se i tocchi di Dalì sono di certo la parte migliore sul menù, ma in generale “Spellbound”, con il suo titolo originale che strizza l’occhio agli incantesimi, ci ricorda che il cinema non è solo intrattenimento, ma una macchina dei sogni, e Hitchcock a suo modo, il Freud dei Thriller, perché per essere un titolo pensato per portare il padre della psicanalisi ad Hollywood, a rubare la scena è più lo stile di zio Hitch.


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